Visita nella casa studio di Aldo Pecoraino, da poco scomparso alle soglie dei 90 anni. Un viaggio tra le opere inedite nel laboratorio della sua poetica

di Gabriele Miccichè
Foto di Igor Petyx

Conoscere la casa-studio di un artista è come aprire il cassetto di uno scrittore. Ci trovi bozze, un romanzo incompleto, il rifacimento di un libro, un racconto non consegnato. Nel visitare la casa studio di Aldo Pecoraino – scomparso a dicembre pochi giorni prima di compiere novant’anni – ho provato la stessa sensazione di chi, aperto il cassetto, sbircia fra le carte. Questa casa dove abitava da più di venti anni da qualche tempo era diventata anche il suo studio e – dalla morte della moglie Isabella, pochi anni fa – il suo ultimo buen retiro. La sua casa museo.

Entrando nell’elegante appartamento ci si svela lo straordinario laboratorio della sua poetica. Pecoraino era il pittore degli alberi. E delle barche. Che erano diventati come delle tessere di un percorso votato “a praticare, sperimentare, ricercare il linguaggio della pittura. Una ricerca che, in ogni arte, richiede impegno incessante, totale; una ricerca che può portare a vere, nuove scoperte, a risultati sempre più alti”. Così si esprimeva Enzo Consolo presentando il suo lavoro. Ricerca che probabilmente trovava origine anche nella sua attività didattica: la cattedra di restauro all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Il primo quadro che colpisce entrando è un autoritratto degli anni Novanta. Un quadro dai colori vivi, quasi sgargianti, come a volte amava dipingere l’artista: che qui indossa una giacca blu, rosso-blu la camicia e la cravatta, su un fondo rosso arancione. Si potrebbero definire pop. E sarebbe un errore.

Pecoraino si è diplomato all’accademia nel 1954. Il suo maestro era Pippo Rizzo. Non aveva quindi nessun timore di confrontarsi con le avanguardie. Ma non manifestò mai alcuna inclinazione per quella che dieci anni dopo sarebbe diventata l’espressione più alla moda dell’arte occidentale. Nel ripetere ossessivamente i suoi soggetti prediletti non c’è niente dell’indugio alla mercificazione che animava il gruppo guidato da Andy Warhol. Anzi.
Mi viene piuttosto in mente un parallelo – non un paragone, farlo con i grandi artisti è sempre rischioso – con la ricerca di un altro grande del Novecento italiano: Giorgio Morandi. Le nature morte, i paesaggi del maestro di Suzzara, stanno in qualche misura ai paesaggi, alle barche di Aldo Pecoraino.

In questa casa studio, in questo laboratorio, troviamo quindi tutte le “prove” di questa ricerca. I quadri, i disegni che ci sono meno familiari. I nudi per esempio che esponeva raramente, e poi molti ritratti e autoritratti che non espose mai. Un autoritratto a matita del 1947 – prima quindi che si iscrivesse all’accademia, una specie di “prova d’artista” – e il profilo di donna dell’anno successivo più accademico, più freddo ma notevole perché vi si trova la sua firma a stampatello che sarà il suo logo sino alla fine.
E una ritratto della moglie su una tavola, sembrerebbe trovata in giro, non datato, una prova a metà tra Modigliani e Dubuffet.

L’esplorazione prosegue nelle altre stanze della casa, che si affaccia su villa Trabia. C’è una stanzetta che dà proprio sul parco: l’ha usata come studio per qualche tempo. Da qui si vede una delle leggendarie magnolie della villa. Da questo studio, che parrebbe ideale per un artista, Pecoraino si è ritirato poi in uno spazio più interno, dietro il salotto. Una camera senza finestre. Sembrerebbe un paradosso per un pittore che della luce faceva uno dei suoi elementi principali. Ma poi si può divinare che quella stupenda magnolia lo disturbasse, distraendolo dalla ricerca del suo albero ideale. Quell’albero – l’unico? – che ha continuato a cercare per tutta la vita. Radice di pianta ma anche del lemma su cui ha costruito il suo personale, magico linguaggio. E anche le sue barche vivono di questa atmosfera radicale. Sono sempre in secca, mai in mare. Non evocano il viaggio, tanto meno l’avventura. Richiamano, come gli alberi, un’attesa.

La sospensione di un fermo immagine. Tra gli ultimi libri che l’artista stava leggendo (era anche un fine enigmista) ce n’era uno di Stefano Bartezzaghi il cui titolo potrebbe fare da didascalia a molti dei suoi dipinti più belli: Dando buca a Godot. Pecoraino era un uomo colto. Amava, e non stupisce penetrando nella sua poetica, Freud e Jung. Ma non si astraeva in una torre d’avorio. Nel suo comodino c’è anche Ultime tendenze nell’arte d’oggi di Gillo Dorfles. E, quasi un testamento intellettuale, due monografie di Caravaggio e De la Tour: i due grandi maestri della luce. Il quadro cui stava lavorando negli ultimi giorni ci racconta molto del metodo dell’artista. Lo stava componendo coprendo con un nero bluastro un nudo già dipinto precedentemente. Sul fondo stava dipingendo un piatto con un gatto. Un piatto che però, isolato in quell’oscurità, sembra una luna beffarda.

Non lontano dal cavalletto con questo quadro ce n’è un altro significativo, anch’esso uno degli ultimi. Un autoritratto su un fondo scurissimo, sempre tendente al blu cupo (era questo che cercava nelle monografie degli antichi maestri?). Infagottato con cappello, cappotto e sciarpa, con la mano sembra indicare una delle sue ultime barche. Ma il gesto ci ricorda anche un saluto. Lo sarebbe certamente se non usasse la mano sinistra. E invece è con la mano sinistra che il saluto andava fatto. Pecoraino era mancino. Se questa interpretazione è corretta sarebbe questo l’unico quadro in cui Pecoraino espresse la sua “mancinità”.

Un saluto divertito, irriverente. Perché se è vero, come spesso si è scritto, che l’artista era molto schivo, che non amava il mondo dei mercanti, delle mostre, delle inaugurazioni, è anche vero che era un uomo spiritosissimo che a volte, impaziente, prendeva atteggiamenti da vero scorbutico. Un modo paradossale, ma sempre elegante, di esprimere le sue più profonde insofferenze.