Si fa fatica a stargli dietro e a cavare dai suoi racconti una storia logica, con criteri spaziali e temporali definiti

di Alessia Franco
fotografie di Oreste Montebello

Si fa fatica a stargli dietro e a cavare dai suoi racconti una storia logica, con criteri spaziali e temporali definiti. Perché le parole che ha dentro sono tante e vulcaniche, e si aggrovigliano per poi sciogliersi in mille rivoli; perché le sue attività sono differenti e apparentemente diversissime, e le vite che vive molteplici, visto che comprendono anche quelle della sua famiglia.
Si potrebbe, forse un po’ forzatamente, riassumere la vita di Giuseppe Mele, 42 anni, di Pizzo Calabro, nella storia del cinema che porta il suo cognome, la sala storica del suo paese. Ma anche in un racconto geograficamente ben più lontano, che lo lega al Borough market di Londra, dove anni fa ha fondato un piccolo e apprezzatissimo mercato di nicchia, il De Calabria, in cui vende le eccellenze alimentari della sua terra.
“A dire il vero non sono mai stato bravo a vendere, né a vedere le cose nell’ottica di un processo commerciale – confessa Mele – sia nello spazio culturale del cinema di Pizzo Calabro che nel mercato londinese. Quello che mi interessa è la qualità delle persone e dell’incontro, quello che mi interessa è lo scambio nel senso più autentico del termine”.
E se questa è la filosofia di Giuseppe Mele, è pur vero che le eccellenze calabresi hanno fatto impazzire i buongustai della città del Tamigi, definitivamente rapiti dai gusti forti e piccanti di spezie e salumi e carni condite, in cui trionfano senza concorrenti la soppressata e la rossa nduja, che a tutto danno sapore e colore. Anche alle austere tavole di Londra. Quella che Mele chiama, scherzosamente ma non troppo, la sua “attività di mercataro” gli ha però consentito di reinvestire e scommettere nuovamente nella sua terra.
A Pizzo Calabro, dove ad attenderlo c’è un vecchio amico, anzi di più, quasi un parente dal nome strano, quasi da marziano: Ecma (acronimo di Ex Cinema Mele Aperto).
Oggi, quella storia degli anni Cinquanta che sarebbe potuta scivolare facilmente nel degrado e nell’oblio – anzi, forse era proprio quello il suo destino, comune per molte strutture del periodo – sta riprendendo forme e vita grazie al tenace (e vulcanico) lavoro di Giuseppe Mele, che nel frattempo ha trovato anche il tempo di occuparsi di arte, in particolare di scultura e video. Oggi, quel vecchio cinema voluto da suo nonno è infatti un centro polivalente, in cui si intrecciano danza, teatro, installazioni, residenze artistiche.
“Spesso una collaborazione nasce dopo un bicchiere di birra, dopo un confronto sull’arte a tutto tondo – racconta il creativo – Per me, anche una persona che lavora nei campi può essere un artista: tutto dipende dalla passione, dal talento, dalle idee che porta con sé”.
Lo stesso percorso che, in una Calabria degli anni Cinquanta, ha portato il nonno di Giuseppe – Francesco Mele, di professione ingegnere – a pensare a un grande spazio di condivisione, aperto a tutti. Gli diede un nome dal vago sapore romantico e dal retrogusto misterioso: “Il giardino delle meraviglie”, ma non durò molto: il giardino chiuse per lasciare posto a una strada.
“L’idea che stava portando avanti mio nonno, però, era assai più tenace – racconta Mele – e in un’epoca in cui si pensava a costruire per sé, edificando palazzine da vendere o affittare a caro prezzo, lui scelse ancora una volta la strada della condivisione. Nacque così il cinema Mele, nell’antico centro storico di Pizzo Calabro, con una vista mozzafiato sul mare e con una concezione essenziale e molto moderna per i tempi, che conservasse la relazione tra ambiente, luce, ombra.
Il cinema Mele visse fino ai primi anni Ottanta, quando venne ceduto, e iniziarono i tempi bui dei filmetti a basso costo. E di tempo ne passa, siamo nel 2013, prima che il nipote del visionario ingegnere decidesse di tornare in Calabria a riprendere il dialogo con quel vecchio amico di famiglia: “A spingermi è stata la ricerca di uno spazio in cui condividere le idee mie e degli altri artisti – dice Giuseppe –. A Londra ho sentito forte questa esigenza, ma si trattava sempre di spazi precari. Quando sono tornato, ho trovato il cinema in uno stato di completa desolazione: ho bonificato (è davvero il caso di dirlo) in completa solitudine, cercando di dare voce a ogni oggetto che si trovasse là, di farne una casa di lavoro per gli artisti. Ho perfino realizzato un’installazione di formaggi calabresi!”.
Giuseppe apre il suo nuovo spazio consapevole dell’eredità che questo porta con sé, ma anche della sua nuova missione: non cerca artisti, ma quelli che lui chiama “contadini dell’arte”, capaci di sviluppare un’idea, magari proprio pensata per il vecchio cinema, e di condividerla con tutti i mezzi possibili, senza barriere.
“Il risultato è che oggi questo spazio è diventato esso stesso una scultura sociale, un luogo insieme di produzione e di scena – conclude Giuseppe Mele – come volevo che fosse. Anche i creativi calabresi, dopo un po’ di diffidenza iniziale, adesso cominciano ad avvicinarsi”.
Come spesso accade, i primi a esplorare e lavorare in questo spazio a picco sul mare vengono da tutta Italia, ma anche dalla Polonia, da Berlino, da Londra. Persino dagli Stati Uniti, dove un compositore ha scritto qui per intero una colonna sonora. Danza e cinema si sono intersecati con uno studio sulla gestualità sulla donna calabrese, mentre un’artista di Cape Town ha deciso di uscire per la prima volta dalla sua terra alla ricerca di ispirazioni e nuove atmosfere.
E indovinate un po’ dove è approdata? Proprio in quel posto magico, vagamente esoterico, in cui Giuseppe Mele sta da anni investendo e lavorando e in cui, quasi per magia capita che, a un certo punto, il palco del cinema rimanga vuoto. O si riempia di installazioni artistiche che abbiano come protagonista proprio il formaggio. Come quella immagine tridimensionale che illumina lo schermo, con centinaia di caciotte di capra, di pecora, di mucca, di pascoli. Di Calabria.

Settembre 2017