Duecentocinquanta metri quadrati di immagini disegnate su un’unica parete per raccontare le migrazioni nel Mediterraneo. È la nuova Calabria di Smoe, street artist calabrese. Un racconto, dice, che sfonda ogni cornice

di Alessia Franco
Fotografie di Oreste Montebello

Smoe non ama fare conoscere nome e cognome quando si parla della sua attività artistica. E non lo fa per un vezzo: dietro quel “preferirei di no” – ripetuto con cortesia, ma con puntuale fermezza – si nasconde l’idea che siano i suoi lavori a parlare per lui. E il suo tag, certo: la firma di chi fa graffiti.
E lui a farli ha iniziato giovanissimo, a dodici anni, firmandosi proprio con quelle quattro lettere che insieme formavano quasi un disegno.
“Mi rimandavano a un terremoto – dice l’artista di Catanzaro – senza un perché. Ma che quel tag, insieme al contatto con la natura e con altri amici che come me facevano graffiti e come me avevano un altro modo di sentire, abbia cambiato la mia vita, quello sì. Senza dubbio. La natura della Calabria mi ha fornito tutti gli strumenti per esprimermi. Probabilmente, se fossi nato a Roma avrei iniziato dai muri delle periferie. Qui ci sono i boschi, c’è il mare”.
Quando non si andava a scuola, Smoe e i suoi amici non cercavano le matinée in discoteca, né gironzolavano annoiati per la città: andavano nei boschi vicini al centro abitato e facevano hip-hop. Due monosillabi che racchiudono un variopinto microcosmo: “Dietro questa parola si nasconde un mondo – conferma l’artista – in cui si stava insieme, ci si sfidava a suon di rime e di colori, con la break dance. Ma erano sfide costruttive, le nostre, e il confronto serve sempre a crescere”.
Con un occhio alla Sila e un altro al mare, Catanzaro è il luogo ideale dove sperimentare i propri graffiti negli hall of fame disseminati per il territorio: sono luoghi in cui è legale disegnare. Niente corse, quindi, ma tutto il tempo che si vuole per realizzare in pace la propria idea. E i graffiti, spesso, si trasformano in quadri senza cornice, per tutti.
Prima dell’avvento di smartphone e macchine digitali, i writer fotografavano con i vecchi mezzi tutto quello che facevano, per paura che l’usura del tempo deteriorasse il progetto originario. Ora i tempi sono cambiati ed è molto più facile fare circolare graffiti e idee quasi in tempo reale. Gli anni passano, Smoe fa diciotto anni e va a studiare fuori. A Roma. “Emigrare”: usa questa parola, e suona strano. “Perché? Emigrare per me significa lasciare casa per arrivare in un altrove, iniziare un’altra vita. Costruire, attraversare luoghi. In questo senso sono andato a cercare fortuna: studiando, viaggiando per l’Europa, da Amsterdam alla Spagna”. Sono anni in cui Smoe si confronta con i grandi del suo mondo, con cui dipinge, da cui impara. Inizia a vivere con il suo mestiere, quello di street artist, che all’estero è ampiamente riconosciuto. Ma da gennaio di quest’anno decide di tornare, di scommettere su una terra, la sua, che se gli ha fornito gli strumenti ora gli dà pane per i suoi denti. Una nuova sfida, una scommessa.
Non vuole più lavorare fuori, non solo almeno, e nella sua Calabria porta uno schiaffo e una carezza. Nasce il progetto “Emigranti”, proprio alle porte di Catanzaro. Un disegno dolce e amaro – un progetto patrocinato dal Comune – che racconta l’emigrazione in termini universali: quella dei nonni in viaggio verso il nuovo mondo, con le valigie di cartone e gli sguardi secchi, quella di adesso. È un concetto universale che si declina nei cieli color ocra e nelle sagome grigie, in attesa di qualcosa. Un pugno e una carezza, per ricordare quello che eravamo, da dove veniamo.
Un promemoria che continua, aggiornato. È l’Anas Catanzaro a volere una nuova opera di Smoe, stavolta su un’infrastruttura alle porte di Catanzaro Lido, allo svincolo Nalini.
“Meridianam è l’evoluzione del progetto Emigranti – racconta il writer – nato dopo sopralluoghi e riflessioni. Un disegno grande duecentoquaranta metri quadrati, su una lunghezza di sessantaquattro metri, in cui racconto per immagini le migrazioni nel Mediterraneo. È come dire: oggi accade questo, in un lungo racconto, che sfonda ogni cornice”. Studi e formazione a parte, forse davvero molto del bagaglio culturale e artistico di Smoe sono da rintracciare in quel contatto con la natura che ha sempre fatto parte della sua vita fin dall’infanzia, a cominciare dal nonno, che gli ha insegnato ad amare la campagna. Ora, anche in Calabria, iniziano a esserci i primi committenti privati, che decidono di arredare casa a partire proprio da un’esperienza forte, come lo sono i graffiti di Smoe. “Mi rendo conto – dice – che accettare la sfida di tornare nella mia terra ha un che di surreale. Tra le esperienze più belle di questa nuova fase della mia vita c’è il workshop con i detenuti del carcere minorile di Catanzaro. All’inizio, i ragazzi volevano disegnare soggetti familiari, come i loro volti, o ancora catene, lucchetti. Poi siamo arrivati a pensare a qualcosa d’altro. Ne è venuto fuori un trompe l’oeil: abbiamo disegnato un buco nel muro del cortile in cui avevano l’ora d’aria. Un’apertura da dove si vedeva il mare, con il suo orizzonte”. Una sfida anche questa, stavolta contro muri altissimi, immateriali prima ancora che di cemento.

Dicembre 2017