Visita a Palazzo Astuto dei Baroni di Fargione a Noto. Un luogo carico di storia che racconta la nascita della nuova città settecentesca dopo il terremoto. E rivela un gusto per il bello che non è andato perduto.

di Laura Grimaldi
Fotografie di Igor Petyx

Vien voglia di attardarsi un po’ sui sedili in pietra del delizioso giardino pensile nella Noto barocca. La nuova città ricostruita nel Settecento più vicina al mare, per motivi di sicurezza e anche economici. Alcuni chilometri più in basso dal centro antico sul monte Alveria che il terremoto del 1693 aveva devastato.

Cuore verde di Palazzo Astuto dei baroni di Fargione, lungo la via Cavour, tra aranci, melograni, nespoli, mandorli e gelsomini, ospita nella bella stagione eventi ricreativi e culturali aperti alla città. “Un luogo d’incontro così fragrante e delizioso esiste nel mondo intero solo a Noto e ad Aleppo, la grande capitale sulla via della seta”, ha detto la principessa Vittoria Alliata, scrittrice e studiosa del mondo arabo, tra i soci onorari del Circolo Val di Noto che dal 1980 ha sede in una parte dell’immenso piano nobile del Palazzo.

È da qui, attraverso un salottino, che si accede al giardino pensile. “Forse il più grande di Noto”, dice fiero Corrado Di Lorenzo, per tanti anni appassionato e stimato professore a scuola, responsabile della film Commision del Comune di Noto e presidente dell’associazione Corteo storico. Suo nonno paterno Silvestro, nato nel 1879 da Giovanni Di Lorenzo Nicolaci dei marchesi del Castelluccio e da Imperia Astuto, è stato l’ultimo dei discendenti Astuto ad aver vissuto nel palazzo costruito dai suoi avi. Appena superato l’elegante portone, una stele ricorda il nobiluomo scomparso nel 1945. Un omaggio dei figli Imperia e Giovanni nel centenario della nascita del padre. Viveva nel grande appartamento ricavato al primo piano del palazzo con tre balconi panciuti, a suo tempo pensati per accogliere i voluminosi vestiti delle nobildonne. Ristrutturata nel 1917, l’abitazione conserva di quel periodo i pavimenti e i soffitti decorati dal maestro netino Matteo Santocono. Oggi l’appartamento è del nipote Corrado.

In un angolo della prima stanza, un antico pianoforte verticale e sopra l’immagine della bisnonna Imperia Astuto. “Don Silvestro Di Lorenzo Nicolaci, il nonno di mio nonno – dice – nel 1860 acquistò il piano nobile di Palazzo Astuto per darlo in dote alla figlia Gaudenzia che sposò il barone Paolo Barresi Impellizzeri di Canzeria”. Il barone Antonino Astuto era già morto da quasi quarant’anni e l’edificio aveva già subito le prime di tante frammentazioni con conseguenti modifiche nella distribuzione interna.
Parte dell’immenso piano nobile, oggi di proprietà della famiglia Pupillo Munafò di Siracusa, ospita il Circolo Val di Noto con il grande Salone delle feste. Non vi si accede più come un tempo dallo scalone nobile, ma da un ingresso sul cortile che “conduceva alle cucine della residenza aristocratica”, racconta Salvatore Dejan, tra i fondatori del Circolo che ha ridato vita a quest’ala del palazzo rimasta chiusa per trent’anni dal secondo Dopoguerra. Nel Salone di rappresentanza e in poche altre stanze ci sono ancora i pavimenti in maiolica del Settecento “probabilmente proveniente dalla Spagna, da Valencia”, aggiunge il vicepresidente Corrado Boscarino.
Gaspare Bevelacqua ne ha “pittato la volta e banconate”, come confermato dal pittore Costantino Carasi, molto attivo in quegli anni del Settecento in diversi centri del Val di Noto.

Al centro del quadrone, la raffigurazione allegorica del Tempo e la Verità con l’emblema dell’uroboro, un serpente che si morde la coda formando un cerchio senza inizio né fine. Rappresenta la natura ciclica delle cose, il potere che divora e rigenera se stesso, l’energia universale che si consuma e si rinnova. Più in basso, “dodici figurine dei mesi dell’anno pittati ad olio”. “Il complesso pittorico fu realizzato nel 1789 come testimonia un contratto conservato nella sezione dedicata a Noto dell’Archivio di Stato di Siracusa”, dice Antonino Terranova, netino, studioso di Storia dell’arte e autore di diversi studi. Accanto al Salone delle feste, com’era usanza al tempo, la stanza da letto con l’alcova. Tra stucchi e preziosi sovrapporta, la stanza ospita la zona ristoro del Circolo.

Il Palazzo dei baroni di Fargione con il suo raffinato prospetto è una delle sette imponenti dimore aristocratiche di Noto in cui si sono incrociati i destini e le vicende di famiglie nobiliari della città e non solo. Splendidi edifici “d’un oro tenero e rosa come il miele” che fiancheggiano l’elegante via Cavour e altre strade poco più in alto e più in basso. Eccole “le ringhiere in ferro battuto dei balconi” che sotto il peso del tempo “inclinano la loro pancia verso la strada” come ben dice nel suo Diario siciliano la scrittrice e filosofa di origini normanne Edith de la Héronnière. Palazzo Trigona dei marchesi di Canicarao, Palazzo di Lorenzo dei marchesi del Castelluccio, Palazzo Nicolaci di Villadorata che su via Cavour ha l’ingresso secondario e il principale sulla vicina via Nicolaci che ospita l’Infiorata, una delle manifestazioni di maggiore richiamo turistico di Noto che per storia, architettura e ambiente urbano è tra i centri più interessanti degli Iblei. E ancora, su corso Vittorio Emanuele, la strada delle chiese, si affaccia Palazzo Landolina dei marchesi di Sant’Alfano, famiglia dalle origini normanne giunta a Noto antica al seguito di Ruggero nel 1091. Alle spalle di Palazzo Ducezio, sede del Municipio, c’è Palazzo Rau dei marchesi della Ferla e nella parte più alta della città svetta Palazzo Impellizzeri dei baroni di San Giacomo.

“Palazzi privati di gusto un po’ barocco e rigonfio, dimore di famiglie di quella piccola nobiltà di provincia”, come sentenziò alla fine dell’Ottocento Gustavo Chiesi nel minuzioso resoconto del suo viaggio in Sicilia alla fine dell’Ottocento. La verità è che dopo il sisma del 1693, la ricostruzione della nuova Noto in un luogo diverso – non più sull’impervio monte Alveria ma sul piano basso dell’altopiano del Meti – “fu sostenuta dagli investimenti dell’aristocrazia progressista e del clero”, come spiega Lucia Trigilia, docente di Storia dell’Architettura moderna all’Università di Catania e direttore scientifico di quel Centro internazionale di studi sul Barocco in Sicilia che dal 1984 promuove la conoscenza e la valorizzazione di questo inestimabile tesoro architettonico. Tra i principali fautori del riconoscimento Unesco a Patrimonio mondiale dell’umanità arrivato nel 2002.

Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura mondiale, le otto città, grandi e piccole, tardo barocche del Val di Noto “rappresentano un notevole impegno collettivo, effettuato con successo a un alto livello di realizzazione architettonica e artistica”. A quelle famiglie nobili che a metà del Settecento si impegnarono nella realizzazione della “città ideale” è dedicata una interessante mostra ospitata nell’ex Convento di Sant’Antonio. Risultato di un gruppo di lavoro del dipartimento di Ingegneria civile e architettura dell’Università di Catania coordinato da Corrado Fianchino.

Veniva da Licodia Eubea Antonino Astuto, barone di Fargione, nato nel 1739. La famiglia possedeva delle zolfare in quel piccolo comune del Val di Noto anch’esso sfigurato dal terremoto di fine Seicento. C’è un suo ritratto nella Biblioteca comunale di Palazzo Nicolaci insieme a quelli di altri uomini illustri di Noto. Aristocratico colto, nel 1782 fu Capitano di Giustizia della città. Da bibliofilo e grande appassionato di archeologia e numismatica qual era, in un’ala del palazzo creò un museo di reperti archeologici, un gabinetto di storia naturale e una biblioteca ricca di manoscritti e centinaia di incunaboli. Il museo più a sud d’Europa, potremmo dire, con il primo medagliere del vecchio continente. Un gioiello di rarità, attrazione per studiosi e persino teste coronate, da Ferdinando II re delle due Sicilie, a re Ludwig I di Baviera, fanatico collezionista, e anche l’archeologo e numismatico tedesco Friedrich Münter. Copia delle preziose monete e medaglie appartenute al barone Astuto furono pubblicate da Gabriele Lancillotto Castelli principe di Torremuzza nel suo volume ‘Sicilia numismatica’.

“Negli anni successivi alla morte del barone Astuto, a causa dei numerosi eredi e di dissesti finanziari, tra cui il fallimento di una banca privata della famiglia, avvenne la frantumazione del museo, con la svendita delle varie sezioni”, racconta Corrado Di Lorenzo. I reperti archeologici della collezione furono fortunatamente acquistati nel 1860 dal Museo Salinas di Palermo, mentre libri e monete andarono perdute. Così avvenne lo smembramento del patrimonio e insieme del palazzo. Un secolo e mezzo più tardi, lo scalone di rappresentanza avrebbe fatto da sfondo a una scena del film “Malèna” diretto da Giuseppe Tornatore e ambientato in Sicilia durante la seconda Guerra mondiale. Un’altra scena è stata girata in una delle stanze del grande appartamento al primo piano che il nonno di Corrado Di Lorenzo ristrutturò nel 1917.

Nella realtà, durante il secondo conflitto mondiale, furono in tanti a trovare riparo dai bombardamenti aerei nel tunnel scavato in profondità nella roccia su cui poggia Palazzo Astuto. Lo stesso materiale utilizzato nel Settecento per la costruzione dell’edificio barocco. Tra il buio e il terrore di quei momenti, qualcuno riuscì persino a incidere all’interno del rifugio una data che si distingue appena: settembre 1943. “Una galleria lunga 150 metri che dal palazzo dei baroni di Fargione spunta nella parte alta di Noto, in via Mariannina Coffa”, racconta Mario Alì, medico di professione, che con Palazzo Astuto ha un doppio legame.

Abita al terzo piano dell’edificio barocco e suo padre, l’ingegnere Salvatore Alì, a metà degli anni Trenta fu incaricato dall’allora Ministero della Guerra del governo Mussolini di individuare e realizzare in tutto il piano alto della città rifugi antiaerei per proteggere la popolazione. “Ce ne sono tanti in questa parte di Noto”, dice Mario Calì. Oggi un progetto del Comune finalizzato al recupero del rifugio intende restituirlo alla fruizione pubblica “quale luogo di memoria innanzitutto ricreandone l’atmosfera”, spiega l’architetto Giuseppe Spicuglia, responsabile del progetto. “Da luogo di guerra, a luogo di pace e di cultura”, aggiunge il sindaco di Noto, Corrado Bonfanti. I lavori sono stati avviati in ottobre dello scorso anno e si prevede di completarli per la prossima primavera.