Con il suo ultimo film il regista siciliano ha ottenuto quattro nomination all’Oscar. Il segreto? “Lavorare con persone che si amano e che vi amano molto”

di Marta Gentilucci

Il maglione che indossava alla Berlinale 67, con la scritta “It seemed to be the end until the next beginning” (sembrava fosse la fine fino al nuovo inizio), ha portato fortuna. La fine (amara) dei Golden Globe mancati, l’inizio della corsa per il premio cinematografico più importante e antico al mond.

Così Luca Guadagnino, occhi leggermente assonnati di chi ha messo la sveglia troppo presto, in conferenza stampa a Roma, sorride fiero mentre commenta le quattro candidature all’Oscar per il suo Chiamami col tuo nome: miglior film, miglior attore protagonista, migliore sceneggiatura non originale (James Ivory) e migliore canzone (Sufjan Stevens – Mistery of Love). “Sono felice e orgoglioso, anche se ho dormito davvero poco”. “Ho ricevuto un sms da una mia vecchia amica – racconta divertito – che mi ha ricordato come venti anni fa, sulla linea bus del 64 che porta al Vaticano, le avevo detto: ‘sicuramente non diventerò mai Papa, ma chissà, forse riuscirò ad avere una nomination agli Oscar’ ”.

Ultimo capitolo, la corsa per le statuette dorate, di una stagione dei premi vissuta da protagonista: il record di nomination agli Independent Spirit Awards (sei!), i Gotham, i riconoscimenti del National Board of Review, i premi del New York Film Critics Circle, l’accoglienza strepitosa di pubblico e critica. “È tutto molto strano e bello, ma una cosa è certa, ora capisco meglio come passione e inaspettato vanno alla fine a braccetto”.

Si è definito un “siciliano allampanato”, uno che ha amato il cinema e la fotografia fin da bambino, che a otto anni aveva già una Super8, a dieci sfogliava i cataloghi di Robert Mapplethorpe nella libreria Sellerio e a diciotto guardava Renoir nella videoteca di Franco Maresco. Ma la sicilianità è solo un tratto, quello iniziale, del suo DNA. Come André Aciman, lo scrittore del libro da cui ha tratto il film, Guadagnino è un apolide, uno che ha fatto dell’inappartenenza geografica un vantaggio: Palermo, dov’è nato, Addis Abeba, in Etiopia, ancora Palermo e poi Frascati, Roma e un po’ ovunque nel mondo. “Un trasversale”, anche nel cinema. Dell’essenza siciliana ha però ereditato “una sorta di retaggio blasé”, un certo scetticismo snob come parte della vita. Ora che ha 46 anni, meno capelli e la pelle olivastra di chi ha padre siciliano e mamma algerina, ha scelto di vivere nella bassa Pianura Padana.

E di ambientare lì il suo ultimo film, Call me by your name, uscito negli Stati Uniti il 24 novembre con un incasso record e il 25 gennaio in Italia. Nelle campagne tra Crema, il Lago di Garda e Bergamo, non troppo distante dalla casa in cui abita con il suo compagno. “Volevo concedermi il lusso di dormire nel mio letto”. Il “suo” luogo è diventato anche quello degli altri: attori, produzione, set decorator… E, soprattutto, è diventato un personaggio, come era accaduto già in A Bigger Splash (2015), girato a Pantelleria. Un fazzoletto di pietra lavica sperduto nel mar Mediterrano a metà tra la Sicilia e l’Africa, dove la natura interagiva con la sua forza viscerale con le nevrosi dei protagonisti.

Qui c’è invece la campagna assolata del Nord Italia, il ritmo in slow motion delle abitudini, gli anziani che giocano a carte nel bar del paese, le pozze dove refrigerarsi dal caldo estivo. L’amore a “combustione lenta” tra Elio (Timothée Chalamet, nomination come miglior attore protagonista) e Oliver (Armie Hammer) è un tutt’uno col paesaggio. “Call me by your name è la splendida consapevolezza di come si cambia quando si ama qualcuno in modo positivo”, dice Guadagnino. Un omaggio all’amore e al cinema, quello che ha amato fin da bambino, il cinema dei suoi maestri: Bernardo Bertolucci, Jean Renoir, Jacques Rivette, Eric Rohmer…

“Nel tempo ho provato una grande passione per questi personaggi e per le loro vite. E, se ci sarà occasione, vorrei tornarci su nello spirito di Truffaut e de I 400 colpi”. Che Luca Guadagnino sia un nostalgico lo si intuisce dai suoi film e dal modo in cui li gira: spesso con una sola lente e diffidando di troppa post-produzione. “Scegliendo specificatamente un singolo obiettivo ho evitato che la tecnologia interferisse con il flusso emozionale del film. Volevo che ci concentrassimo sulla storia, sui personaggi e sul flusso della vita”. Ma anche dal tempo in cui li ambienta: mai nella contemporaneità più stringente. I Am Love è stato girato nel 2008 ed è ambientato nel 2001, A Bigger Splash nel 2014 ma la storia accade nel 2011, Call me by your name nel 2016 ma ci riporta indietro al 1983. “Non ho mai fatto un film storico, ma mi piace l’idea di avere una certa distanza di tempo per offrire altre prospettive – dice – e in questo caso (in Call me by your name), siamo in un momento della vita italiana che ricordo molto bene”.

Aveva dodici anni nell’ ’83, c’era Craxi al governo e Beppe Grillo nella Tribuna Politica di Bruno Vespa. Alla radio c’erano gli Psichedelic Furs con Love My Way e Battiato. La musica fa da protagonista anche in Call me by your name, come già in I Am Love (2010) e in A Bigger Splash, che aveva l’anima rock dei Rolling Stones. La canzone candidata alla statuetta dorata è Mistery of Love di Sufjan Stevens, cantautore americano 40enne, tra i più inventivi e originali musicisti rock di questo millennio e al tempo stesso sconosciuto ai successi mainstream. E la musica farà da protagonista anche nell’attesissimo “omaggio” a Suspiria di Dario Argento (“il film che mi ha ossessionato fin da quando lo vidi per la prima volta, nel 1985, a 14 anni”). Guadagnino ha chiesto di firmare le musiche addirittura a Thom York, cantante dei Radiohead, che per la prima volta si cimenterà in quest’ambito.

“Ogni mio film corrisponde a un’introspezione dei miei sogni da teenager, e Suspiria è il sogno di megalomania adolescenziale più nitido che ho”, ha detto in un’intervista al Guardian. Il più nitido ma non l’unico. E Guadagnino dev’essere per forza uno determinato a realizzare i propri sogni, desideri, ossessioni, con una certa spavalderia da liceale. Uno che ha fermato Tilda Swinton Palazzo Esposizioni, a Roma, per raccontarle un suo progetto, lei già una star, lui uno studente di undici anni più giovane: sono amici da vent’anni. Uno che è riuscito a convincere John Adams, tra i massimi compositori americani viventi, a concedergli l’uso di alcuni brani per la colonna sonora di un suo film. Uno che ha girato due film contemporaneamente, come Steven Soderbergh, con alcuni degli attori che preferisce. Tilda, tra questi, ma anche Dakota Johnson. Sempre seguendo la “ricetta della felicità” di Jean Renoir: “Lavorare con persone che si amano e che vi amano molto”.

Così Luca Guadagnino, occhi leggermente assonnati di chi ha messo la sveglia troppo presto, in conferenza stampa a Roma, sorride fiero mentre commenta le quattro candidature all’Oscar per il suo Chiamami col tuo nome: miglior film, miglior attore protagonista, migliore sceneggiatura non originale (James Ivory) e migliore canzone (Sufjan Stevens – Mistery of Love). “Sono felice e orgoglioso, anche se ho dormito davvero poco”. “Ho ricevuto un sms da una mia vecchia amica – racconta divertito – che mi ha ricordato come venti anni fa, sulla linea bus del 64 che porta al Vaticano, le avevo detto: ‘sicuramente non diventerò mai Papa, ma chissà, forse riuscirò ad avere una nomination agli Oscar’ ”. Ultimo capitolo, la corsa per le statuette dorate, di una stagione dei premi vissuta da protagonista: il record di nomination agli Independent Spirit Awards (sei!), i Gotham, i riconoscimenti del National Board of Review, i premi del New York Film Critics Circle, l’accoglienza strepitosa di pubblico e critica. “È tutto molto strano e bello, ma una cosa è certa, ora capisco meglio come passione e inaspettato vanno alla fine a braccetto”.

Si è definito un “siciliano allampanato”, uno che ha amato il cinema e la fotografia fin da bambino, che a otto anni aveva già una Super8, a dieci sfogliava i cataloghi di Robert Mapplethorpe nella libreria Sellerio e a diciotto guardava Renoir nella videoteca di Franco Maresco. Ma la sicilianità è solo un tratto, quello iniziale, del suo DNA. Come André Aciman, lo scrittore del libro da cui ha tratto il film, Guadagnino è un apolide, uno che ha fatto dell’inappartenenza geografica un vantaggio: Palermo, dov’è nato, Addis Abeba, in Etiopia, ancora Palermo e poi Frascati, Roma e un po’ ovunque nel mondo. “Un trasversale”, anche nel cinema. Dell’essenza siciliana ha però ereditato “una sorta di retaggio blasé”, un certo scetticismo snob come parte della vita. Ora che ha 46 anni, meno capelli e la pelle olivastra di chi ha padre siciliano e mamma algerina, ha scelto di vivere nella bassa Pianura Padana.

E di ambientare lì il suo ultimo film, Call me by your name, uscito negli Stati Uniti il 24 novembre con un incasso record e il 25 gennaio in Italia. Nelle campagne tra Crema, il Lago di Garda e Bergamo, non troppo distante dalla casa in cui abita con il suo compagno. “Volevo concedermi il lusso di dormire nel mio letto”. Il “suo” luogo è diventato anche quello degli altri: attori, produzione, set decorator… E, soprattutto, è diventato un personaggio, come era accaduto già in A Bigger Splash (2015), girato a Pantelleria. Un fazzoletto di pietra lavica sperduto nel mar Mediterrano a metà tra la Sicilia e l’Africa, dove la natura interagiva con la sua forza viscerale con le nevrosi dei protagonisti. Qui c’è invece la campagna assolata del Nord Italia, il ritmo in slow motion delle abitudini, gli anziani che giocano a carte nel bar del paese, le pozze dove refrigerarsi dal caldo estivo. L’amore a “combustione lenta” tra Elio (Timothée Chalamet, nomination come miglior attore protagonista) e Oliver (Armie Hammer) è un tutt’uno col paesaggio.

“Call me by your name è la splendida consapevolezza di come si cambia quando si ama qualcuno in modo positivo”, dice Guadagnino. Un omaggio all’amore e al cinema, quello che ha amato fin da bambino, il cinema dei suoi maestri: Bernardo Bertolucci, Jean Renoir, Jacques Rivette, Eric Rohmer… “Nel tempo ho provato una grande passione per questi personaggi e per le loro vite. E, se ci sarà occasione, vorrei tornarci su nello spirito di Truffaut e de I 400 colpi”. Che Luca Guadagnino sia un nostalgico lo si intuisce dai suoi film e dal modo in cui li gira: spesso con una sola lente e diffidando di troppa post-produzione. “Scegliendo specificatamente un singolo obiettivo ho evitato che la tecnologia interferisse con il flusso emozionale del film. Volevo che ci concentrassimo sulla storia, sui personaggi e sul flusso della vita”.

Ma anche dal tempo in cui li ambienta: mai nella contemporaneità più stringente. I Am Love è stato girato nel 2008 ed è ambientato nel 2001, A Bigger Splash nel 2014 ma la storia accade nel 2011, Call me by your name nel 2016 ma ci riporta indietro al 1983. “Non ho mai fatto un film storico, ma mi piace l’idea di avere una certa distanza di tempo per offrire altre prospettive – dice – e in questo caso (in Call me by your name), siamo in un momento della vita italiana che ricordo molto bene”. Aveva dodici anni nell’ ’83, c’era Craxi al governo e Beppe Grillo nella Tribuna Politica di Bruno Vespa. Alla radio c’erano gli Psichedelic Furs con Love My Way e Battiato.
La musica fa da protagonista anche in Call me by your name, come già in I Am Love (2010) e in A Bigger Splash, che aveva l’anima rock dei Rolling Stones.

La canzone candidata alla statuetta dorata è Mistery of Love di Sufjan Stevens, cantautore americano 40enne, tra i più inventivi e originali musicisti rock di questo millennio e al tempo stesso sconosciuto ai successi mainstream. E la musica farà da protagonista anche nell’attesissimo “omaggio” a Suspiria di Dario Argento (“il film che mi ha ossessionato fin da quando lo vidi per la prima volta, nel 1985, a 14 anni”). Guadagnino ha chiesto di firmare le musiche addirittura a Thom York, cantante dei Radiohead, che per la prima volta si cimenterà in quest’ambito. “Ogni mio film corrisponde a un’introspezione dei miei sogni da teenager, e Suspiria è il sogno di megalomania adolescenziale più nitido che ho”, ha detto in un’intervista al Guardian.

Il più nitido ma non l’unico. E Guadagnino dev’essere per forza uno determinato a realizzare i propri sogni, desideri, ossessioni, con una certa spavalderia da liceale. Uno che ha fermato Tilda Swinton Palazzo Esposizioni, a Roma, per raccontarle un suo progetto, lei già una star, lui uno studente di undici anni più giovane: sono amici da vent’anni. Uno che è riuscito a convincere John Adams, tra i massimi compositori americani viventi, a concedergli l’uso di alcuni brani per la colonna sonora di un suo film. Uno che ha girato due film contemporaneamente, come Steven Soderbergh, con alcuni degli attori che preferisce. Tilda, tra questi, ma anche Dakota Johnson. Sempre seguendo la “ricetta della felicità” di Jean Renoir: “Lavorare con persone che si amano e che vi amano molto”.