Mai come ora torna d’attualità Il Gattopardo. Stanno infatti per iniziare le produzioni di due film, uno centrato sul libro, l’altro sulla moglie di Tomasi di Lampedusa. Da non perdere

di Antonella Lombardi

Due esuli dal passato principesco che hanno lasciato un segno nella storia del nostro Paese, capaci di ispirare ancora oggi autori e registi. Lui è Giuseppe Lanza Tomasi, “mostro errabondo” come si firmava nelle lettere scritte agli amici dalle capitali europee che girava, cultura cosmopolita, carattere schivo, un raffinato senso dell’humour e un’avidità di lettura pari solo alla fama postuma ricevuta per “Il Gattopardo”. Lei è la moglie, Alexandra Wolff Stomersee detta “Licy”, “la signora che portò Freud in Sicilia”, come recitava il suo necrologio sul Giornale di Sicilia. Baronessa baltica allieva di Freud, dopo un’ infanzia trascorsa alla corte degli zar a Pietroburgo, Licy è scappata in Europa allo scoppio della rivoluzione del 1917.

Così vicini, così lontani, i due scoprono presto le proprie affinità elettive pur avendo personalità opposte: un magnetismo che continuano a esercitare ancora adesso, al punto da essere al centro di due produzioni cinematografiche internazionali. Una, The Leopard, in 10 episodi, set in Sicilia e coproduzione internazionale, sarà una saga che spera di bissare l’allure e il successo di serie come The Crown e  Downton Abbey, con una premessa, però: “Non abbiamo alcuna intenzione di fare un remake del film, sarebbe impossibile – ha spiegato Marco Cohen, socio fondatore di Indiana Production che ha acquisito i diritti del romanzo dall’editore Feltrinelli – vogliamo piuttosto sviluppare la narrazione del libro ed essere i più autentici possibile.

Gireremo certamente nei luoghi descritti nel racconto”. La serie sarà prodotta da Fabrizio Donvito, lo stesso Cohen e Benedetto Habib di Indiana Production, con Daniel Campos Pavoncelli e Ilaria Castiglioni come produttori esecutivi. “Sarà una saga che racconterà di nuovo la storia di un paese in un periodo di profondi cambiamenti che hanno coinvolto l’Europa intera”, ha detto Donvito, affascinato dalla celebre e controversa epigrafe del romanzo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.“Non riesco a pensare a una frase più attuale per descrivere il periodo storico in cui viviamo, un momento in cui alcune forze vogliono impedire i cambiamenti reali e necessari, e l’indecisione di pochi pesa sulla maggioranza”.

L’altro progetto sarà un film le cui riprese inizieranno dopo l’estate tra la Lettonia e la Sicilia, titolo: La nascita del Gattopardo. A girarlo sarà Luigi Falorni (una nomination all’Oscar 2004 per il documentario “La storia del cammello che piange”) a produrlo la casa tedesca Kick Film. Del resto è piena di suggestioni la storia di Alexandra, femminista ante litteram, figlia del barone Boris von Wolff-Stomersee, maestro di corte dello zar Nicola e di Alice Barbi, celebre mezzosoprano raffinata interprete e, pare, anche amante di Brahms.

È proprio la madre a tessere involontariamente le fila della futura unione della figlia: una volta rimasta vedova del barone Stomersee, Alice Barbi sposa a Londra dopo un lungo corteggiamento l’ambasciatore d’Italia, il marchese Tomasi della Torretta, zio dell’autore del Gattopardo. Nel sontuoso castello di Stomersee il principe e Alexandra iniziano a conoscersi: lei ha già divorziato dal marito André Pilar, noto omosessuale che sapientemente sceglie per lei come amante un barone estone, affascinante sì, ma che si rivelerà fin troppo preso dallo sport della caccia.

Intanto il principe Tomasi ha iniziato a fare visita nel castello sul Baltico e Alexandra ricambia venendo a Palermo. Inizia così un fitto carteggio d’amore tra i due – inedito fino a pochi anni fa – in una lingua estranea a entrambi, il francese, che forse esorcizza meglio quella sorta di crepuscolo degli dei appartenuto a entrambi. Si sposano a Riga nel 1932, Tomasi scrive alla madre il giorno stesso delle nozze temendone l’ira funesta (e i fatti gli diedero ragione, tesissimi i rapporti tra nuora e suocera) dal canto suo l’amata “Licy” o “Muri mio” come l’apostrofava lui, per la legge lettone sposando un cittadino straniero doveva rinunciare alle sue proprietà. Ed è lei a scrollare il marito, addolorato e malinconico per lo scempio di palazzo Lampedusa causato dalle bombe degli Alleati nel 1943. Alexandra lo induce a scrivere Il Gattopardo per dare forma ai demoni che lo tormentano: “Io avevo vissuto la stessa storia, non potevo tornare nel mio castello, ma la luna è uguale in ogni posto, inizia a scrivere, fai rivivere i tuoi avi, fai entrare nel palazzo la tua storia”.

“Ha sofferto molto per la mancanza del marito”, disse al giornale L’Ora Cesare Musatti, pioniere della psicanalisi che l’aveva conosciuta, e infatti quando la fama del Gattopardo arriva generosa e tardiva lei difende gelosamente la memoria del marito, sconfessando una lettera dello scrittore Elio Vittorini che aveva respinto la pubblicazione del romanzo, finita al centro di un convegno. “La vera lettera ce l’ho io, quella è un rifacimento con qualche apprezzamento – disse fiera – Vittorini non aveva capito il libro”.

Incurante dei giudizi altrui, poliglotta, figura di riferimento della psicoanalisi, tanto da ricoprire la carica di presidente della Società psicoanalitica italiana, Alexandra Wolff non passava certo inosservata: imponente, indossava spesso una lunga cappa nera e un cappello con veletta. “Anna Karenina è il manuale di come non si deve comportare una donna. Dovrebbe amare più Tolstoj, lui sì che capiva le donne!”, raccomandava alla sua allieva Susy Izzo, che ne La dama e il Gattopardo ha raccolto i ricordi del soggiorno palermitano. “In Sicilia pensano cose di me che neanche voglio riferire – le diceva, alludendo ai pettegolezzi che le davano della lesbica – qui le donne vengono considerate quando sono mogli e soprattutto madri”.

Lei, così sicura e imperiosa da costringere una madre col suo bambino a lasciare un cinema a Roma, mentre era in corso una proiezione. “Il piccolo piangeva perché non gradiva alcune scene – racconta la Izzo – la madre restò indifferente finché la principessa non intervenne”. All’inevitabile e romanesco invito a “farsi i fatti propri” rivolto dalla genitrice, la nobile non si scompose, ma urlò che quelli erano fatti suoi, in quanto psicanalista perché “da grandi me li devo subire io gli errori che fate voi genitori”. È sempre lei a incontrare Visconti durante le riprese del Gattopardo a Villa Boscogrande a Palermo. Due patrizi alla ricerca di un mondo perduto: lei, l’aristocratica che non voleva essere scambiata per una volgare lèttone, e Visconti, “il conte rosso”, comunista ma discendente di quei Visconti di Modrone signori di Milano da dinastie, stretto tra l’ossessione della ricerca filologica e la spinta a ricostruire in ogni dettaglio i fasti principeschi di un tempo.

“Ovunque lastroni di cemento armato, raffinerie fumanti e muri bigi… le statue sontuose sono sparite inghiottite dal cemento che sta divorando tutto – dirà Visconti girando la Sicilia per i sopralluoghi del film – e un povero Cristo come me, che vuole trovare un palazzo autentico di quel genere, alla fine deve rassegnarsi a farselo costruire nei teatri di posa”. Analisi spietata ma vera, che però nasconde lo zampino diabolico dei produttori, preoccupati dai costi esorbitanti, come hanno svelato Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice, autori del dettagliato saggio “Operazione Gattopardo”: “Il produttore della Titanus Goffredo Lombardo arriva a promettergli venti milioni per ogni cento che gli farà risparmiare sul preventivo di 1 miliardo e 600 milioni”.

Visconti vuole girare nell’antico feudo di Lampedusa, Palma di Montechiaro, che però non ha strade praticabili ed è sfregiata dalla Agrigento Gela che taglia in due la piazza principale. La casa di produzione Titanus si sarebbe caricata gli oneri per spostare il tratto di strada “ma in un borgo privo di fogne dove noi avremmo portato un po’ di lavoro – dirà il regista – prima i notabili del luogo, poi un assessore fascista e infine la mafia ci minaccia costringendoci ad abbandonare Palma se non ci affidiamo alle imprese consigliate”.

Minacce mafiose arrivate via telegramma che creano titoli infuocati sulla stampa, interrogazioni al presidente della regione, fino alle dimissioni del sindaco del comune. Anni dopo, Piero Notarianni, cugino di Piero Ingrao e organizzatore generale della Titanus, svelerà di “essersi mandato quel telegramma, probabilmente in combutta con Lombardo, per far desistere Visconti dalla decisione di girare in una location impossibile e onerosa come Palma”. I costi finali arriveranno comunque a tre miliardi, ma la soluzione, inaspettata, giunse poi dal piccolo paese di Ciminna, nel palermitano. Improvvisamente investito dalla gigantesca macchina del film.