In un lontano passato esistevano in Calabria circa settecento specie autoctone. Per anni Nicodemo Librandi ha attraversato la regione per ritrovarle. Alla fine ne ha censite 186 e ha ridato vita a grandi vini

di Chiara Dino

Un lavoro certosino e una curiosità vivida e veloce per un’ascesa programmata con matematica precisione. Librandi in Calabria, due milioni e mezzo di bottiglie prodotte ogni anno, è per certo la più grande azienda di vino: duecentosessanta ettari di proprietà sul versante ionico della regione – e pensare che prima degli anni ’60 la famiglia era proprietaria di sei ettari di campagna – e questo è già un primato. Ma è la fame di sperimentare e conoscere di Nicodemo, il patriarca, oggi, di questa famiglia vocata all’enologia, a fare della loro storia una faccenda tutt’affatto diversa. I numeri, il successo commerciale, la sfida imprenditoriale diciamo che rappresentano la cornice di romanzo che andrebbe intitolato “A Rebours” se non ci avesse già pensato qualcuno.
A ritroso nel tempo non per ragioni letterarie, ma concrete, per riscrivere un pezzo di storia agricola della sua terra e dunque di storia tout-court. Perché questo signore, oltre ad aver contribuito a costruire, insieme con il fratello Antonio mancato nel 2102, la carta d’identità del vino calabrese, ha fatto di più. Ha censito nel corso degli anni 186 vitigni autoctoni sconosciuti e inesistenti per tutti i manuali del settore, ma parte del paesaggio da secoli. Almeno da quando queste zone erano colonie della civilissima Grecia. Li ha censiti, e non solo. Alcuni di loro li ha anche impiantati in un campo sperimentale e da altri ha cominciato a produrre del vino. Inseguendo bouquet e sapori di secoli fa. E forse, chissà, sognando di riconferire alla sua regione il titolo di Enotria Tellus di antica memoria.
Correva l’anno di grazia 1993 e, racconta Nicodemo, 71 anni, “mi sono imbattuto in uno studio sulla viticoltura in Calabria che portava la firma di Marilena De Bonis in cui erano citate settecento specie di vitigni autoctoni. Un’identità produttiva fatta di centinaia di specie diverse di cui si era persa memoria. Un pezzo della nostra storia che ci rimanda ai secoli di dominazione greca. La cosa mi incuriosì e così, dopo averlo letto, lo portai a Milano dal professor Attilio Scienza (agronomo di chiara fama finito anche tra le pagine del romanzo di Giovanni Negri sui vigneti, impiantati da Leonardo a Milano, altra storia bellissima, su cui c’è stato un gran parlare nell’anno dell’Expo milanese ndr.) e lui ne rimase subito affascinato”. Il passo successivo vede questi due arzilli signori attraversare, a volte anche a piedi, la Calabria tutta, da Verbicaro a Scilla per cercare quanto scritto dalla De Bonis.
“Andavamo in giro, assaggiavamo acini d’uva, censivamo tutto quanto era nuovo, anzi antico, antichissimo ma nessuno sapeva che fosse ancora lì nei campi della nostra regione”. La ricerca è iniziata con Scienza ed è proseguita negli anni con l’agronomo di stanza dai Librandi. Poi nel 2001 è stata proposta come oggetto di studio, al Cnr di Torino. Di questi stessi vitigni è stato realizzato un profilo enologico. E alcuni di loro sono finiti in bottiglia. Perché, ed è stato questo il passo successivo della ricerca, sette specie delle 186 “ritrovate”, sono stati prodotte e impiantate in un campo sperimentale, riproducendone dei cloni: “Si tratta – spiega ancora Nicodemo Librandi – di quattro cloni di gaglioppo, quattro di magliocco e due di pecorello”. Non basta: da queste coltivazioni sperimentali sono venute fuori due etichette, L’Efeso, un bianco da ventiquattromila bottiglie e il Magno Megonio un rosso da cinquantamila. Va detto, per completare il quadro prima di fare un passo indietro e allargare questa storia parlando dell’ascesa Librandi, che i cloni prodotti sono stati iscritti nel Registro nazionale della Vite e del Vino e adesso sono anche in vendita. Per dire, chi vuole portarli nei suoi campi può farlo.
Non che si sia arrivati a tutto questo per caso. Correvano gli anni ’70 e Nicodemo stava a Roma “ero a andato per studiare Matematica all’Università – racconta – e la cosa per un po’ di anni mi aveva dato da vivere. Dopo la laurea sono tornato in Calabria, a Cirò Marina, il nostro paese. Insegnavo e lavoravo in azienda – ai tempi al timone c’era mio fratello – part-time”. Già, ai tempi. Erano anni in cui da queste parti si coltivavano solo Cirò (bianco) e Gaglioppo (rosso). Passano gli anni Nicodemo crede nelle potenzialità sue e del fratello, lascia la scuola e si dedica interamente all’azienda di famiglia. Siamo alla fine dei ’70. “In quegli anni bastava guardarsi intorno per capire dove stava andando il mercato: in Toscana esplodevano i Supertuscan, mix di vitigni locali e stranieri. Si sperimentava ci si guardava in giro anche fuori dai confini d’Italia. E così anche io mi misi in testa di seguire il filone”.
È il momento in cui l’azienda si allarga e cambia filosofia di produzione: quaranta ettari di proprietà vengono dedicati alle coltivazioni di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Chardonnay, Sauvignon Blanc. Nell’86 nasce un bianco, si chiama Critone ed è composto per il novanta per cento da Chardonnay e per il dieci da Sauvignon Blanc. Poco dopo arriva il primo rosé. Ma è il Gravello, nell’86, a consacrare l’ascesa della cantina: composto per il sessanta per cento da Gaglioppo e per il quaranta da Cabernet Sauvignon ottiene i tre bicchieri del Gambero Rosso. È il trionfo. Non basta ancora però. Nicodemo vuol fare altro. “Non mi interessava competere con i grandi vini toscani. In tanti investivano sui vitigni stranieri. In tanti, ed erano imprenditori anche più forti di noi”.
Pur espandendo le sue esportazioni fino a coprire quaranta Paesi, dalla Germania agli Usa, dal Giappone al Regno Unito fino alla Cina e al Libano non è questo, non è solo questo lui vuole fare nei campi. La gestione dell’azienda, che negli anni si è trasformata da srl a spa, viene affidata ai suoi figli, Raffaele e Paolo, e a quelli del fratello, Francesca e Teresa, su cui lui continua a vegliare. E a questo punto il patriarca può dedicarsi alla ricerca, alla sperimentazione, alla catalogazione di specie dimenticate. Può lavorare sull’identità e sulla memoria.

Marzo 2018