Raccolte in un libro undici storie di coraggio, di forza, volontà, determinazione e grandi passioni. Le prime donne sindaco calabresi, la comunista e la marchesa, la brigantessa: biografie al femminile che raccontano l’altra faccia dell’Italia del Sud del dopoguerra

di Guido Fiorito

Il 10 marzo del 1946 furono indette le prime elezioni amministrative dalla fine della guerra e per la  prima volta nella storia d’Italia  le donne erano ammesse al voto. Il provvedimento era stato appoggiato sia da De Gasperi che da Togliatti e chiudeva una lunga storia di omissioni e rinvii: la prima proposta di suffragio universale risaliva addirittura al 1867. Furono elette in tutta Italia undici donne sindaco e di queste ben tre erano calabre: Caterina Tufarelli Palumbo a San Sosti, Ines Nervi Carratelli a San Pietro in Amantea e Lydia Toraldo Serra a Tropea. In quelle stesse elezioni, al piccolo comune di Zaccanopoli nessuna donna si presentò alle urne. Scrisse il prefetto nella sua relazione: “Le donne hanno ritenuto d’intesa con i loro maschi che l’esercizio del diritto di voto potesse apparire come una manifestazione di immodestia ed esibizionismo”.
Il progresso e l’emancipazione non sono fenomeni lineari ma procedono con strappi e intoppi. Furono alcune donne calabresi a dare l’esempio. Donne coraggiose e piene di carattere, decise, spesso per passione e istinto, a cambiare una mentalità secolare che le voleva sottomesse ai maschi. Rappresentata nei proverbi popolari: All’omu ‘a scupetta, a’ fìmmana ‘a cazetta (all’uomo il fucile, alla donna la calza); Cu  nuju pozzu mugghjèrima pozzu! (posso fare a mia moglie quello che non posso fare a nessun altro).
Un esempio per tutte, quello di Rita Pisano, “la jeune fille de Calabre”, come la chiamò Pablo Picasso. L’artista incontrò Rita, che allora aveva appena 23 anni, in una tavolata in occasione dell’assemblea del comitato mondiale dei partigiani della pace a Roma nell’ottobre 1949. Lei era una giovane donna autodidatta e militante comunista che aveva rifiutato una parte di mondina nel film “Riso amaro” perché incompatibile  con la vocazione politica. In quel comitato c’erano Renato Guttuso e Giulio Einaudi. Al ristorante Piperno a monte Cenci, Picasso scherzava con Cesare Zavattini, sui sui tanti modi dei  ladri di bicicletta, Zavattini aveva scritto il soggetto del celebre film di De Sica l’anno precedente. Lei era stata protagonista delle sciopero delle raccoglitrici di castagne a Maligo, che era valso il primo arresto. Fu il critico Carlo Muscella, durante il pranzo, a chiedere a Picasso di farle un ritratto. “Prese carta e matita – ricorda Antonello Trombadori, che era presente – e disegnò lo splendente volto di Rita”. La ragazza sarà sindaco di Pedace (il borgo cosentino alle pendici del monte Stella, oggi confluito nel comune di  Casali del Manco) dal 1966 al 1984, moglie e madre di sei figli. Colpita dalla primavera di Dubcek, criticò lo stalinismo, finendo espulsa dal partito nel 1975 per volere “un comunismo dal volto umano”. A Lorica promosse gli “Incontri silani” con conferenze di Blasetti, Levi, Scola e Guttuso.
Storie che s’incrociano con la grande storia, come quella della brigantessa Ciccilla, al secolo Maria Oliverio di Casole Bruzio, della partigiana Giuseppina Russo di Roccaforte del Greco o di Giuditta Levato uccisa nel 1946 dalla fucilata di una guardia privata di un latifondista durante l’occupazione delle terre a Sellia Marina. Storie che incrociano la cronaca, per esempio Rosa Graziano di Maida che sposò un ergastolano innocente, Salvatore Gallo. Sono undici le donne raccontate nell’Ape furibonda, un libro scritto da Claudio Cavaliere, Bruno Gemelli, Romano Pitaro (Rubbettino editore). Il titolo cita Alda Merini, la poetessa milanese che si descriveva: “Sono una piccola ape furibonda. Mi piace cambiare di colore. Mi piace cambiare di misura”. Un’affermazione di libertà: ciascuna donna sia quel che vuole. “Sono donne – dice Bruno Gemelli – che hanno infranto tabù dei costumi dei loro tempi. L’ape furibonda punge ma è anche dolce per il miele. Nelle nostre ricerche ci siamo imbattuti in scoperte come quella di Caterina Tufarelli Palumbo,  la più giovane donna sindaco italiana, a 24 anni nel 1946”.
“Attraverso queste storie – scrive Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, nella prefazione – emerge la Calabria, la volontà di coesione che si respirava nel Dopoguerra, l’idea positiva di cambiamento, l’orgoglio per la propria terra, e, ovviamente, colpisce in contrasto come quelle spinte e scelte si siano appannate nel corso del tempo”.
Una storia di assoluta libertà è quella che chiude il libro, protagonista la bella e colta Maria Elia De Seta Pignatelli, mamma del regista Vittorio. Una donna dalla vita avventurosa, amante di Michele Bianchi, un quadrumviro  fascista e ministro di Mussolini,  ma anche amica di antifascisti. Amata durante la guerra dal controspionaggio americano e odiata da quello inglese che la fece fucilare due volte per finta perché parlasse. Toscana di nascita, scelse contro tutto e tutti, di andare a vivere in Sila, nel bosco di Callistro, dove i parenti possedevano dei terreni. All’inizio dormiva nelle capanne dei pastori. “Mi sentii vivere – racconta – perché cominciavo a scoprire i veri valori delle cose”.  Percorreva la Sila montando a cavallo e in calesse. Si innamorò della Calabria e delle sue antichità, di cui s’interessò alla scoperta e valorizzazione con l’archeologo Orsi. Amica di scrittori e artisti, ritratta da Severini e da Guttuso, cantata da D’Annunzio come Madonna Silana nei versi dell’Alcyone. Fu anche una proto femminista che chiedeva il salario per le casalinghe. Morì nel 1965. Oggi la sua casa nel bosco, la Torre della Marchesa, è in rovina ma resta un luogo magico.

Maggio 2018