In greco moderno significa buono. Ma “Kalós”, originariamente, significava bello, una bellezza da sempre correlata alle categorie dell’opportuno e del giusto, fino a diventarne sinonimo

di Patrizia Giancotti

In greco moderno significa buono. Ma “Kalós”, originariamente, significava bello, una bellezza da sempre correlata alle categorie dell’opportuno e del giusto, fino a diventarne sinonimo. Ciò che è bello per gli antichi greci è dunque anche buono, giusto e veritiero. Non sembra facile il compito di ritrovare questa concomitanza di valori nell’itinerario magno-greco che ho disegnato in Calabria. Ci si trova senza fiato di fronte alla bellezza, si incontrano custodi della sua salvaguardia e contemporaneamente si attraversa il triste scenario architettonico del noto “incompiuto calabrese”, che diviene concetto antropologico, storia, chiave di lettura. Che cosa resta, dunque e cosa abbiamo perso per sempre? Da antropologa itinerante mi porterò dietro questa domanda, iniziando da Reggio Calabria, la città che arriva a stordire per la sua energia contrastante. D’altra parte dopo milleduecento chilometri di corsa proprio qui davanti si scontrano due mari e lo Stretto li contiene espandendosi in profondità fino a duemila metri, mentre la città ci mostra dal suo sontuoso palcoscenico lo spettacolo delle sue acque bizzose, traboccanti di miti. Tutti sanno che fu l’oracolo di Delfi a indicare ai Calcidesi dell’isola greca di Eubea il posto esatto dove fondare Reghion nel 730 avanti Cristo, “dove l’Apsia, il più sacro dei fiumi, si getta in mare , troverai una femmina congiunta a un maschio: lì fonda una città (…).” Alla foce del fiume una vite intrecciata a un fico selvatico furono il segno profetizzato dall’oracolo. Peccato non resti nulla a raccontarlo.
Porta la mia domanda nello studio foderato di libri del professor Domenico Minuto. Grecista, bizantinista, scrittore, ha educato alla bellezza centinaia di giovani calabresi, ponendoli di fronte alla cultura e all’arte magno-greca con la stessa intenzione con la quale li conduceva alla scoperta dei “paesaggi parlanti” delle montagne.
“La bellezza permane. Se ne avvertono lampi nell’arte che ancora custodiamo, ma anche nei gesti antichi, in qualcosa di misterioso che ritroviamo nel paesaggio, nella pietra della fiumara. Per questa sua capacità di comunicare qualcosa che attiene ai territori del sacro, la Calabria ha sempre attirato contemplatori e religiosi. Penso ai santuari campestri della protostoria, a quelli extraurbani del mondo classico e poi ai tanti santi italo-greci, ai mistici che abitavano montagne costellate di chiese rupestri. Su questo punto si stabilisce il legame con il mondo greco antico, dove il rapporto con gli dei era diretto, familiare e la bellezza esaltava questo legame, nell’armonia delle forme e nella ricerca della misura”.
Basta attraversare la strada. Al piano terra del Museo archeologico nazionale progettato da Piacentini e riaperto nel 2016 dopo dieci anni di restauro, i Bronzi di Riace mostrano questo genere di bellezza a migliaia di visitatori. Quando si entra nel loro raggio d’azione, la loro aura è tangibile, come quella di un oggetto consacrato, di un talismano, di una pietra filosofale. Denti d’argento tra le labbra di rame per il primo, labbra dischiuse per il secondo, il sorriso di entrambi svela “l’interno”, qualcosa di intimo e umano. Sono di fronte a noi disarmati, nella loro particolare condizione di nudità completa, hanno infatti perso elmo, scudo e lancia, forse rubati, forse lasciati in quel mare di Riace, dove sono stati per oltre duemila anni prima di essere ripescati il 16 agosto del 1972. Non sono soli, il Museo custodisce inestimabili tesori che esprimono lo stesso concetto di bellezza e che indicano come una freccia la via del nostro itinerario: Locri, Kaulon, Crotone, Sibari, Hipponion.
Di alcune opere invece non si sa la provenienza originaria, del magnifico Kouros, per esempio, fortuitamente rinvenuto dalla Polizia tributaria nel corso di un blitz nella casa di un imprenditore che, secondo un suo particolare concetto di bellezza, lo aveva trasformato in lampada. Da sempre affascinata dai pinakes, qui ho potuto godere della vasta collezione di queste tavolette votive prodotte tra il 490 e il 450 avanti Cristo per lo più dedicate a Persefone e ritrovate in gran quantità nella città di Locri Epizefiri, dove vado, a un centinaio di chilometri da qui. Dalla Rocca del Capo di Bova ancora si vede l’Etna, a Brancaleone Cesare Pavese al confino immaginava di essere Ibico e scriveva alla sorella: “I colori della campagna sono greci”, ci sono oleandri fioriti e agavi gigantesche, la ferrovia con il suo binario solitario, calanchi abbaglianti e “colline spelacchiate brunoliva”, case a mattoni vivi, finestre murate, panni che sventolano al sole, piazze, bar.
“Locri, città d’Italia ordinata a leggi bellissime, dove per copia di sostanze e gentilezza di sangue non istà dopo a niuno…”, scrive Platone attorno al 360 avanti Cristo. Locri Epizefiri, che significa sotto lo zefiro, ma anche nelle vicinanze di Capo Zephiro, nome del primo insediamento che sorgeva a pochi chilometri. Venendo da sud il Museo e il Parco archeologico si trovano tre chilometri prima dalla città attuale. “Questa è la nostra fortuna “, mi dice Rossella Agostino, che dirige il Museo e il Parco archeologico di Locri Epizefiri, insieme a quelli di Bova Marina, Gioia Tauro e dell’antica Kaulon. “Quando si ricostruisce una città su antiche rovine, si perde quasi tutto del passato. Qui abbiamo la fortuna di avere un’area di trecento ettari che è rimasta completamente abbandonata e che custodisce ancora i suoi segreti, come la zona impervia tra Castellace e Mannella dove l’archeologo Paolo Orsi, tra il 1908 e il 1911, diresse gli scavi al tempio di Persefone”.
Tra le tante pubblicazioni Rossella Agostino ha scritto un libro che si chiama Gli inganni della bellezza. “Una ricerca sulla cosmesi nell’antica Grecia, che rimanda tuttavia a un concetto sociale del bello, a quell’armonia e a quella misura di cui qui custodiamo importanti testimonianze. Certo qui sarebbe necessario un grande investimento per promuovere nuovi scavi e rimodellare gli allestimenti, con la certezza che la nostra unicità potrebbe triplicare l’afflusso di visitatori. Ma intanto ci impegniamo a fare del nostro meglio per coinvolgere concretamente il territorio, in primo luogo bambini e ragazzi delle scuole, i nostri principali fruitori. Insegnare alle nuove generazioni la custodia del nostro patrimonio storico-artistico, credo sia il modo migliore per mantenere viva la sua bellezza”.
Tra i vasi policromi e le sirene di terracotta spunta Greta Policheni anni diciassette, che partecipa con il liceo Mazzini di Locri al progetto alternanza scuola lavoro. “Mi piace lavorare qui, scoprire da vicino le cose che abbiamo in comune con il passato magno-greco, l’importanza del ruolo delle donne, per esempio, la devozione verso Demetra e Persefone, il fatto che Locri, insieme a Sparta, fosse una delle pochissime città greche in cui le donne partecipavano a gare atletiche”. Oggi Greta indossa una maglietta con una scritta in greco del poeta Nikos Kazantzakis: “Non mi aspetto nulla. Non temo nulla. Sono libero”.
Alcuni pezzi del museo sono indimenticabili: un tenero bacio tra amanti in terracotta, il serpente-gallo con cresta e bargigli attributo della dea Demetra e un’elegante figuretta in bronzo che indossa un peplo morbido e saluta affabile con ampio gesto della mano. La statuetta, parte frontale della maniglia di una porta, era un segno di benvenuto per il viandante che ritrovo nell’accoglienza di Laura Delfino, responsabile dei servizi educativi in collaborazione con la restauratrice Antonella Ursino. “Dopo uno dei nostri seminari, la più bella soddisfazione è sentire un bambino che dice alla mamma “da grande voglio fare l’archeologo”, o constatare l’impegnano dei ragazzi dell’istituto alberghiero alle prese con antiche ricette e laboratori, iniziative anche finanziate con la vendita organizzata dei frutti del nostro aranceto”. Ci avventuriamo nel parco archeologico tra ulivi secolari e alte siepi di rosmarino a osservare i resti del tempio dedicato a Demetra. Per lei e per la figlia Persefone si celebravano le Tesmoforie, feste femminili interdette agli uomini che pagavano la loro curiosità anche con la vita. Digiuni, purificazioni, sacrifici, danze e banchetti richiamavano un gran numero di donne che hanno lasciato in quest’area sacra oltre venticinquemila oggetti votivi. Tra i resti del tempio, ci sembra di avvistare Persefone in persona, che scopro essere Cinzia Costa, attrice scelta dal regista Nick Mancuso proprio per interpretare la dea in Persefone’s tears, un horror fantasy in produzione. I suoi occhi, i capelli scuri, il suo corpo, parlano un’antica lingua. Mi accompagna anche alla fortezza Castellace, dove tra ciuffi di erba alta, gli antichi blocchi di pietra mollis testimoniano la presenza della torre di avvistamento da cui, come oggi, lo sguardo poteva abbracciare tutta la costa. Senza parlare, sferzata dal vento, Persefone celebra il rito dell’ultimo raggio di sole prima di ritornare nell’Ade.
L’impressione di camminare su tesori affioranti è ancora più forte nel parco archeologico dell’antica Kaulon che si incontra percorrendo la A 106 sotto il faro di Punta Stilo a Monasterace. La ferrovia, ulivi, canne al vento e cicale: per arrivare al tempio dorico affacciato al mare, si fa un bel pezzo a piedi tra scavi e fichi d’india, ma si viene premiati. Sedendosi sugli scaloni bianchi, si sente tutta la potenza del luogo. Uno spazio aperto disseminato di grandi blocchi di pietra bianca, un pezzo si colonna dorica, la monumentale base di un’altra. L’archeologo Francesco Cuteri che ha dedicato molti anni allo studio e agli scavi in quest’area, ha scritto nel suo libro Guida alla Calabria Greca – Un itinerario fra miti e sacralità, che a Kaulon, città delle miniere e dei metalli fondata alla fine del VII secolo avanti Cristo, i mucchi di offerte votive fanno ipotizzare la coesistenza di più divinità nel sacro recinto. Si sente. Come la vicinanza del mare, che però è anche una minaccia: nel 2013 la mareggiata risucchiò una duna portando via anche tutti i reperti che conteneva. “I problemi di tutela sono molti e complessi”, mi dice Angela Acordon, che dirige il Polo museale al quale fanno capo sedici musei della Calabria, qui per avviare alcuni lavori di manutenzione. “Il mare – spiega – ha prodotto danni per i quali sarebbero necessari importanti lavori di consolidamento e messa in sicurezza. Altre volte ci ha riconsegnato tesori sommersi, la base di una colonna monumentale, capitelli, pozzi in terracotta e persino anfore contenenti pece dell’Aspromonte rimaste impigliate nella rete di un pescatore”. Succede anche che vengano effettuati ritrovamenti straordinari e che, per mancanza di fondi, dopo l’analisi e il restauro, debbano essere ricoperti. Come nel caso delle indagini dirette dagli archeologi Maria Teresa Iannelli e Francesco Cuteri effettuate con l’aiuto di studenti di università italiane e straniere. Leggo nella scheda esposta di fianco alla fotografia in pianta, che si tratta di un edificio riferibile alla fine del IV secolo avanti Cristo con grandi mosaici che raffigurano un delfino e un drago. Come quello bellissimo, irsuto e rosso, rinvenuto nel 1969 e datato alla fine del III secolo avanti Cristo, animale simbolo che aveva lo scopo di spaventare il male e tenerlo lontano, potere apotropaico al quale è necessario affiancare un aiuto concreto per proteggere questo parco archeologico d’inestimabile valore dai marosi e dall’abbandono.
Prima di ripartire conosco Antonella Papaleo della cooperativa ViviKaulon che ha in gestione i servizi aggiuntivi del Museo, illustra le belle iniziative didattiche, mostre, eventi, compreso un servizio di bike sharing che entrerà presto in uso. Voglia di migliorare le cose, iniziativa, entusiasmo. Anche lei fa parte della schiera di donne incontrate in questo viaggio, l’ultima delle quali mi porta a Crotone. Per trecentodieci giorni ha visto l’alba ai piedi dell’ultima colonna del tempio di Hera Lacinia, undici mesi di scavi con il faro di Capo Colonna a illuminare l’ultima notte. Ha scelto di essere un’archeologa quando era bambina per curare la bellezza del passato e preservarla nel presente e lo fa da militante, contro il parcheggio in area archeologica finanziato con due milioni e mezzo di euro dalla comunità europea, contro il megavillaggio irregolare con ristorante di quattrocento metri quadrati e piscina sul promontorio di Capo Colonna, contro le tettoie invasive e le loro pesanti colonne di metallo, contro i progetti milionari privi di fondamento storico. Lancia appelli alla mobilitazione, promuove visite guidate per avvicinare la cittadinanza a queste problematiche e ci riesce.
Margherita Corrado è la mia guida nella città di Kroton “la sobria”, fondata dagli Achei alla fine dell’VIII secolo avanti Cristo e scelta da Pitagora per dar vita alla sua scuola, in opposizione alla Sibari dei leggendari banchetti e dell’opulenza. “Qui sul promontorio di Capo Colonna – racconta – più che il tempio, era la particolare vegetazione a sancire la sacralità del luogo, la presenza della dea Hera Lacinia. Scrive Tito Livio: ‘Un bosco sacro, isolato da una folta foresta e da alti abeti’ che divenne uno dei santuari più importanti del Mediterraneo, richiamando pellegrini da tutto il mondo desiderosi di lasciare alla dea i loro doni, milioni di pezzi, molti dei quali di inestimabile valore, custoditi nei nostri musei”. Il tempio noto resta integro fino al 1500 per poi essere utilizzato come una qualunque cava di materiale da costruzione. Così come il bosco è stato tagliato e resta ormai una sola colonna. Eppure la suggestione di questo luogo è ancora molto forte. “Ma io – continua Margherita Corrado – non credo che oggi ci sia una continuità culturale con quel sistema di pensiero. Anche se le tifose della squadra di calcio cittadina si chiamano ‘Le figlie di Hera’ e gli ‘Achei’ sono i giocatori crotonesi di football americano, penso sia avvenuta una rottura profonda che ha determinato altri criteri, un’altra mentalità, dove persino i luoghi e il clima sono profondamente cambiati. Ma io, archeologa, responsabile FAI, insieme all’Associazione Sette Soli, non posso che impegnarmi costantemente per la cura e la salvaguardia dei nostri beni storico-artistici, della nostra bellezza”.
Seguo le sue indicazioni e punto a Sibari. Oggi il nome della prima e più fiorente colonia calabrese della Magna Grecia, fondata da Is di Elice tra il fiume Crati e il Coscile, indica una piccola frazione del comune di Cassano allo Ionio. Lusso, raffinatezza, piaceri sessuali, abiti di sartoria, produzione di argento e rame, un enodotto di argilla per far scorrere fiumi di vino pregiato fino al porto, a Sibari, dicono fonti informate, si moriva solo per scelta. Di tanta ricchezza non restò più nulla dopo la sconfitta inferta dai Crotoniani pitagorici, che dopo settanta giorni di battaglia, per cancellarla definitivamente, la sommersero deviando il corso del fiume. Il Museo archeologico nazionale della Sibaritide che contiene interessanti testimonianze di quello splendore, sembra patire periodicamente la stessa sorte e il Parco del Cavallo ha riaperto solo a febbraio a quattro anni dall’ultima esondazione del Crati. Non è segnalato a chi viene da sud e per visitarlo ci si addentra nella grande pianura alle pendici del Pollino, in terreni agricoli tra barche parcheggiate lontano dal mare e risaie. Oggetti di finissima fattura come lo splendido toro cozzante e gli scavi archeologici che si estendono su oltre cinque ettari, sono ciò che affiora della città dello sfarzo, tutt’ora sepolta a sei metri di profondità.
Di Hipponion, ultima tappa del mio itinerario, non resta neppure il nome, ribattezzata con il latino di Vibo Valentia nel 1934. Probabilmente dove sorgeva l’acropoli, oggi c’è il castello dell’XI secolo che svetta sulla pianura. Ospita un Museo archeologico nazionale particolarmente curato con nuovi criteri di allestimento, didascalie intuitive senza numeri né elenchi, un percorso per non vedenti con apposite vetrine dotate di guanti per la manipolazione dei reperti. Luogo molto suggestivo, sospeso, mette in mostra una gran quantità di bellissimi ex voto provenienti da tutti i santuari di questa sub-colonia locrese. Un prezioso oggetto in particolare sigilla la fine di questo viaggio. La laminetta d’oro ritrovata al collo di una defunta nel suo piccolo astuccio appeso alla collana che indossava. Come un lasciapassare per l’aldilà, la foglia d’oro accuratamente ripiegata, reca le istruzioni alle quali la donna, iniziata al culto misterico di Orfeo, deve attenersi per spezzare la catena delle reincarnazioni, liberare la sua anima e accedere alla sua collocazione definitiva nel mondo ultrasensibile.
Una mappa del tesoro il cui premio è la felicità. “Non accostarti neppure all’acqua Lete dell’oblio, ma passa oltre e bevi la fredda acqua che scorre dal lago di Mnemosyne”: solo ricordando e rispettando con la memoria il tuo passato poi procedere, elevarti, liberarti. Sei righe scritte sulla materia immortale del sole, lette in cima a questa ultima acropoli della Calabria greca.

Luglio 2017