Per sessanta anni il tedesco Gerhard Rohlfs ha studiato i dialetti calabresi. A lui si deve la scoperta che il greco parlato è ancora quello degli antichi coloni della Magna Grecia.

di Patrizia Giancotti

Aveva un biglietto da visita un po’ ingombrante. Dr. Gerhard Rohlfs: linguista, glottologo, filologo, professore di filologia presso la Universität München LMU, professore onorario presso l’Università di Tubinga, Dr. H.C. delle Università di Atene, Palermo, Torino e Lecce, membro dell’Accademia di Bayerischen Wissenschaften, consigliere d’onore del Consiglio della Ricerca Scientifica di Madrid, socio corrispondente dell’Accademia della Crusca di Firenze e dei Lincei di Roma, socio d’onore della Società di Storia Patria per la Puglia. Con queste credenziali assiepate in un rettangolino di cartone, il berlinese Gerhard Rohlfs, nato il 16 luglio del 1892, passò oltre sessant’anni della sua vita a studiare i dialetti italiani, in particolare quelli dell’entroterra calabrese, percorrendo a piedi e a dorso di mulo le impervie montagne dell’Aspromonte e della Sila, studiando, scrivendo, godendo dell’amicizia dei suoi informatori con i quali condivideva il racconto, il pasto e il vino.
Ma come ci era arrivato questo dotto tedesco tra le montagne della Calabria? Tutto cominciò con un incontro avvenuto durante la prima guerra mondiale in un campo di prigionieri, dove ascoltò per la prima volta la varietà dei dialetti italiani, restando affascinato dalla parlata di un gruppo di ragazzi ai quali chiese: <<Siete greci?>>, <<No, siamo calabresi>>, risposero. Inspiegabilmente folgorato dal fascino di quei suoni, il giovane Gerhard si ripromise in quel momento di lasciare gli studi di botanica che pure lo appassionavano, per immergersi nella ricerca glottologica e nella dialettologia dell’Italia meridionale, in particolare di quella calabrese. Finita la guerra, sull’onda del Gran Tour, il viaggio “iniziatico” attraverso il quale altri tedeschi, tra i quali Goethe alla fine del ‘700, avevano conosciuto e amato l’Italia, Rohlfs inizia a conoscere il nostro paese in prima persona. Ma se per Goethe viaggiare tra ginestre e limonaie fiorite rappresentava essenzialmente un’esperienza estetica ed emotiva da trasformare in scrittura, per Rohlfs il viaggio in Italia era piuttosto un’occasione di carattere antropologico. Viaggiare serviva per conoscere l’uomo e il paese in cui viveva, con le sue tradizioni e devozioni, con i suoi mestieri e le sue usanze alimentari e, soprattutto, era un mezzo per studiare sul campo il modo in cui tutto questo veniva espresso. La sua attitudine rispecchiava un desiderio di conoscenza per l’Italia e per la sua cultura classica molto “tedesco”, ma filtrato da una sensibilità tutta personale per l’aspetto linguistico, rivelatore di cultura e civiltà. La lingua, il dialetto locale da lui stesso studiato e poi utilizzato per comunicare con quel mondo, era anche il mezzo più efficace per stabilire relazioni autentiche e per entrare in possesso di quante più informazioni possibili, a cominciare dal suo primo viaggio verso il nostro Sud, che risale al 1914. Con lo zaino sulle spalle e prevalentemente a piedi, Rohlfs percorse i chilometri che dalla Svizzera lo portarono in Puglia in cinquanta giorni, percorrendo le strade battute dalla gente più umile, fermandosi a familiarizzare nelle osterie dei paesi interni, dormendo nelle case dei contadini e in piccole locande. “Conversando con i contadini, fui davvero sorpreso dall’incredibile varietà dei dialetti italiani”, scriverà in seguito. E ben presto li parlerà tutti i nostri dialetti, anche quelli più impervi, assumendo sovente perfino il ruolo d’interprete tra italiani che non si capivano tra loro. Dal Nord al Sud dell’Italia, dal continente alle isole, Rolhfs era in grado di parlare a ognuno nel suo dialetto, cosa che lo metteva sullo stesso piano dell’ interlocutore, e subito lo rendeva affine, “paesano”. Sarà questo approccio, che inorgogliva l’autoctono stupito e orgoglioso di sentire uno straniero parlare il proprio idioma, a consentirgli di conoscere a fondo l’interno della Calabria con le sue tante parlate, compreso il greco-calabro, i cui suoni arcaici aveva ascoltato per la prima volta in Germania, tra i prigionieri di guerra.
Rohlfs viaggerà in Calabria dal 1921 al 1983, sostando in 365 paesi, frequentando le osterie dei piccoli centri aspromontani, le locande dell’entroterra silano e familiarizzando il più possibile con gli abitanti. Quando arrivò era già docente di filologia romanza in Germania e aveva in tasca una lettera di presentazione importante scritta da Benedetto Croce in persona, che all’occorrenza mostrava in campo accademico. Ma non era certo quella a spalancargli le porte di contadini e pastori che lo accoglievano nelle loro case con una minestra calda e un pezzo di formaggio. Infatti, nonostante fosse straniero, per di più tedesco e il suo lavoro attraversò anche il periodo bellico, non ebbe mai bisogno di lasciapassare: da un lato Rohlfs beneficiava di quella speciale attitudine all’ospitalità che nella Calabria greca si chiama ancora filoxenìa, l’amore per il forestiero, per il viandante sotto le cui spoglie si può sempre nascondere un dio, dall’altro si avvaleva della sua proverbiale affabilità, della sua curiosità partecipativa, del suo amabile sorriso.
Iniziò con lo scoprire le differenze linguistiche tra la Calabria latina, a nord della linea Lamezia-Squillace, e la Calabria greca del reggino. “Quando venni per la prima volta in Calabria – scriverà in proposito – rimasi colpito dalla fisionomia e dalla particolare distribuzione dei dialetti: situazione che si manifesta in un evidente opposizione etnica e in un particolarissimo dualismo dei dialetti. Vien da pensare a una Calabria latina e a una Calabria greca, ossia ellenizzata, ben evidenziata anche dai costumi dei contadini. Ad esempio, a Nord di Tiriolo, cioè nella Calabria di Cosenza, i contadini portavano il cappello calabrese, lu cappiellu pizzuti. A Sud di Nicastro si usava invece la beretta lunga a forma di sacco: a berritta longa di stampo greco.”
In questa parte meridionale della Calabria, c’era poi un’area particolarmente impervia che divenne territorio d’elezione per i suoi studi: la Bovesia, dove il greco antico era, e in piccola parte lo è ancora, lingua viva. I pochi studiosi italiani che allora si erano accorti di questa incredibile sopravvivenza, avevano fatto risalire la grecità linguistica esclusivamente al periodo bizantino, soprattutto al x secolo, epoca di intensa colonizzazione monastica basiliana. Dopo attenti studi Rolhfs annuncia invece la sua tesi, quella di una trasmissione ininterrotta dell’ellenismo calabrese ex temporibus antiquis, cioè direttamente dalla Magna Grecia. Ciò equivaleva a sostenere che il latino, sostituitosi alle lingue locali in tutto l’impero, non sarebbe penetrato in questa parte della Calabria, se non superficialmente, senza cioè riuscire a sostituirsi completamente al greco. La sua tesi si basa sulla persistenza di profonde tracce di grecità nel lessico e nella sintassi, così come nell’onomastica e nella toponomastica della Calabria meridionale, e sulla presenza di numerosi elementi arcaici, in particolare di origine dorica, ormai scomparsi dal greco moderno. Ciò dimostrerebbe come quella zona ellenofona non fosse un’enclave isolata all’interno di un’area latina, bensì quello che rimane di una ben più vasta area di lingua e cultura greca, abitata da una popolazione autoctona di stampo greco. Le tesi di Rohlfs suscitarono quasi un secolo e mezzo di accese polemiche tra gli studiosi ed ebbero importanti ripercussioni sotto il fascismo, quando la centralità di Roma, l’omologazione linguistica, l’abolizione dei dialetti erano utilizzati come strumenti politici. Scriverà Rohlf ai detrattori della sua teoria: “Soltanto chi abbia visitato personalmente a dorso di asino su sentieri impraticabili paesi così remoti come Roghudi, Roccaforte, Bova, Africo, Pentedattilo, potrà comprendere perché precisamente in questa zona la lingua greca abbia potuto resistere tanto tempo”.
In sessantacinque anni di indagini il patrimonio linguistico calabrese viene da Rohlfs passato al setaccio, registrato, catalogato, studiato e fotografato con indagini a tappeto che dall’analisi della parola, passano alle strutture sintattiche, alle frasi idiomatiche, alle usanze del quotidiano contadino e pastorale, includendo proverbi, giochi, nomi, cognomi e soprannomi. Mettendo rigorosamente in pratica la tradizione scientifica della cultura tedesca, Rohlfs teneva a saldare i suoi studi alla realtà concreta del quotidiano, legando Wort und Sache, la parola e la cosa, anche attraverso la fotografia, prezioso strumento per le sue ricerche. Documentazione fotografica, di cui ha lasciato ampia testimonianza, che effettuò sempre con criterio scientifico, senza lasciare nulla al caso: ritratti, foto posate, nelle quali si chiedeva al soggetto di circondarsi dei propri oggetti di lavoro, o di mostrarsi nei propri abiti tradizionali. Immagini potenti, come quelle che lo ritraggono al lavoro, con amici e informatori e che oggi, attraverso il suo sguardo curioso, la mano poggiata sulla spalla del contadino, la sua attitudine rispettosa, ci rivelano l’ammirazione che lo studioso tedesco provava nei confronti di questa cultura tanto antica, della gente che lo aveva accolto, della Calabria che tanto amava e che, fin dai suoi primi viaggi, considerò ingiustamente bistrattata. Già nel 1921, riflettendo sul contrasto tra la pessima fama dei calabresi al di fuori della regione e la loro reale maniera di vivere, di rapportarsi e di esprimersi, scriveva: “Calabria! Quali foschi e raccapriccianti ricordi non si destano in Germania al pronunziare il nome di questo estremo ed inaccessibile nido del brigantaggio! Quale ripugnanza ed orrore non persistono tuttavia, anche a Milano e a Roma, per questa terra famosa, dolorante e malnata; così miseramente e ingiustamente dallo Stato negletta… In questa Terra imbevuta della cultura di parecchi secoli, nella quale tante nazioni si avvicendarono l’una dopo l’altra, ogni fiume, ogni pietra, ogni paesello annidato su di una rupe rappresenta il fulcro di memorie storiche; e da tutta la superficie sua spira il soffio di un antico e venerabile tempo”.
La stessa modalità delle sue ricerche, il modo di rapportarsi con la gente e la maniera in cui proponeva le domande per compilare i suoi questionari, puntavano a dare valore all’oggetto dei suoi studi e quindi alla persona che ne era portatrice e che in quel momento si trovava seduta proprio di fronte a lui. Nella casa del contadino, nell’aia, nei campi, tra e capre, nella piazza del paese, nella trattoria, i suoi colloqui acquistavano un’aura magico-religiosa, assumendo, con il tavolino di legno, i fogli bianchi del questionario e la penna, la sacralità di un rito, di cui Rohlfs e l’intervistato si facevano officianti. Sulla pagina bianca posta tra lui e il suo informatore, restava depositata una testimonianza che avrebbe contribuito a fortificare la consapevolezza di un intero popolo, traghettando quell’antica lingua dalla trasmissione orale al sapere scritto. “Archeologo delle parole”, consapevole del suo privilegio, Rohlfs penetrava la miniera linguistica dell’Aspromonte, riportando alla luce, insieme agli elementi vivi di civiltà remotissime e al patrimonio immateriale, una vena aurifera che si credeva esaurita. Il suo lavoro includeva vere e proprie stratigrafie di fonti storiche comparate alla memoria culturale dei popoli, metodo esplicitato in Scavi linguistici della Magna Grecia (1932), ma applicato fin dal 1922, come concetto di “scavo linguistico”, ai dialetti della Calabria. Le sue ricerche, le sue teorie e i suoi metodi di studio furono sempre frutto di conquiste ottenute sul campo, letteralmente camminando, zu fuss, “non con la testa, bensì con i piedi”, che egli stesso considerò l’unico mezzo capace di assicurargli una conoscenza profonda della terra affidata alle sue indagini. Ancora oggi, a Bova, Condofuri, Roghudi e Gallicianò alcuni anziani ricordano i giorni in cui il professore tedesco, u tedescu, con i suoi bianchissimi capelli e il sorriso affabile, raggiungeva a piedi i più isolati centri del suo amato Aspromonte greco.
Nel corso degli anni Rohlfs strinse forti legami di amicizia con molti studiosi calabresi, che, anche stimolati dai suoi studi, a partire dagli anni sessanta diedero vita a numerose associazioni per la valorizzazione di questo patrimonio linguistico e culturale. Fenomeno che negli ultimi anni è stato incrementato non solo con l’ideazione di corsi specifichi di lingua e cultura greco-calabra, ma con l’interessamento di giovani linguisti, parlanti l’antico idioma, che interagiscono con importanti ambiti accademici internazionali, come quello dell’università di Cambridge. Di questo nuovo corso fa parte anche l’apertura del Museo della Lingua Greco-Calabra intitolato proprio a Gerhard Rohlfs, inaugurato il 21 maggio 2016 nel borgo greco-calabro di Bova che u tesdescu amò particolarmente e dal quale, ricambiato, ricevette la cittadinanza onoraria il 18 marzo 1968. Il Museo, voluto proprio dal Comune della piccola capitale della Bovesia, allestito con il contributo del Parco Nazionale dell’Aspromonte e del Gal Area Grecanica, custodisce, tra l’altro, numerose fotografie in grande formato scattate dal glottologo tedesco, suoi testi e oggetti da lui collezionati che, insieme ad altri manufatti della civiltà contadina, alle coperte di ginestra, ai collari intagliati, alle musulupare, costituiscono il corpus espotivo. Ideato e realizzato da Pasquale Faenza, curatore, storico dell’arte, da anni impegnato nella promozione dei beni culturali della Calabria greca, il Museo Gerhard Rohlfs è soprattutto un excursus nel patrimonio linguistico dell’area, un’immersione nella ricchezza lessicale di una lingua di cui si vuole promuovere la conoscenza, che, sebbene fragile e a rischio scomparsa, è ancora parlata su queste montagne. Il giorno dell’inaugurazione, insieme alle autorità del Parco Nazionale dell’Aspromonte, al Sindaco di Bova Santo Casile e ai numerosi intervenuti, fece la sua comparsa anche un uomo dai capelli bianchi e dal sorriso divertito che qualcuno ha riconosciuto. Arrivato appositamente in volo da Berlino, era Eckhart Rohlfs, figlio di Gerhard, pronto a tagliare il nastro e ad aprire il museo dedicato all’uomo che studiò appassionatamente il dialetto calabrese, lasciando molto materiale etnografico e quindici importanti opere sull’argomento. Da qui, proprio all’ingresso del borgo di Bova, lo sguardo si può tuffare da quasi mille metri verso il mare, vista particolarmente cara al brillante dialettologo berlinese, scomparso a Tubinga il 12 settembre del 1986, che qui a lungo soggiornò tra i tanti amici. A loro e ai calabresi tutti, Gerhard Rohlfs volle solennemente dedicare il suo “Nuovo Dizionario Dialettale della Calabria” con parole che sono una dichiarazione d’amore e che ora chiunque può leggere, tra il mare e la montagna, sulla facciata del museo a lui dedicato: “A voi fieri calabresi che accoglieste ospitali me straniero, nelle ricerche e indagini infaticabili cooperando alla raccolta di questi materiali, dedico questo libro che racchiude nelle sue pagine il tesoro di vita del vostro nobile linguaggio”.

Dicembre 2017