Nel paese diventato famoso per le tessiture di altissimo valore tecnico e artistico, una bottega-museo ne tramanda i fasti per dare vita a un nuovo futuro

Testi e foto di Patrizia Giancotti

Longobucco, lontano borgo, terra di miniere dalle quali Sibariti, Crotoniati e Romani estrassero per secoli argento e galena per forgiare le loro monete. Terra di passaggio e di scambi commerciali, rinomata per la pregiata fattura dei suoi tessuti. Abilissime, le longobucchesi tessevano i loro proverbiali corredi, paramenti beneauguranti per i loro talami nuziali, lenzuola di lino, copriletto di seta e coperte di ginestra, con elaborate lavorazioni a rilievo, e disegni originali. “Cuverte chi nun hannu li mercanti, – canta una canzone popolare longobucchese – bellizze chi nun ha mancu lu sulu / haju giratu da Napuli avanti: cuverte cume cchiste un ci nna sunu!”.
La bravura di queste tessitrici cominciò a farsi conoscere fuori regione quando, nei primi dieci anni del ‘900, l’etnografo Lamberto Loria iniziò a raccogliere nella sede fiorentina di via Coletta 2 dell’allora Museo di Arti e Tradizioni popolari, manufatti che sarebbero stati inclusi nella prima Esposizione internazionale di Roma del 1911. Lo stupore suscitato dalla bellezza di quei lavori femminili veniva così descritto dal folklorista di Cetraro Giovanni De Giacomo: “Quando le coperte di Longobucco, nel 1909, furono tratte fuori dalle casse, alla luce del sole, in via Colletta, nella patria di Dante e di Giotto, qualcuno esclamò: ma dov’è codesto Longobucco? Codesta terra benedetta dove le fate, che non sanno di alfabeto e di disegno, traggono tanta varietà di colori? E fu un correre e ammirar”. A partire dalla metà degli anni’20, questa particolare sapienza venne messa a sistema da un imprenditore lungimirante, Eugenio Celestino, che attorno a quelle mani femminili che lanciavano la spoletta e a quei piedi che muovevano i pedali, seppe ideare una “trama” più ampia e ambiziosa. I tessuti di Longobucco uscivano così dalle cassapanche da corredo tenute in camera da letto e lasciavano le montagne della Sila Greca per mostrare al mondo le loro bellezze: alla Fiera di Parigi nel 1926, dove la ditta Celestino riceve un diploma al merito, in esposizione a Capri, tra le mani del Maestro Menotti al primo Festival dei Due Mondi a Spoleto, sulla passerella delle sorelle Fontana a Roma, arrivando persino a vestire le curve sinuose dell’attrice americana Ava Gardner. Un’avventura che mi viene raccontata da Mario Celestino, figlio dell’ingegnoso imprenditore, a pochi mesi dal prestigioso riconoscimento del ministero dei Beni culturali per l’ antica Bottega del Tessuto d’Arte dell’impresa storica Mario Celestino, quale Bene culturale di interesse nazionale, insieme agli 850 pezzi in mostra permanente.
“Se a Longobucco le miniere d’argento sono esaurite, – esordisce Mario Celestino nel suo ufficio foderato di foto di famiglia e onorificenze – resta il tesoro della tessitura con tutta la sua memoria storica, di cui noi diamo testimonianza. Tutta la tradizione parte dall’usanza magno-greca del corredo, ce ne danno testimonianza i pinakes di Locri denominati ‘Perfesone apre la cesta mistica’ e ‘Offerta del corredo’. Un tempo il corredo era d’obbligo. Al momento del fidanzamento la famiglia della ragazza era tenuta a dichiararne l’entità. Doveva essere costituito da un minimo di sei pezzi, o multipli di sei, per ogni articolo. Questa usanza secolare, impegnava molta mano d’opera, un lavoro che si sviluppava durante tutto il corso dell’anno. Mio padre, e già un poco mio nonno, ne intuì il potenziale sviluppo in impresa e si lanciò sul mercato, puntando in alto, riuscendo a dare lavoro a moltissime donne del paese, installando dodici telai in laboratorio, ma soprattutto ideando un tipo di telaio molto piccolo, che entrava agevolmente in ogni casa”. La particolarità del tessuto longobucchese è la sua lavorazione, che prevede oltre all’intreccio tra trama e ordito, l’immissione manuale di un terzo filo che attraversa orizzontalmente il lavoro. Per guidare la tessitrice, si utilizzano dei modelli con una sorta di trafilatura a quadretti, che in dialetto si chiamano nziambri. “Da questi – spiega – prendono vita i disegni, allegorie beneauguranti, animali mitologici, cervi, tralci e pampini, il fiore di Santa Filomena, la catena stellata, U puntu eru Juriciu, il punto del Giudice, ideato, si dice, da una donna che chiedeva la grazia per il marito accusato ingiustamente. Abbiamo poi la tecnica ‘a trappigna’, la tecnica ‘con i piedi’, e il tipico metodo a pizzuluni, nel quale i motivi a rilievo si ottengono utilizzando appositi ferretti”.
E cosa ci fa Alcide De Gasperi tra le foto di famiglia?
“In questa foto degli anni ’50 De Gasperi visitava l’azienda in occasione della riforma fondiaria. Qui parlava con mio padre dell’opportunità di impiantare un ginestrificio, per far fruttare la pianta spontanea, tramutandola in tessuto in modo più agile di come venisse fatto a mano. Sotto il fascismo, in epoca di autarchia, venivano incentivate le produzioni autoctone e mio padre propose il tessuto di ginestra, persino come materiale per le divise dei gerarchi. Tessuto che venne considerato troppo rigido e infine, per quelle divise, venne scelta la lana sarda orbace, si disse infatti gerarchi in orbace”.
Ma non è l’unica fotografia con grandi personaggi…
“Tra le foto che preferisco c’è senz’altro quella che ritrae Micol Fontana mentre aggiusta l’abito realizzato con tessuti Celestino indossato da Ava Gardner. Quell’estate della metà degli anni ’50 Micol Fontana era venuta al mare in Calabria. Si trovava in vacanza nel catanzarese e un amico comune ce la fece conoscere, così venne a trovarci in laboratorio e le mostrammo i nostri tessuti, lino, seta grezza, ginestra: tutti troppo coriacei per le linee morbide della maison. Ma ci mettemmo a lavorare e dopo varie prove, riuscimmo a produrre tessuti adatti alle loro esigenze. Un bel sodalizio che durò qualche anno e ci diede la soddisfazione di vestire con tessuti longobucchesi dive internazionali come Ava Gardner”. Questa è la storia, ma come è venuta l’dea della esposizione permanente, quella ora riconosciuta dal ministero dei Beni culturali? La signora Luigina Sapia, insegnante di Lettere tornata a Longobucco per amore, si prende giustamente il merito dell’impresa.
“Qui sono nata – risponde lei – e qui sono tornata quando mi sono innamorata di mio marito, Mario Celestino. Un uomo che sostiene di essere nato letteralmente sotto un telaio non può che trasmettere amore per la tessitura anche a chi gli sta vicino. Abitando in questa casa poi era impossibile sottrarsi al fascino della sua storia. Così lasciai l’insegnamento e mi dedicai anch’io all’azienda. Viaggiando spesso anche all’estero per mostre e fiere, ci capitava di vedere esposizioni e musei sulla tessitura e pensai che anche noi avevamo molto da offrire. Un patrimonio inesplorato era racchiuso nel nostro magazzino stracolmo fino all’inverosimile, impenetrabile. Un giorno, come i minatori longobuccìhesi, iniziai a scavare alla ricerca di antichi tesori di famiglia, tutti tessuti a mano. Lo feci armata di maschera e guanti, aprendo meticolosamente casse e bauli dai quali uscivano pezzi di storia: broccati, damaschi, coperte di ginestra del Settecento, giardini fioriti, cervi, elefanti, giraffe, croci adorne di rose, foglie e grappoli, tessuti provenienti da mostre internazionali degli anni ’20, veri capolavori prodotti dalle nostre donne. Ora questi pezzi di valore occupano un posto d’onore nell’allestimento che ho ideato e suddiviso in tre sale: lana, seta e ginestra. Ognuna di queste fibre esprime una parte della nostra personalità, racconta un pezzo di Calabria, la fatica, la perseveranza, l’abilità, l’inventiva, l’arte. La lana bianca e nera delle nostre pecore, che riempiva i materassi e scaldava gli inverni, ritorta era materiale idrorepellente che in forma di mantella proteggeva le spalle del pastore. La seta, il filato pregiato che come sappiamo costituiva una delle grandi risorse della nostra regione, ottenuta da bachi allevati in casa, nutriti a foglie di gelso, che vestiva le spose, s’indossava alla festa del paese, tinta di giallo-oro e amaranto si tesseva in preziosi copriletto che adornavano il letto degli sposi. E poi la ginestra, selvatica, bella e profumata, dura, resistente, caparbia, forse quella che esprime di più la nostra natura ambivalente. In tempi molto antichi, la sapienza delle nostre donne aveva saputo domarla con giorni di macerazione sotto le pietre dei fiumi, fino a pettinarla, a civilizzarla, a tesserla in coperta. Eugenio Celestino credeva molto nello sviluppo di questa fibra e investì nel primo ginestrificio, ideando un sistema per accelerare il processo di trasformazione. Un progetto che precorreva i tempi e che si potrebbe riprendere, per il rilancio di questa fibra vegetale che nasce spontanea. Qui al museo abbiamo un prezioso arazzo che la celebra, nel quale sono intessuti i versi di Leopardi ‘Odorata ginestra, Contenta dei deserti…’. Un pezzo nel quale poesia, imprenditoria e attività tradizionale sono tessuti insieme”.
E oggi? “Anche noi abbiamo subito spopolamento e crisi. È passato il tempo in cui non c’era casa che non possedesse telaio, non c’era donna che non sapesse tessere. Tempo in cui per i vicoli di Longobucco si sentiva il suono del lavoro, quel ‘tricche, tracche, tra…’ di cui poeta Vincenzo Padula: “Tra quelle fila, ahimè, l’anima mia / Al par della tua spola, or viene, or va, e vi rimane presa all’armonia di quel dolce tricche, tracche, tra…” . Ma siamo fiduciosi in una ripresa della nostra arte secolare da parte delle nuove generazioni, anche attraverso le tante visite che organizziamo per alunni delle elementari e studenti di ogni classe, attraverso la nostra scuola che offre corsi specifici, e il nostro laboratorio che continua a produrre tessuti pregiati, anche per l’alta moda”.
A Longobucco si impara che tessere è lavoro, è cultura, è creazione, è arte, è meditazione, lo hanno sempre fatto figlie, madri e regine, perché tra le mani della donna c’è la trama della vita.

Dicembre 2017