Pluripremiato regista, sempre lontano dai riflettori della mondanità, Gianni Amelio racconta la sua assoluta passione per la regia. Una storia cominciata nel cinema Teatro Politeama Italia di Catanzaro

di Antonella Filippi
foto Claudio Iannone

Scrive Gianni Amelio nella prefazione del suo libro “Il vizio del cinema”. “Ho smesso da tempo di fumare, bevo con moderazione, e in quanto ai peccati capitali non li pratico proprio tutti e sette. Se andrò all’inferno, com’è probabile, sarà per aver abusato del cinema, fin da ragazzino”. Conseguenze dell’abuso? L’impossibilità di resistere senza girare. L’incontrollabile voglia che lo spinge a ricominciare, immemore di problemi e fatiche precedenti. Dichiara lui: “Come le donne che finiscono per dimenticare i dolori del parto poco dopo che hanno abbracciato il loro bambino. Fare cinema è un piccolo parto. Per quel figlio che metti al mondo sei disposto perfino a frequentare i festival”.
Cominciamo da lontano. Primo film: “Gilda” con Rita Hayworth, all’antico cine-teatro Politeama Italia di Catanzaro. Primo spettacolo teatrale: “Il diario di Anna Frank”, messo in scena dalla Compagnia dei Giovani, sempre lì, all’antico cine-teatro Politeama Italia di Catanzaro. Due debutti che hanno segnato il giovane Amelio: “Il Politeama era un luogo mitico quand’ero ragazzo”, ammette. E aggiunge: “Catanzaro, dove ho frequentato il liceo classico “Galluppi”, era per me anche un luogo di felicità. No, non ci torno spesso, perché quella condizione non si ripete più, sono passati gli anni e tante figure, tra amici e familiari, sono scomparse. L’ultima volta sono tornato per seppellire mia nonna, la persona più importante della mia vita, alla quale devo gran parte di quello che sono riuscito a fare da grande”.
È un regista solitario, irregolare, fuori dagli schemi, Amelio. Ha scritto e diretto film profetici, drammatici, moralmente forti. Ma non è un predicatore, non ama comizi e proclami. E non guida la macchina: “Mio padre faceva l’autista, io ho faticato parecchio a prendere la patente e adesso guido in maniera micidiale”. Non fa vita mondana, adora le nipotine Alida, Sara e Audina, figlie del suo figlio adottivo albanese, Luan. Con un po’ di amarezza sottolinea nelle interviste: “A mio figlio ho dato ciò che avrei voluto ricevere io quando avevo 16 anni: qualcuno che mi adottasse, che mi offrisse una possibilità”.
Professionalmente è un elenco infinito di premi: “Con Porte aperte” vinse il Nastro d’argento e ottenne la nomination all’Oscar come miglior film straniero; con “Il ladro di bambini” arrivarono David di Donatello e Nastro d’argento, con “Lamerica” ha portato a casa ancora un Nastro d’argento; con “Così ridevano” ha fatto suo pure il Leone d’oro a Venezia, con “Le chiavi di casa” il Nastro d’argento. Ultimo film “La tenerezza”: “Finora sono sempre stato più giovane o più vecchio del protagonista. Stavolta condivido con il personaggio di Lorenzo un sentimento in apparenza negativo, quel senso di irritazione che spesso hai con le persone che ti vogliono bene quando diventano troppo premurose con te, con quella tenerezza che ti aiuta quando brancoli ma che non ti trasforma in qualcosa che ti disturba e ti toglie la libertà. Ti fanno sentire un’età che tu non vorresti sentire o che comunque dentro non senti. Ti avvertono, insomma, che non sei più giovane”. Lui di anni ne ha 72: “I 70 anni sono un’età difficile, ma facilissima. Da un lato si ha una maturità acquista nel tempo che ci rende forti e per molti versi migliori, ma c’è il rovescio della medaglia, non si è più forti come un giovane e, purtroppo, molte cose non si riescono a far più. Io sono un calabrese anomalo, ma dei calabresi conservo l’ostinazione”. Ancora la sua Calabria: “Penso di averla ritrovata in giro per il mondo, in Albania, in Cina, in Algeria. È una terra generosa abitata da un popolo altruista. In molti miei film c’è l’impronta del paese in cui sono nato, San Pietro Magisano, dove ho vissuto fino ai dodici anni. E adoro mangiare cicoria e patate con olio e peperoncino”. Racconta la telefonata più importante della vita: “A vent’
anni, di passaggio a Roma, ho avuto la sfrontatezza di fare una telefonata a Vittorio De Seta, che aveva già fatto “Banditi a Orgosolo”, e lui mi ha ingaggiato per il film che stava preparando, offrendomi pure un modesto settimanale. Era una pacchia. Mi svegliavo alle quattro di mattina, per paura di arrivare in ritardo alla convocazione, mentre la troupe ancora dormiva beata. Ho avuto bisogno di tempo per metabolizzare la fortuna che mi era arrivata addosso”. E lo spaesamento con i messaggini moderni: “La rivoluzione tecnologica mi ha spiazzato, condividere i messaggini con un giovane mi fa vergognare, mi sembra di fare gesti che non mi appartengono, temo di non essere all’altezza. Tendenzialmente io telefonerei, i giovani scrivono, io direi ti amo a qualcuno con la voce, non con un sms con il cuoricino. Mi sento buffo e fuori dal mondo”. Per questo torna al passato: “Ho conosciuto un uomo straordinario che era Monicelli e che la pensava come me quando diceva che si sarebbe incazzato come una belva quando non avrebbe più potuto pulire casa o fare la spesa”.
Ancora più indietro, alla nonna che lo spinse a studiare filosofia a Messina. Gli piace ricordare: “Avevo quindici anni. Mio padre era tornato dall’Argentina da appena due giorni. Mia madre gli dice: esci un po’ con tuo figlio. Così andiamo sul corso, e passiamo davanti all’edicola dove è esposto il numero di ‘Cinema nuovo’ con in copertina la foto di Jeanne Moreau in ‘Ascensore per il patibolo’. Volevo quella rivista, e quella foto, ma costava 400 lire. Mio padre era arrivato senza portarmi alcun regalo, gli chiedo di comprarmi quel giornale. Ma lui mi risponde: ‘Con i soldi ci si compra il pane, non la carta’. Quel giorno, l’ho odiato con tutte le mie forze”.
Il suo mondo poetico ne è stato influenzato: carnali o putativi, i padri sono assenti o lontani o inadempienti. Il suo è un mondo declinato al maschile, pur permeato da sensibilità e tenerezze femminili, l’assenza di storie d’amore è una costante. Un coming out tardivo, pochi anni fa, il suo. Accompagnato da queste parole: “Altri dovrebbero essere i coming out davvero importanti, di chi froda il fisco per esempio, di chi usa la politica per arricchirsi. Comunque, chi ha una vita molto visibile, ha il dovere della sincerità: e allora sì, lo dico per tutti gli omosessuali, felici o no, io sono omosessuale”. Come costante di una vita, c’è l’impegno politico: “Brutto tasto, la politica. Ho sempre votato per il Pci, ho amato il pragmatismo di Palmiro Togliatti e avvertivo la luce di Enrico Berlinguer: mi sento orfano di quella forza, di quella guida insostituibile. Lo posso dire senza paura perché sono stato un vero sottoproletario, figlio e nipote di generazioni di emigranti, mangiavo carne una volta al mese, e quando da bambino chiesi a mia madre: chi sono i poveri? mi sentii rispondere: noi”.

Settembre 2017