Il famoso ispettore a fianco del commissario Montalbano è nella vita un attore di grande esperienza e più volte premiato. Nato a Domanico, in provincia di Cosenza, Peppino Mazzotta ha esordito con Giorgio Albertazzi e ha lavorato in decine di film. Una vita per lo spettacolo? Forse, ma non per sempre.

di Valerio Strati

Per tutti è l’ispettore Fazio che il commissario Montalbano dalla fine degli anni Novanta vuole al suo fianco per scovare assassini e mafiosi nella Vigata di Andrea Camilleri. Così milioni di italiani conoscono l’attore Peppino Mazzotta. La fiction Rai Il commissario Montalbano l’ha reso celebre, ma alle spalle ha una lunga carriera teatrale. Umile, riservato e disponibile, ha la serenità di chi ha fatto la gavetta e conosce le difficoltà del proprio lavoro. Non ama la mondanità né tantomeno apparire.
Sa che la notorietà può essere effimera ed è solo conseguenza di impegno, dedizione e professionalità. “Chi pensa di fare questo mestiere – dice Mazzotta – credendo di raggiungere facilmente il successo si sbaglia di grosso. Oggi molti giovani vogliono apparire. Desiderano diventare famosi come calciatori o modelle, ma questo lavoro si può fare solo se lo senti davvero. Se non ne puoi fare a meno. Non come una soluzione sbrigativa. Altrimenti non ci riesci o tutto passa in fretta. Su una percentuale enorme di chi ci prova pochissimi vanno avanti. Chi è raccomandato non dura troppo. Anche se restano dieci anni sulla cresta dell’onda poi crollano. Può sembrare un periodo lungo, ma cosa sono dieci anni nell’economia di una vita?”.
Mazzotta nasce a Domanico, in provincia di Cosenza, e si avvicina al teatro studiando in Calabria, all’Accademia di Palmi. La sua è una passione supportata da una grande dote, che Giorgio Albertazzi gli riconosce durante uno stage, coinvolgendolo in uno dei suoi più riusciti spettacoli. Dal ’93, infatti, recitando in Memorie di Adriano, dividerà con lui il palcoscenico in una tournée di due anni. La regia è di Maurizio Scaparro. È il periodo da scritturato: quindici anni tra i teatri di tutta Italia con registi del calibro di Toni Servillo, Franco Però, Alvaro Piccardi, Gigi Dall’Aglio e lo stesso Luca Zingaretti, collega nella riuscita serie.
A Napoli, con quattro ex colleghi di Accademia, fonda la compagnia Rosso Tiziano. Insieme lavorano per circa dieci anni, scrivendo, recitando e mettendo in scena i testi in collettivo. “è stata un’esperienza davvero memorabile – dice l’attore – Ancora oggi non mi capacito come sia nato un gruppo così longevo e coeso. Facevamo tutto insieme, senza gerarchie teatrali. Quando ci hanno chiesto di pubblicare un testo eravamo increduli perché non sapevamo come ricomporlo. La messa in scena era sempre frutto di un lavoro a più mani. Abbiamo allestito testi sui fisici Ettore Majorana, Robert Oppenheimer e sull’artista Pino Pascali. A Milano eravamo molto apprezzati e abbiamo avuto anche importanti riconoscimenti nazionali. Dopo l’esperienza con il collettivo ho fondato la compagnia Teatri del sud con Francesco Suriano, interpretando due suoi testi: La cascia ‘nfernali e L’arrobbafumu. Mi sono confrontato con il dialetto calabrese, una lingua asciutta e molto teatrale, su cui mi è piaciuto lavorare”.
Il cinema e la televisione arrivano solo dopo tanto teatro. Nel ’99 gira il suo primo film, Prima del tramonto, di Stefano Incerti, poi Domenica, di Wilma Labate, Noi credevamo, di Mario Martone, La misura del Confine e La velocità della luce, entrambi di Andrea Papini e Cado dalle nubi, di Gennaro Nunziante, sono alcune delle più importanti pellicole. L’ultimo del 2014 è Anime nere di Francesco Nunzi per il quale è candidato ai nastri d’argento come migliore attore protagonista. Attualmente, per la televisione, sta girando la seconda serie della fiction Solo, regia di Stefano Mordini, che andrà in onda su Canale 5 nel 2018. Dopo la prima, diretta da Michele Alhaique, con grande successo di pubblico, continua a vestire i panni del figlio di un boss della ndrangheta. Così, il suo volto buono, già apparso in Squadra antimafia, RIS-Delitti imperfetti o Il Capitano, per citare alcuni suoi lavori per la tv, resta impresso nell’immaginario anche nelle vesti di cattivo. “La visibilità che da televisione è enorme – racconta Mazzotta – Ricordo che la prima volta che fui scelto dal regista Alberto Sironi, nel ’97 dopo un provino, rifiutai perché impegnato in teatro. Non avrei mai creduto che mi avrebbe richiamato dopo un anno per propormi il personaggio che ancora oggi interpreto in Montalbano. Chi non mi ha visto a teatro o al cinema, sicuramente mi riconosce per merito del piccolo schermo. La fiction di Camilleri è vista da dieci milioni di spettatori e va in onda anche all’estero. Non solo nei Paesi europei, ma anche in Australia, Argentina, Russia e Stati Uniti. È normale che qualcosa cambi. La gente inizia a riconoscermi spesso. Mi fermano per foto e saluti. Quando sono in giro è come se mi sentissi sempre osservato. È una cosa che devi considerare. Anche se poi ti abitui. Una delle cose piacevoli è che è aumentata la qualità di ciò che mi propongono, non solo dal punto di vista economico. Sia al cinema che a teatro posso scegliere meglio”.
Ed è questa visibilità che oggi consente a Mazzotta di allestire spettacoli propri, anziché da scritturato. Uno dei suoi prossimi progetti sarà la messa in scena di un adattamento da lui curato dal testo Anime morte di Gogol. Probabilmente lo vedremo tra due anni perché la sua agenda è stracolma. A marzo 2017 debutta al Mercadante di Napoli, oggi Teatro Nazionale, con il testo da lui scritto e diretto Giuseppe Z, in cui narra la vicenda storica di un muratore calabrese, anarchico, che nel ’33 spara al presidente Roosevelt. Un racconto che tratta degli ultimi. Degli umili che si ribellano. C’è un rimando alle tematiche del capitalismo, dell’immigrazione e del razzismo legato ai migranti. In scena, proprio per i suoi impegni, resta solo per due settimane, ma riprenderà nella stagione del prossimo anno. Il teatro che sceglie di fare Mazzotta porta sempre a una riflessione intelligente. Come quando interpreta Illuminato a morte, trattando la pena capitale, o la violenza in ‘Nzularchia, testo vincitore del Premio Riccione per il teatro. O ancora la sete di potere raccontata in Radio Argo, premio nazionale della critica e premio Annibale Ruccello. Una riscrittura contemporanea dell’Oresta in cui interpreta cinque personaggi della tragedia greca. Spettacolo prodotto da una compagnia calabrese. Perché la sua terra madre è sempre vicina. “Ho un ottimo rapporto con la Calabria – dice l’attore – torno spesso. Sostengo iniziative come la direzione artistica del Riace festival, manifestazione di cinema e teatro organizzata dal comune sito nella provincia reggina. Esempio primo di integrazione dei migranti. Sono un amante della barca a vela e dò una mano, come testimonial mediatico, al club velico di Crotone, il secondo circolo di vela italiano. Collaboro anche con l’Università di Cosenza e ho tanti amici e colleghi che stimo. Come a Castrovillari, dove sorge l’eccellente compagnia Scena Verticale, con il suo importante festival Primavera dei Teatri.Se da una parte consiglierei ai giovani di andar via, non solo dalla Calabria ma dall’Italia, dall’altra sono convinto che quando vuoi davvero una cosa la fai, in qualunque luogo tu sia. E poi stiamo vivendo un buon momento dal punto di vista creativo. Anche se economicamente non va bene credo in un veloce recupero”.
Mazzotta è ottimista per il futuro. Cosciente che la Calabria sia sganciata dai collegamenti e i rapporti con il resto della nazione, crede però che arriverà il momento in cui sarà traghettata in Europa, come il resto d’Italia. È un attore che ha tanti interessi fuori dal lavoro e sebbene ami il suo mestiere lo considera transitorio. Come se nella sua vita ci fosse una missione altra. È già stato testimonial di Amnesty International e non esclude che il rapporto con l’organizzazione si possa sviluppare. “Non mi vedo invecchiare facendo l’attore – dice Mazzotta – Una volta libero dagli impegni lavorativi, ci sarà un giorno in cui mi vorrò dedicare all’attivismo. Prossimamente andrò in Siria ad aiutare i bambini dei campi profughi. Portando soldi, alimenti o dando un sostegno psicologico e favorendo il ricongiungimento familiare”.

Dicembre 2017