Dalla periferia di Reggio Calabria alla regia d’autore. Fabio Mollo racconta com’è nata la sua passione per il cinema. E quanto forte sia il legame con la sua città, nella vita e nell’arte

di Valerio Strati

Dal Gebbione, quartiere sud della periferia di Reggio Calabria, ai numerosi premi nei più importanti festival di cinema del mondo. Un enorme salto che proietta Fabio Mollo, sceneggiatore e regista classe 1980, nella cerchia dei cineasti più interessanti degli ultimi tempi. Il suo primo lungometraggio “Il sud è niente”, con Valentina Lodovini, Vinicio Marchioni e la rivelazione Miriam Karklvist, fu candidato ai Nastri d’argento nel 2014 e accolto a braccia aperte da festival e critica.
“Il padre d’Italia”, uscito da qualche mese, con Isabella Ragonese e Luca Marinelli, è invece proiettato con successo in tantissime sale italiane.
“Per questi film ho avuto soddisfazioni diverse – dice il regista – Il primo, nato dallo sviluppo di una sceneggiatura per cortometraggio selezionata a Cannes e Berlino, è stato molto apprezzato dai critici, ma è rimasto poco nelle sale. L’altro è stato visto da molti più spettatori e mi ha dato un importante riscontro da parte del pubblico. Ho apprezzato molto quest’ultimo successo perché i temi trattati, quali la condizione dei giovani, la solitudine, l’omosessualità e la genitorialità, sono argomenti molto delicati con i quali dovremmo confrontarci tutti”. Fabio va via da Reggio a diciotto anni per studiare a Londra, all’University of East London, ma l’amore per il cinema non nasce subito. Il suo primo obiettivo è studiare Scienze politiche e lavorare alla Commissione Europea. Invece la passione per la settima arte lo travolge.
“Nella mia famiglia nessuno lavora in questo ambiente – racconta Fabio – È stato uno strano caso. All’interno del campus ho iniziato a seguire i corsi di cinema solo perché la facoltà era vicina a quella in cui mi ero iscritto. Una semplice curiosità che è diventata interesse e poi passione. E nel tempo mi ha spinto a cambiare corso di laurea. Ho scoperto un mondo che non conoscevo e l’ho amato. Con la tessera da studente avevo la possibilità di vedere film a tre pounds e ho fatto incetta di pellicole di ogni tipo”.
Il percorso di Fabio è una scelta di vita. È la strada di chi si mette sempre in gioco. Lunga e faticosa. Fatta di studio e continue partenze. Di scelte difficili. Incontri importanti e tanta dedizione. E gli obiettivi mutano e crescono insieme con la consapevolezza del viaggio.
Dopo gli anni londinesi torna in Italia e riesce a entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Una selezione dura che ammette solo sei studenti ogni anno. L’aspirante deve avere una valida competenza pratica da dimostrare durante il periodo di prova attraverso la realizzazione di un corto.
“Non ho mai smesso di darmi da fare – racconta il regista – Dopo il diploma alla Sperimentale ho fatto per sei anni l’assistente alla regia in numerosi film: “Alza la testa” di Alessandro Angelini, “Scialla” di Francesco Bruni, “Boris” di Luca Vendruscolo, Mattia Torre e Giacomo Ciarrapico e “Non Pensarci” di Gianni Zanasi e Lucio Pellegrini. Nel tempo libero lavoravo ai miei progetti. Scrivevo e giravo corti che partecipavano a festival e vincevano premi importanti. Tutto questo mi ha aiutato a crescere e arrivare al primo lungometraggio”.
Il rapporto con la sua città e il sud è sempre forte. Anche se vive a Roma da quindici anni e il suo lavoro gli impone di spostarsi di continuo, la terra natia è molto presente. Non solo come ricordo d’infanzia, ma soprattutto quale luogo da attraversare col suo sguardo artistico. Nel 2015 sostiene, come direttore artistico, la riapertura del cinema Rocco Gentile di Cittanova, in provincia di Reggio Calabria. Inoltre condivide le sue competenze anche insegnando. Da un paio d’anni, infatti, Fabio torna a Reggio, o al sud in genere, per condurre laboratori dedicati a chi si vuole avvicinare al mondo della regia. Quest’anno sarà a Catania.
“La Calabria fa parte di me – dice Fabio – Amo i suoi contrasti, sempre molto cinematografici. E poi è il mio inizio. In tutti i sensi. Non è un caso che istintivamente abbia girato nella mia terra “Giganti”, il corto da cui è nato il mio primo film. Quando nei miei lavori racconto la mia città o il sud in genere, mi piace che diventino luoghi universali. Che parlino a tutti. È ovvio che il territorio ha le sue peculiari connotazioni, ma voglio usare il sud come paradigma per parlare di qualsiasi sud o di qualsiasi luogo”.
Il sud Italia spesso allontana i suoi figli e poi in un modo o l’altro li attira a se. È una forza alla quale non si può cedere. Nascere al sud può essere limite o vantaggio. Ma la personalità e gli obiettivi giocano un ruolo importate. È certamente più difficile intraprendere alcuni tipi di lavoro anziché altri e gli stimoli delle grandi città sono distanti, ma non è escluso che quelle stesse difficoltà che allontanano non diventino poi punti di forza. E tutto ciò Fabio lo sa bene.
“Pur vivendo a Roma occorre essere coscienti – spiega Fabio – che oggi non è facile campare facendo solo il regista. Occorre fare anche altri mestieri. E vivere al nord o al sud quasi non fa differenza perché con una Canon 5D, una bella storia e un bravo attore potresti girare un film ovunque. Ed è proprio l’ovunque, la non stanzialità, una delle cose che amo del mio lavoro. Adesso, per esempio, sto montando un film che ho girato a Lecce. Un lavoro per la tv che andrà in onda su Canale 5. Racconterà la storia di Renata Fonte, assessore pugliese uccisa dalla mafia nel ’97. Nel frattempo ho già in cantiere il mio prossimo film. Ma per adesso posso solo dire che mi sto dedicando alla scrittura”.

Luglio 2017