Imbarcati sulla nave Aquarius della Ong Sos Mediterranée, Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso hanno realizzato il primo reportage a disegni sulle operazioni di salvataggio in mare dei migranti. Una sfida da leggere.

di Antonella Lombardi

Insieme si sono ritrovati più volte a entrare nelle “vite degli altri” per raccontarle, destreggiandosi tra tessere mancanti e frammenti di verità. Ma quando hanno saputo che sarebbero saliti a bordo di una nave di soccorso di una Ong per realizzare il primo reportage a fumetti sulle operazioni di salvataggio in mare dei migranti, hanno capito subito che la sfida sarebbe stata più impegnativa. Loro sono Marco Rizzo, sceneggiatore e giornalista trapanese e Lelio Bonaccorso, disegnatore messinese, coautori di Peppino Impastato, un giullare contro la mafia, Jan Karski – l’uomo che scoprì l’Olocausto, Gli ultimi giorni di Marco Pantani, La mafia spiegata ai bambini, Il viaggio di Amal.

Salpati da Catania a novembre, Marco e Lelio hanno seguito per tre settimane, a bordo della nave Aquarius di SOS Mediterranée, gli operatori della Ong e il team di Medici senza frontiere nelle loro operazioni di salvataggio. E mentre una parte di Europa si calcifica nell’inerzia, i due autori siciliani hanno scelto di fare un tratto del percorso insieme alle oltre ottocento persone recuperate in mare in quei giorni, raccontando anche le storie di quel variegato mondo di volontari in prima linea che accoglie chi si lascia alle spalle conflitti e torture, riuscendo a trovare la bellezza. Quel carico di lacrime e speranze, silenzi e paure, singhiozzi e risate, hanno provato a narrarlo armati soltanto di una videocamera, pennelli e taccuini, in una graphic novel dal titolo Salvezza che debutterà a maggio in libreria, inaugurando così la nuova collana Feltrinelli Comics curata da Tito Faraci. Curiosamente, a salire con loro a bordo a Catania e a scortarli per il resto del viaggio è stato anche un pettirosso, subito adottato come mascotte portafortuna dai due e battezzato “Robin” (non poteva essere altrimenti, per due fumettisti) diventato escamotage narrativo che guida con grazia il lettore.

“Siamo stati come dei ladri di vite, abbiamo conosciuto figli, padri, madri nati nella parte sbagliata del mondo che scappano con la camicia buona ridotta a uno straccio e le foto dei loro parenti nel portafogli – dice Marco Rizzo – l’esperienza che queste persone ci hanno concesso di fare con grande eleganza, a volte con timidezza e spesso con coraggio, ci ha fornito le armi per disarmare le notizie tendenziose, lo scalpello per scolpire il nostro essere persone migliori, l’ispirazione per essere autori con qualcosa da raccontare”. Il singhiozzo di un bambino, le urla concitate di chi cerca prima un approdo e poi un familiare disperso, l’odore della paura, la velocità e lo stress dei primi momenti di salvataggio. La prima sfida arriva proprio dal mezzo usato, il fumetto, e quello di Salvezza è stato il primo esperimento in Italia, peraltro condiviso in un blog dove Marco e Lelio hanno raccontato in una sorta di diario di bordo lo sviluppo della lavorazione nelle quattro operazioni di soccorso cui hanno assistito.

“La sfida è restituire ai lettori la stessa intensità – dice Lelio – a bordo devi esserci, c’è sicuramente una grande passione, ma anche l’idea di contribuire a migliorare il mondo, abbattere i muri della paura. In fondo questa nave è un’idea, l’idea di un mondo più giusto, una speranza galleggiante”. Come quella del “bambino senza nome” a cui Lelio si è inaspettatamente trovato a fare da balia dopo un drammatico sbarco di oltre quattrocento persone su un mezzo di fortuna. “Aveva tre anni ed era eritreo – racconta il fumettista – ha sofferto di forti convulsioni e ha avuto un collasso, era molto disidratato. Portato d’urgenza a Siracusa insieme alla madre e alla sorellina di un anno, è stato poi separato da loro, affette da scabbia, ed è stato ricoverato in rianimazione a Messina, in condizioni critiche. L’ho cercato in ospedale, ho spiegato ai medici la situazione, ma non sapevano se sarebbe sopravvissuto. In quel momento ero la persona più vicina che lui avesse, pur non conoscendone il nome, una situazione paradossale. È rimasto ricoverato per una decina di giorni, non capiva la nostra lingua. Un bimbo senza nome, da solo in Occidente, dopo una traversata assurda, per fortuna una storia a lieto fine”.

Perché quel fagotto, impaurito e da solo in un letto d’ospedale di un Paese che non ha fatto in tempo a decifrare con i suoi occhi, riesce a essere raggiunto dalla madre e dalla sorella che la cocciutaggine di Lelio portano a Messina, grazie al supporto dell’assessore ai servizi sociali, Antonina Santisi. Una volta dimessi, i tre profughi hanno proseguito il loro viaggio della speranza per la Germania, dove ad attenderli c’era il padre.
Agli occhi degli esuli che hanno affrontato la loro personale odissea, Marco e Lelio a bordo sono sembrati una “strana coppia”.

“Selezionare la quantità di storie raccolte è stata l’altra sfida, così come rendere giustizia alle testimonianze – spiega Marco – da giornalista mi pongo sempre il problema di verificare le fonti. Finora c’è stata un’agghiacciante coincidenza tra luoghi, metodi e persino nomi di trafficanti, è difficile essere freddi di fronte a racconti di stupri e torture. Spesso proprio il nostro lavoro ci ha aiutato a rompere il ghiaccio: due italiani a bordo con matite, pennarelli e videocamera. Per i bambini in particolare è stata la prima occasione per rilassarsi, vederli giocare con la videocamera o circondare curiosi Lelio che faceva i loro ritratti, ascoltarli, è stata un’emozione, ma anche un onore”.