Nello Blangiforti per vent’anni ha percorso la Sicilia alla ricerca dei semi dei grani antichi. Così ha creato una “banca” della diversità biologica che sta facendo nascere una nuova economia nelle campagne

di Alessia Franco
Fotografie di Maurizio Geraci

Se non fosse stato per il suo andare su e giù per la Sicilia – come un pellegrino, come un viaggiatore del grano, alla continua ricerca – probabilmente bufala, regina, castigliona, nurrìa sarebbero soltanto nomi bizzarri, con un significato riservato agli addetti ai lavori. Se oggi questi grani possono invece essere coltivati, lo si deve alla straordinaria storia di Nello Blangiforti, oggi funzionario direttivo e assistente tecnico della stazione sperimentale di granicoltura di Caltagirone.

L’uomo che ha salvato spighe e semi, che li ha rintracciati porta a porta, che li ha custoditi. I grani che oggi hanno dato nuovo ossigeno all’economia della Sicilia profonda – Sicilia granaio degli Antichi Romani – dove sono nate nuove aziende e sono tornati a girare vecchi mulini. La Sicilia dell’entroterra colorata di giallo e di marrone a seconda delle stagioni. Un lavoro di recupero lungo e paziente, che il perito agrario ha intrapreso negli anni Duemila, quando si iniziava a parlare dell’importanza della biodiversità ma ancora l’imperativo era uno solo: produrre, produrre e produrre. Aumentare gli standard di produttività, quasi a ogni costo.
“Non è stato facile trovare quei grani – racconta Blangiforti – per diversi motivi. I custodi di questo sapere antico erano spesso persone molto anziane, che li coltivavano soltanto per abitudine, o per foraggiare gli animali. Alcuni non credevamo nemmeno che esistessero, come il “manto di Maria”: una sorta di leggenda, custodita da una signora, a Scicli. Trovare questa varietà è stata una vera emozione”.

I vecchi e il grano. Non è semplice entrare nella testa e nei cuori di chi è stato con la schiena contro il cielo per tutta una vita, e che spesso lega proprio alla terra i ricordi di un’esistenza. Spesso, per i vecchi contadini, i grani tradizionali rappresentano un passato di carestia: la guerra, quando si macinava male e di nascosto, con i materiali di risulta, e sempre con il terrore di essere scoperti. E il pane si faceva scuro e colloso, come la fame: “Ancora oggi, dagli anziani. il pane scuro come quello integrale non è visto di buon occhio – dice Blangiforti – perché è associato a un vissuto pesante. Il pane bianco, invece, rappresenta l’opposto, un avanzamento sociale”.

Ecco perché, nella sua estenuante ricerca, dai Nebrodi alle Madonie, fino al paesino più recondito della Sicilia, ha dovuto innanzi tutto accostarsi a un mondo ancora arcaico, declinando i nomi delle spighe ora al maschile ora al femminile, a seconda del dialetto del luogo. Parlando, soprattutto: perché attraverso le parole, che si rapprendevano lentamente in racconti, in aneddoti, venivano fuori pezzi di vita dei campi, tra cielo e terra, tenuti insieme dalle spighe.

Un viaggio, quello di Nello, che lo ha condotto nei monti vicino Randazzo, per recuperare la ‘bufala’, nei campi ventosi di Nicosia, alla ricerca della ‘castigliona’, a Santa Croce Camerina per la ‘nurrìa’, e a Chiaramonte Gulfi per salvare dall’oblio la ‘regina’: “Quando chiesi a un anziano che mi avevano indicato se ne avesse ancora – dice Blangiforti – i suoi occhi si riempirono di lacrime: ricordò il padre, che lo coltivava”.
Un viaggio a tentoni, perché capitava che le sementi fossero conservate da troppo tempo, perdendo così la capacità di germinare. Oppure che le spighe effettivamente fertili fossero veramente poche e che si riducessero a un pugno di semi.

Il lavoro di ricerca e catalogazione di grani fa parte delle attività della stazione di granicoltura di Caltagirone: già dal 1927, anno della sia fondazione, se ne occupò il suo primo direttore, Ugo De Cillis. I grani antichi recuperati da Blangiforti negli anni Duemila rischiavano però di perdersi per sempre: “Ricordo di viaggi fatti fino al laboratorio con la mia Prisma piena zeppa di spighe, e un grande entusiasmo – racconta – i tempi non erano ancora maturi per capire l’importanza del Summit della Terra, che nel 1992 aveva fra l’altro introdotto i concetti di biodiversità e sostenibilità. Tra le prime regioni italiane a introdurre grani alternativi, figurano la Toscana e Umbria, e subito dopo la Sicilia. Parliamo, ovviamente, degli ultimi quindici anni, è questo il periodo in cui si sono riscoperte queste preziose spighe”.

Una vera e propria risorsa (ecco perché si parla di banca del germoplasma: è il patrimonio genetico che si trasmette attraverso cellule germinali, seme ma anche frammenti tessuto albero, che si trasmette alle generazioni future). Questi frumenti conservano infatti nella loro storia e nella loro natura una grande resistenza alle varietà infestanti e una notevole capacità di adattamento: contengono, insomma, tutti i presupposti per le coltivazioni biologiche, perché non hanno bisogno di diserbanti e danno respiro al terreno. In Sicilia sono una cinquantina le varietà antiche catalogate, e ad oggi se ne coltivano circa quindici. Ognuna ha il suo ambiente, da quello desertico alle aree interne, dalle coste ai monti.

In questi ultimi quindici anni, i mulini che macinano farine antiche si sono moltiplicati a vista d’occhio, in Sicilia, tanto che farne una stima che non sia più che approssimativa risulta piuttosto azzardato: si calcola un centinaio, ma se si considerano quelli azionati dall’energia elettrica. “I mulini in pietra e mossi dalla forza motrice dell’acqua, invece, sono pochissimi”: a parlare è Mario Affannato, proprietario del mulino Giorginaro di Novara di Sicilia. Si tratta di una struttura antichissima: la prima data certa, scolpita su un architrave, riporta 1690, ma alcuni dati d’archivio farebbero ritenere che fosse già attiva nel Trecento. Una storia lunga e ricca di traversie: una volta, i mulini erano di proprietà dei nobili. Per moltissime generazioni, dunque, gli Affannato ne sono stati i solo concessionari. “Fino a quando, agli inizi del Novecento, il mio bisnonno non acquistò dagli antichi proprietari la struttura che – dice il mugnaio – è stata inattiva soltanto dal 1965 al 2000 perché i costi erano troppo elevati. Oggi maciniamo grani autoctoni: russello, timilia, perciasacchi, maiorca. Anche il mais, per il pane di Santa Lucia che si fa dalle nostre parti per non mangiare grano il 13 dicembre”.
Grazie a queste farine che vengono dal passato, è ripresa a Novara la semina di specie che non venivano praticamente più piantate, come russello e maiorca.

Chi invece non ha mai smesso di macinare grani antichi è Filippo Drago, dei Molini del Ponte di Castelvetrano: si definisce, non senza orgoglio, mugnaio e collezionista di mulini di pietra ad acqua. E quando parla delle sue “creature”, quasi si commuove: “Ne ho ben dodici – dice – in parte funzionanti, acquistati in tutta la Sicilia. La mia idea sarebbe quella di fare un vero e proprio percorso museale con queste macchine così antiche e perfette, per coniugare la memoria con l’uso quotidiano. Siamo mugnai da almeno cinque generazioni, e siamo molto orgogliosi della nostra arte e di macinare le farine per il pane nero di Castelvetrano, presidio slow food. Una cosa che pochi sanno è che un mulino ad acqua deve compiere un massimo di cento giri al minuto perché si abbia un buon prodotto. È necessario che le farine prendano il proprio tempo per fare il macinato, che è una vera e propria arte. Il tritato di farine – conclude il mugnaio, perentorio – è altro: tutti possono ottenerlo”.

I Molini del Ponte di Castelvetrano danno un’altra mano all’ambiente, perché si sono dotati di un impianto fotovoltaico per sfruttare l’energia della luce del sole. Insomma, pare che parta proprio dal basso la necessità di tutelare, forse per non correre nuovamente il rischio di estinzione di grani che sembravano dimenticati per sempre: sono una trentina le aziende isolane, per esempio, che hanno “adottato” una varietà piuttosto che un’altra, coltivandola e iscrivendola in un registro nazionale delle varietà da conservazione.

Così, grazie a loro e all’infaticabile “viaggiatore del grano” sono lentamente tornati a nuova vita piccoli chicchi sapienti, dai nomi strani e dolcissimi, da declinare al maschile o al femminile, a seconda dei dialetti locali: maiorca, perciasacchi, bidì, russello, paola, urrìa, castigliona, giustalisa, tripolina, romano, scavuzza. Perfino gioia. Pensate che bello, avere un campo coltivato a gioia: oggi è ancora possibile.