Dal teatro del liceo Garibaldi a Palermo al mestiere di attrice a Roma. Isabella Ragonese spiega come è cambiata la sua vita e cosa resta del suo essere siciliana

di Marta Gentilucci

Se dovesse condensare in pochi aspetti il suo sentirsi “palermitana fino al midollo”, lo farebbe utilizzando il dialetto: i babbaluci ca cu li coinna ammuttano i balati (“le lumache che spingono le pietre con le corna”). Isabella Ragonese ride di gusto. “Nei tanti siciliani con cui ho a che fare, che lavorano nel cinema, riconosco un modo simile di affrontare le cose: un modo apparentemente lento ma che ha più personalità, più testardaggine. Questo mi appartiene tantissimo”.

E poi un certo fatalismo: “se una cosa non è stata, si vede che non doveva essere. Aspetteremo la prossima”. “Credo che questo sia un aspetto molto isolano, che deriva probabilmente dall’essere circondati dal mare. E quando il mare è grosso, è inutile che ti lamenti: non puoi andare da nessuna parte”. Il pessimismo? Anche. Ma dal lato della medaglia che lo rende un pregio anziché uno svantaggio: “Se pensi la cosa peggiore e poi accade, te l’aspettavi, eri pronto. Se invece accade qualcosa di bello, hai l’effetto sorpresa. Il pessimismo è un anticorpo che rende quasi immuni alle delusioni”. E, infine, la grazia. “Penso che i palermitani abbiano molta grazia, che è la qualità che amo di più. Nonostante vengano etichettati spesso come persone estroverse, io trovo invece che siano estremamente discreti, rispettosi dello spazio vitale degli altri”.

Dopo l’emozionante cerimonia del David di Donatello, dov’è stata candidata come migliore attrice protagonista nel film di Daniele Vicari Sole cuore amore, Isabella Ragonese alterna aneddoti e ricordi e parla dei premi come di “una parte accessoria (e decisamente non la mia preferita)” della vita che ha scelto. La vita di attrice. Nello specchietto retrovisore c’è Palermo e c’è il Teatès di Michele Perriera. C’è il teatro e, ancora prima, la saletta del laboratorio teatrale del Liceo Garibaldi, quando era un’adolescente timida e molto saggia. “Ho fatto un percorso al contrario: sono stata una ragazza riflessiva. Una che ponderava fin troppo sulle cose. Che si era data un limite: se entro i trent’anni non faccio di questa passione un lavoro con cui campare, mollo e faccio altro. Non volevo ritrovarmi a provarci fino alla fine”.

Ma a trent’anni era già stata Marta in Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, Camilla in Dieci Inverni di Valerio Mieli ed Elena ne La nostra vita di Luchetti. “Un’altra cosa su cui rifletto moltissimo è la scelta dei film: c’è sempre un motivo che mi spinge ad accettare un ruolo anziché un altro. E questo è un vantaggio perché, guardandomi indietro, riconosco che è un percorso che mi somiglia, che somiglia a Isabella e a nessun altro. C’è la mia firma. Ora però l’obiettivo è acquisire più leggerezza”.

A darle l’impulso decisivo per dire “sì, lo faccio”, c’è innanzitutto “l’attore o l’attrice con cui potrei recitare in quel film. Per ‘rubargli il mestiere’, come un apprendista nella bottega di un artigiano”. E poi il personaggio. “Sono abbastanza egoista, penso a quanto quel ruolo mi possa divertire, se mi possa mettere di fronte a delle cose che non ho fatto. I primi tempi ho fatto film diversissimi tra loro, perché volevo capire dove mi trovassi più a mio agio: dal film più popolare a quello di nicchia, dalla commedia al film drammatico, film d’epoca, film contemporanei: insomma, non mi sono fatta mancare niente. Proprio per la curiosità di capire la mia strada, perché finché non provi non puoi dire: no, non lo farò mai”. “In Sole cuore amore, il film con cui sono candidata al David, interpreto Eli, una borgatara della Roma di periferia, una barista distrutta dal lavoro e devota alla famiglia. Quasi nello stesso periodo usciva Il padre d’Italia, in cui invece sono Mia, una scapestrata coi capelli rosa che vive alla giornata. Mi piace mettermi alla prova in ruoli diversissimi ma che, in fin dei conti mi somigliano tutti. Dico sempre che è come quando si mixano i suoni: per alcuni alzi il volume sui bassi, per altri sugli alti, ma sei sempre tu”.

Sia Eli che Mia, tra l’altro, sono simili anche per una certa testardaggine di fondo, un modo di camuffare l’insicurezza indossando la maschera della donna forte. “È così anche nella vita: noi donne, per farci ascoltare, dobbiamo essere forti. Non ci è concessa la debolezza: se abbiamo un attimo di cedimento, di pianto, veniamo additate subito come isteriche, come poverette. E questa cosa ci porta a nascondere la nostra volubilità a tutti i costi, pur di risultare credibili. Per questo non chiediamo quasi mai aiuto, oppure non riusciamo ad ammettere che non si può avere 10 in tutte le materie. È difficile eccellere in tutto quando si fanno mille cose, come ci viene chiesto”.

In un’intervista del 2009 diceva che il suo sogno nel cassetto era comprare una casa. Ora una casa ce l’ha ed è a Roma. “All’inizio, quando ho lasciato Palermo per trasferirmi a Roma, è stata tosta. Ho sofferto, perché non avevo certo diciott’anni, ero già grande, lavoravo a teatro. Non ho lasciato la Palermo idealizzata dell’infanzia, ma una città reale, che mi aveva dato tutto quello che poteva darmi. Poi ho attraversato quegli anni in cui, quando ero a Palermo, mi mancava Roma e, quando ero a Roma, non vedevo l’ora di tornare a Palermo. Ero sempre in agitazione, non stavo bene da nessuna parte. Ora invece è una fase molto bella perché, tornando a Roma dopo viaggi di lavoro e tournée, riesco finalmente a riconoscerla come casa. Si dice che l’amore non si divide ma si moltiplica: io ho due case, due luoghi che riconosco come miei. E questa è una ricchezza che mi dà anche la possibilità di osservare tutto con una percezione diversa. Come quando vedi una cascata: un conto è passarci sotto, un altro è guardarla dall’alto”.

Adesso che si è rassegnata a dover prendere l’aereo, tra le sue due case ci sono solo 45 minuti di distanza. “La paura di volare è una malattia familiare, ne soffrono anche mia madre e mio fratello”, racconta ridendo. “Io l’ho superata grazie al cinema, perché prima raggiungevo qualunque posto col treno. Quando facevo l’Erasmus a Parigi prendevo un pullman dell’Eurolines, ci mettevo una quantità di ore inaudita. Però era bello perché ti dava il senso della distanza: osservare il paesaggio che scorre con il naso appiccicato al finestrino e gli auricolari nelle orecchie. Sarà che sono antica – ride – ma mi fa sempre un po’ di impressione il fatto che in un’ora ci si possa ritrovare tra gente che parla un’altra lingua. Che un attimo prima sei lì, a mangiare arancine e l’attimo dopo ti ritrovi, per dire, a Bruxelles”. Ci pensa un momento. “Ho superato la paura ma non mi sono ancora abituata al rumore del carrello. Penso sempre che stia per succedere qualcosa”.

sono simili anche per una certa testardaggine di fondo, un modo di camuffare l’insicurezza indossando la maschera della donna forte. “È così anche nella vita: noi donne, per farci ascoltare, dobbiamo essere forti. Non ci è concessa la debolezza: se abbiamo un attimo di cedimento, di pianto, veniamo additate subito come isteriche, come poverette. E questa cosa ci porta a nascondere la nostra volubilità a tutti i costi, pur di risultare credibili. Per questo non chiediamo quasi mai aiuto, oppure non riusciamo ad ammettere che non si può avere 10 in tutte le materie. È difficile eccellere in tutto quando si fanno mille cose, come ci viene chiesto”.
In un’intervista del 2009 diceva che il suo sogno nel cassetto era comprare una casa. Ora una casa ce l’ha ed è a Roma.

“All’inizio, quando ho lasciato Palermo per trasferirmi a Roma, è stata tosta. Ho sofferto, perché non avevo certo diciott’anni, ero già grande, lavoravo a teatro. Non ho lasciato la Palermo idealizzata dell’infanzia, ma una città reale, che mi aveva dato tutto quello che poteva darmi. Poi ho attraversato quegli anni in cui, quando ero a Palermo, mi mancava Roma e, quando ero a Roma, non vedevo l’ora di tornare a Palermo. Ero sempre in agitazione, non stavo bene da nessuna parte. Ora invece è una fase molto bella perché, tornando a Roma dopo viaggi di lavoro e tournée, riesco finalmente a riconoscerla come casa. Si dice che l’amore non si divide ma si moltiplica: io ho due case, due luoghi che riconosco come miei. E questa è una ricchezza che mi dà anche la possibilità di osservare tutto con una percezione diversa. Come quando vedi una cascata: un conto è passarci sotto, un altro è guardarla dall’alto”.

Adesso che si è rassegnata a dover prendere l’aereo, tra le sue due case ci sono solo 45 minuti di distanza. “La paura di volare è una malattia familiare, ne soffrono anche mia madre e mio fratello”, racconta ridendo. “Io l’ho superata grazie al cinema, perché prima raggiungevo qualunque posto col treno. Quando facevo l’Erasmus a Parigi prendevo un pullman dell’Eurolines, ci mettevo una quantità di ore inaudita. Però era bello perché ti dava il senso della distanza: osservare il paesaggio che scorre con il naso appiccicato al finestrino e gli auricolari nelle orecchie. Sarà che sono antica – ride – ma mi fa sempre un po’ di impressione il fatto che in un’ora ci si possa ritrovare tra gente che parla un’altra lingua. Che un attimo prima sei lì, a mangiare arancine e l’attimo dopo ti ritrovi, per dire, a Bruxelles”. Ci pensa un momento. “Ho superato la paura ma non mi sono ancora abituata al rumore del carrello. Penso sempre che stia per succedere qualcosa”.