Mattino presto. Il pastore è nella casa di pietre. Manca un’intera parete. Come uno squarcio che si spalanca sulla valle. Dentro, un forno per il pane e un fuoco di legna ormai spento.

Ha munto le capre prima dell’alba. Poi le ha lasciate andar per monti, al pascolo brado. Le mani color bronzo premono la ricotta ancora calda. Intento a produrre quel cibo aurorale. Ma, nello stesso tempo, ascolta il mio racconto. Di quando venni qui, tanti anni fa, dopo aver visto la valle, come un tuffo al cuore, dalla cima di Croce di Melìa (dal greco: frassino). Il pastore esclama sorpreso: “Quanti cosi v’arricurdati!”. Dei miei cammini ricordo tutto! Vincenzo Romeo è il nome. “Romei”, cioè romani, erano i bizantini, che per secoli tennero queste terre. Ci offre da mangiare. Perché qui vige la filoxenia, l’ospitalità sacra verso il forestiero che bussa alla tua porta, di cui ha scritto Patrizia Giancotti nel libro omonimo. Per gli antichi greci il forestiero poteva essere un dio sotto mentite spoglie. Un dio che mette alla prova la tua generosità. Nella vallata della fiumara Amendolea tutto è greco. Anche il nome del luogo: Santa Trada (Santa Trinità). Il pastore sta involontariamente interpretando i personaggi dell’incipit di “Gente in Aspromonte” di Corrado Alvaro. Ma è vero, reale. Pure a distanza di tanti decenni dall’ammonizione di Alvaro (“è una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie”), quella civiltà non è ancora scomparsa. Quando Romeo spreme la ricotta ha un fare ieratico. Non conosce gli studi di Mircea Eliade, ma sa bene che quel semplice gesto ha qualcosa di sacrale. E va eseguito con concentrazione, con rispetto, con fede, con gratitudine. Come in un rito religioso. Scendiamo sul greto. Tutt’intorno i resti di terrazzamenti, coltivi, pascoli, frutteti. Ora è quasi tutto abbandonato. Alchimia cromatica, fra il verde smeraldo dell’acqua, il biancore abbacinante dei massi levigati, il giallo e il marrone delle pendici dirupate. Risaliamo il corso del fiume intimoriti dal potere che emana il luogo. E poi c’è il pericolo. A ogni passo una pietra potrebbe caderti addosso dall’alto, uno scivolone potrebbe produrti serie ferite. Interminabile susseguirsi di sali-scendi su rocce. E guadi con l’acqua sino alla cintola. Trote diguazzano nelle pozze. Sparvieri e poiane solcano il cielo. Poi il primo grande cerchio di cristallo e la cascata della Linnha. Larga, su un gradino a semicerchio. E’ quella che vidi dall’alto ma che non raggiunsi mai. Poi un complicato aggiramento per salire al di sopra. E proseguire ancora fino alla seconda cascata, Castanò, un alto salto furioso in una nicchia oscura, in più punti splendente di barbagli adamantini. E poi il ritorno, attento, cauto. E la risalita a Santa Trada, in una calura terribile. Nell’ora panica, la controra, in cui pastori e contadini se ne stanno al chiuso o all’ombra per non essere rapiti dagli spiriti vaganti. Da sotto il pergolato osserviamo le pendici della valle. Hanno un aspetto andino. Sono percorse da frane ciclopiche, cosparse di boscaglie inestricabili. Vediamo i “sentieri inca” aggrappati sugli strapiombi. Su fino al casello forestale di Croce di Melìa per il commiato dal pastore. È con la moglie e con uno dei figli. Ci sono, quassù, una solitudine e un silenzio che potrebbero farti impazzire. Ma anche salvarti. Ho qui tutto quel che mi basta. Ho qui la mia musica: il frinire delle cicale. Ho qui il cibo offerto dal pastore. Fatto con quelle mani callose. Ho qui l’acqua di fonte e il vino. Ho le membra dolenti di chi si è conquistato una meta con fatica. Ho l’odore del timo nelle narici. Ho il profumo di resina dei pini e il sentore delle capre. Odo una frase: “Signuri chi allu poviru dunasti la ricchizza della povertati”, come recitava un antico detto calabrese e come puntualmente notò Giuseppe Berto, che in Calabria è sepolto. Amo questi luoghi severi, questa gente semplice e austera. Sono la prova vivente che non tutta l’umanità è perduta. Che il passato non è morto e può riconnetterci al futuro. Un futuro migliore di quello che follemente, pervicacemente ci stiamo costruendo con la nostra incoscienza, la nostra presunzione, la nostra avidità.