Al piano della Badia a Ficarra si trova l’antico Palazzo Cupane. Un tempo proprietà del vicino monastero, dalla fine dell’800 fu la casa di Vincenzo, magistrato e uomo di Stato che fece tremare l’esercito italiano

di Laura Grimaldi

Quando si arriva al piano della Badia i rumori della città sono lontani. Il “chiano”, come lo chiamano qui a Ficarra, è un delizioso largo chiuso alle auto dove il tempo sembra essersi fermato. Si chiama piazza Monastero perché in origine faceva parte di un grande complesso conventuale di suore benedettine con una vista incantevole sulla vallata. Ne faceva parte anche la piccola chiesa che sta sul piano della Badia.

Le porte aperte sono un invito a entrare anche per una breve sosta. Tutto è in ordine, pochi banchi, pareti immacolate con pregevoli stucchi, un coro in legno intarsiato e decorato in oro zecchino e nel transetto una statua in marmo della Madonna delle Grazie. In passato era la cappella del monastero di cui si conosce l’esistenza sin dalla fine del Cinquecento. Di certo si sa che nel 1616 ospitava quindici suore di clausura “di cui alcune appartenevano alle più prestigiose famiglie del territorio, quattro educande e una servitrice”. Possedevano ulivi e alberi di gelsi e si dedicavano alla produzione dei bachi da seta. D’altronde il commercio di questo prezioso tessuto fu una delle più importanti attività economiche di questo paese in collina come di tutta la costa settentrionale della Sicilia, da Palermo a Messina, e giù per un tratto della riviera ionica.

La lenta decadenza del monastero iniziò dopo il terremoto del 1823, il secondo e devastante in poco più di ottant’anni. Il numero delle suore si era ridotto a undici e vivevano solo una parte del monastero visto che l’altra era ormai pericolante. Le ultime monache se ne andarono in seguito alla soppressione degli ordini religiosi nel 1866 e il demanio mise all’asta le proprietà delle benedettine, compreso il palazzo che difronte alla cappella si affaccia su piazza Monastero.

Un edificio in pietra con balconi dalle panciute ringhiere in ferro battuto sul prospetto, a suo tempo pensate per accogliere i voluminosi vestiti delle nobildonne. Lo acquistò nel 1870 per 910 lire Gaetano Piccolo Cupane, il primogenito di Giuseppe Piccolo e Vittoria Cupane. E Vittoria (Piccolo) si chiama una discendente che oggi possiede gran parte dell’antico edificio. Sarà solo suggestione, ma l’analogia del nome la fa sentire particolarmente legata al ricordo della sua antenata. Di lei custodisce gelosamente un lunario. Una piccola agenda rossa sbiadita dal tempo ma preziosa testimonianza per ricostruire la storia di famiglia. Un calendario in cui mamma Vittoria annotò una a una la data di nascita dei suoi dieci figli messi al mondo in nove anni, dal 1829 al 1838. Accanto al nome di ognuno di loro appuntò anche il giorno del battesimo, il nome del sacerdote che officiò la cerimonia e persino quello dei padrini.

L’agenda rossa stava in una delle casse di legno conservate nel palazzo di famiglia. Forzieri di ricordi, lettere, abiti, accessori e oggetti personali dello “zio senatore”, come a ragione lo si è sempre chiamato in famiglia. Vincenzo Piccolo Cupani (l’ultima vocale risulta diversa dal nome originario), fu presidente di Corte d’Assise, procuratore generale e deputato del Regno d’Italia per cinque legislature. “La prima nel 1892 nel collegio di Naso con 1529 voti su 1647 votanti: praticamente un plebiscito”, dice Franco Tumeo, giornalista, appassionato di storia, arte e tradizioni di Ficarra e autore di un volume di prossima pubblicazione dedicato alla figura di un siciliano illustre ma poco conosciuto.

Vincenzo Piccolo Cupani, classe 1834, era il settimo dei dieci figli di Giuseppe e Vittoria, e fratello prediletto del primogenito Gaetano. Lo testimonia la fitta corrispondenza che i due si scambiarono dalle diverse sedi siciliane e del resto d’Italia che da magistrato gli furono assegnate. “Carissimo Gaetano, … sto bene come spero voi”, scriveva Vincenzo il primo aprile del 1880 su carta intestata della Procura generale presso la Corte d’Appello di Torino. Nella lettera informava il fratello Gaetano sul progetto che iniziava a farsi strada nel dibattito pubblico di ospitare a Torino un evento concepito secondo i modelli internazionali delle esposizioni universali. E in effetti quattro anni più tardi fu inaugurata al parco Valentino l’Esposizione generale italiana.

E in una delle casse di legno c’è la bombetta nera appartenuta al senatore, la tessera per il trasporto gratuito su treni e navi di cui beneficiavano i deputati, l’invito personale al pranzo offerto dall’allora presidente del Consiglio Francesco Crispi all’Hotel delle Palme di Palermo, Era il 1889. L’anno dopo scrisse al fratello Gaetano da Massaua. Era stato inviato in Eritrea da consigliere per gli Affari interni all’epoca del secondo governo Crispi, di cui era uomo di fiducia e amico, “con competenza sugli affari di giustizia, polizia, sicurezza e carceri” nella nascente colonia italiana. È scritto sul suo busto in marmo che ancora si conserva nel palazzo di Ficarra.

Dopo scrupolose indagini, il deputato fece scoppiare lo scandalo che sconvolse l’opinione pubblica italiana dell’epoca su “i metodi poco ortodossi, le violenze che i suoi subalterni militari consumavano quotidianamente ai danni degli indigeni, gli imbrogli, le sparizioni di prigionieri – racconta Franco Tumeo nel suo libro che accende i riflettori su una pagina poco conosciuta della storia italiana -. Accertò gravissime imputazioni a carico di due funzionari coloniali, l’avvocato Eteocle Cagnassi e il tenente dei Carabinieri Dario Livraghi che fu accusato di aver trucidato ottocento abissini”. Fu nominata una Commissione d’inchiesta parlamentare che si recò in Eritrea.

I due funzionari vennero arrestati: il primo come mandante e il secondo come esecutore. “Il rapporto della Commissione d’inchiesta, reso pubblico nel 1891, tese a minimizzare la gravità dei fatti e soprattutto ad attribuire le responsabilità degli eccidi a capi tribù collaborazionisti. Una sorta di difesa d’ufficio dell’onorabilità italiana” – racconta il giornalista -. Lasciata la colonia Eritrea per sua volontà, Vincenzo Piccolo Cupani, che non si sposò mai, si dedicò all’attività politica. Nei locali al piano terra del palazzo al piano della Badia, un tempo magazzini e oggi ristorante, fu ospitata la sede del comitato elettorale dove si brindò all’eccezionale risultato del 1892.

In una delle stanze riservate allo ‘zio senatore’ sono stati conservati per tutti questi anni gli atti del Parlamento, i suoi memorabili discorsi alla Camera dei Deputati e le tante proposte di legge a sua firma. Preziosi documenti temporaneamente custoditi altrove insieme a gran parte degli antichi arredi del palazzo, in attesa che siano ultimati i necessari interventi di recupero iniziati nel 2010. Un dedalo di stanze al piano nobile con alcuni soffitti affrescati con motivi floreali e delicati paesaggi. Le antiche maioliche originali rimaste integre sono state inserite al centro della nuova pavimentazione di alcune stanze. All’ultimo piano, l’acquaio e il forno in pietra si sono perfettamente conservati. Vale la salita per le ripide scale la splendida veduta che si ammira da lassù.

“Il mio desiderio è di riportare mobili e ricordi a Ficarra”, dice Vittoria Piccolo, che nella sua azienda agricola poco distante dal paese produce dell’ottimo olio d’oliva. “Non so ancora in che modo, ma vorrei che quanto era custodito nelle stanze private diventi patrimonio comune”. Memoria di un paese che da luglio a ottobre del 1943 accolse Giuseppe Tomasi di Lampedusa in fuga da una Palermo sotto i bombardamenti. Alloggiò in un casa di proprietà del poeta e cugino Lucio Piccolo, alle spalle del palazzo al piano della Badia. Con lui c’era la moglie Alexandra Wolff Stomersee e la madre, la principessa Beatrice Filangeri di Cutò. Il Gattopardo era ancora da scrivere e Ficarra fornì alcuni spunti per il romanzo. Lo “zio senatore” era morto quarant’anni prima a Roma mentre era ancora in carica. Volle essere sepolto nel suo paese d’origine e si racconta che il suo feretro sia stato il primo a transitare per la “nuova rotabile” Brolo-Ficarra da lui voluta e appena ultimata.