A cinquanta anni dal terremoto il paese prende finalmente coscienza delle sue potenzialità e punta sul rilancio con nuove forme di turismo. Sta cominciando una nuova utopia

di Guido Fiorito
foto di Tullio Puglia

“Ha dato un senso che si potrebbe definire di promessa, che la vita non è altrove ma può essere anche qui”. Così Leonardo Sciascia, in un accorato discorso, parlava alle gente di Gibellina, il 15 gennaio 1988, nel ventennale del terremoto del Belice, dell’utopia di Ludovico Corrao della città nuova, riscattata dall’arte contemporanea. Promessa, possibilità. Un percorso quindi incerto. Adesso che da quella notte di tragedia sono passati cinquant’anni, tornare a Gibellina, tra quella nuova e i ruderi della vecchia, venti chilometri a est, vuol dire interrogarsi su quel senso. Un paradigma di tutta la ricostruzione. Il primo passo è oltrepassare la stella di Consagra. La porta del Belice, del nuovo Belice.

Gibellina nuova, la pianta a forma di farfalla, le ali sull’asse del sistema delle piazze. Case basse, strade larghe, le aiuole di viale Indipendenza siciliana rigogliose di yucche, aloe e dracene, i grandi spazi vuoti, possenti quinte di cemento. “Dapprima sembrava il Kansas, un paese fantasma”, dice Nino Favara, ex capo dell’ufficio tecnico del Comune di Gibellina dal 1978 al 2002. Un testimone di quegli anni irripetibili, quando pranzava con Burri e gli artisti facevano a gara a venire qui. “Il piano urbanistico della ricostruzione – spiega – era qualcosa di alieno rispetto alle abitudini di quelli che abitavano un paese di montagna; si ispirava alle green town anglosassoni, con case unifamiliari che davano su isole pedonali, lo spazio comune che però la gente non frequentava. Anzi preferiva stare sul retro. Ma quello che ha fatto Corrao è straordinario. È riuscito a renderlo vivo con l’arte contemporanea”.

Oggi lo spaesamento, che qui non è un termine figurato ma reale, si è attenuato e puoi trovare dei ragazzi seduti sui gradini all’ombra dei pannelli bianchi traforati della Città di Tebe di Consagra: per loro fanno parte del paesaggio. “La mia generazione – dice Alessandro Parisi, 37 anni, uno dei pochi laureati che non sono andati via – è cresciuta nel paese nuovo, abbiamo giocato liberamente nelle isole pedonali. Attorno a piazza XV gennaio si è formata la nuova dorsale del paese. Capisco che gli anziani siano perplessi ma qui le nuove generazioni hanno radici, senza dimenticare la nostra memoria”.


Un osservatorio privilegiato è il Cresm (Centro di Ricerche economiche e sociali per il Meridione) che ha radici nelle battaglie di Danilo Dolci per lo sviluppo dal basso di queste zone. Il Cresm ha realizzato a Gibellina il Belice/EpiCentro della Memoria Viva, un museo che tiene viva la storia della ricostruzione. “Gibellina – dice il presidente Alessandro La Grassa – oggi è qualcosa a metà tra un’opera d’arte incompleta e un laboratorio a cielo aperto. È una città che ha appena trent’anni di vita e che nasce da una trasformazione radicale. La storia di una città si fa con stratificazioni che si accumulano nei secoli. È stato dato un indirizzo culturale, di arte contemporanea, in un momento in cui le risorse erano maggiori di quelle di oggi e c’era un ampio serbatoio di idee, progetti e artisti cui attingere. Non c’è continuità con allora ma ci sono segni di vitalità artistica, si tentano strade diverse”.

Il simbolo della memoria, accanto ai ruderi superstiti di Gibellina Vecchia, è il Cretto di Alberto Burri. Un labirinto di blocchi di cemento che ricopre la collina dove la terra ha tremato distruggendo le fragili case, seminando la morte. Raggiungerlo non è facile: venendo da Palermo, la statale 119 è interrotta per frane. Unica via, passare da Santa Ninfa e prendere la 119 da Sud-ovest. Scarseggiano a Gibellina le indicazioni. Nicolò Stabile, ritornato a Gibellina dopo essersi occupato di teatro all’estero, ha definito Corrao, di cui è stato collaboratore negli anni Ottanta, “un Fitzcarraldo: sapeva che chi sogna può muovere le montagne”. Ha creato una pagina Facebook sul Cretto per sollecitare il completamento (poi avvenuto) e il restauro. “Siamo stufi di parlare del passato – afferma – il paese è questo e qui dobbiamo vivere.

Il Cretto è un’opera di Land art incredibile, una risorsa enorme per il turismo culturale. Invece è quasi inaccessibile, chi arriva lo trova abbandonato e deserto. Gli abitanti oggi sono orgogliosi del Cretto, perché hanno visto che ne parla tutto il mondo. Una volta era percepito come un Ufo, definito opera di follia. Oggi stanno comprendendo che è la chiave per una svolta economica. D’estate gli abitanti di Gibellina portano gli ospiti a vedere il Cretto, questo è un grosso cambiamento. Vanno coinvolti nel restauro e nella manutenzione. Bisognerebbe uniformare, per esempio con la calce, il bianco della parte nuova con il grigio di quella vecchia”. Il tema diventa come portare Gibellina e le sue visioni contemporanee al centro di flussi turistici e di sviluppo economico. È un obiettivo del piano di marketing “Destinazione Gibellina”, un’iniziativa privata di Tenute Orestiadi che coinvolge tutte le istituzioni della cittadina.

Dall’estate scorsa lo Scirocco Wine Festival, protagonisti i Paesi produttori di vino del Mediterraneo, si è aggiunto agli spettacoli teatrali delle Orestiadi. Un gemellaggio con il Cous Cous Festival di San Vito vuole portare i turisti dal mare fino al Belice. Lo slogan di Destinazione Gibellina è “dare scosse al territorio”. “Gibellina da sola, con piccole risorse, non può pianificare lo sviluppo del territorio che deve riguardare l’Intero Belice – afferma La Grassa -. E questo ha bisogno di tempo per essere realizzato. Non si tratta di aumentare i flussi turistici in provincia di Trapani ma dirottare parte di quelli esistenti verso Gibellina”.

Un punto cardine è la riapertura del Museo Civico, chiuso dal 2015 per lavori di ristrutturazione: contiene opere degli artisti che sono passati da qui, come il ciclo della natura realizzato da Mario Schifano; Accardi, Consagra, Guttuso, Isgrò, Pomodoro. “Contiamo di riaprire il museo a giugno – dice il sindaco Salvatore Sutera -. Per fare venire i turisti dobbiamo far conoscere al mondo quello che abbiamo. Ci sono tante case vuote che potrebbero ospitarli. Lavoriamo in sinergia con i privati e gli enti culturali, il bilancio ci consente di investire pochi fondi”.

“Abbiamo capito – dice Calogero Pumilia, presidente della Fondazione Orestiadi – che il rilancio turistico non cade dall’alto e abbiamo unito le forze, il versante culturale con le realtà enogastronomiche del territorio. Palermo quest’anno è capitale della cultura e ospiterà da giugno Manifesta, la biennale europea di arte contemporanea. Tenteremo di spostare parte delle migliaia di visitatori appassionati che verranno a Palermo verso Gibellina, che è la realtà più importante di arte contemporanea della Sicilia. Così come il turismo nel Belice va legato a quello di località come Segesta e Selinunte”.

Il museo della Fondazione, al baglio Di Stefano, ospita una delle opere straordinarie di Gibellina, la Montagna di sale di Mimmo Paladino. Un simbolo del travaglio di Gibellina e dell’intero Belice: cavalli morti giacciono sdraiati sul bianco accecante, altri impastoiati cercano di liberarsi dal sale. Quelli più in alto sono finalmente liberi.