Costruito per i frati cappuccini nel Seicento, oggi la struttura di Belmonte Calabro è un attivissimo centro di eventi e spettacoli. Un esempio di come possono rivivere i piccoli borghi

di Alessia Franco

C’è una Calabria dei borghi arroccati e quasi disabitati, una Calabria delle storie troppo tempo trattenute, che adesso muoiono dalla voglia di essere raccontate. Come se la storia, le storie, da rapprese si fossero finalmente fluidificate, come se le energie riprendessero a scorrere, insieme alla voglia di ripensare un modo nuovo di socialità e di accogliere visitatori.
Paola Scialis – anima, insieme al compagno Stefano Cuzzocrea, dell’ex Convento di Belmonte Calabro – parla di questo luogo incantato proprio in termini di energia che circola. È un’antica costruzione appartenuta ai frati Cappuccini ed edificata tra il 1608 e il 1611. La storia di questo luogo antico, in cui le stanze si alternano agli spazi aperti come il silenzio alla parola, inizia quasi come una favola.
E così Paola comincia a raccontarla: “Nel Seicento, i principi Ravaschieri chiesero ai frati Cappuccini di costruire un convento nei pressi della cava di marmo verde di Strugnile. L’edificio non ospitava più di una quindicina di religiosi ed era stato concepito con una grande attenzione al contatto con la natura: il giardino con una vasca per le irrigazioni, il chiostro con il pozzo al centro. C’era una grande consapevolezza a quei tempi, nel modo di pensare gli spazi interni e quelli esterni. Per questo qui è come se le energie si raccogliessero”.
Sotto molti aspetti, Paola e Stefano non hanno tradito la destinazione di questo spazio, che oggi si chiama ex Convento e attorno a cui ruotano attività che coinvolgono cultura, cibo, teatro, musica, orti e ospitalità.
“Ne abbiamo moltissime – dice Paola Scialis, proprietaria della struttura ma anche attrice – per coinvolgere più persone possibile. Una di queste, per esempio, si chiama Con il teatro non si mangia: una rassegna intermittente in cui, a ogni spettacolo, viene associato un piatto di pasta. Perché è la nostra cultura, perché così è anche più facile ragionare”.
Prima di arrivare a essere fucina e punto di congiunzione tra antichi e nuovi saperi, il vecchio convento di Belmonte Calabro ha attraversato i secoli, seguendo la Storia – quella con la “s” maiuscola – e le storie, quelle dei suoi abitanti. Agli inizi dell’Ottocento, con la caduta dei Borbone e l’insediamento del regime napoleonico, in contrasto con il clero, la proprietà viene messa in vendita. E a questo punto arrivano gli avi di Paola, gli Scialis, storica famiglia di Belmonte Calabro che acquista l’edificio. I ricordi di infanzia di Paola rispecchiano ancora un mondo profondamente agricolo, un microcosmo in cui gli uomini e le stagioni andavano allo stesso ritmo. Un po’ come una danza.
“Ricordo le tante famiglie che vivevano qua, i lavori, i visi stanchi dei mezzadri e il giardino fatto a orto con precisone millimetrica. Il convento era un mondo a sé, un paese nel paese – racconta – in cui a fine giornata ci si radunava per chiacchierare e intrecciare cesti. Era uno spazio vissuto da tutti con grande cura”.
Poi la storia segue il proprio corso: gli anziani muoiono, c’è chi emigra e chi semplicemente si trasferisce in paese per avere quelle comodità (come un bagno in casa) che in campagna mancano. Anche la storia di Paola segue il proprio corso: diventa madre giovanissima, a 19 anni, e decide di accettare una doppia sfida. Crescere sua figlia e rimanere in quel pezzo di paradiso, che certe volte sa essere amaro e difficile, partendo da una domanda: è possibile fare teatro e avere delle idee nella Calabria dei piccoli centri?
A partire dagli anni Novanta in poi, il vecchio convento viene ristrutturato. Paola aspetta che la figlia inizi a frequentare le elementari e si trasferisce là. Incontra Stefano, ragiona con lui, si confronta: lei è più conservatrice, lui più propenso alle novità: come quella di pensare a un grande mosaico con tutte le persone che hanno vissuto in quella grande casa comune, in passato.
Ora lo spazio è tanto, ma sono tanti anche i progetti. Tutti di leggerezza quasi felliniana, e proprio per questo profondamente ragionati, pensati per coniugare il nuovo alla forte tradizione agricola e rurale. Progetti stanziali o da portare in giro, come Paola e Stefano fanno a bordo del loro camper, quando non sono in Calabria.
C’è, per esempio, il progetto Coltivatori di musica, che parte dall’ex Convento ma che, al di fuori delle sue mura, si trasforma nella Resistenza GastroFonica Viaggiante.
“La gente balla in mezzo alla natura, ed è protagonista di un raccolto sonoro – racconta Paola – C’è un dj set (la musica può variare da elettronica, a elettroswing, fino alle musiche anni Trenta e Quaranta), io faccio gli gnocchi, Stefano li cucina. Tra gli alberi, in mezzo agli orti: mangiare e ballare, è tutto così semplice e magico”.
E poi ci sono gli spettacoli teatrali per gli adulti, i progetti per i bambini: come il teatro di figura con i burattini. Possibilità che aprono altre possibilità: quest’anno è partita da una scuola materna la richiesta di una gita particolare all’ex Convento, in cui i piccoli hanno fatto il pane a ritmo di favole e racconti. Il giorno? Sabato, perché anche i genitori hanno voluto partecipare a tutti i costi.
“La nostra ultima frontiera sono le residenze artistiche – dice l’attrice – perché l’ex Convento ha anche, tra le sue grandi potenzialità, quella di offrire agli artisti che progettano e lavorano spazi per le prove, ma anche orto, cucina, natura e silenzio. E, vi assicuro, non è poco”.
Una realtà, quella di Belmonte Calabro, che si sta muovendo bene sia sul territorio (anche se la quasi totale assenza di finanziamenti comincia a pesare) che fuori. Border, rifugi d’aria, per esempio, è una festa di comunità incentrata proprio sulla domanda che Paola a suo tempo si pose: come si fa a rimanere a lavorare al sud? Sarà già alla sua seconda edizione nell’ottobre di quest’anno, ha il patrocinio di Matera 2019 e si propone il traguardo ambizioso ma necessario del ripopolamento dei borghi, anche attraverso l’accoglienza dei migranti.
All’ex convento torneranno anche alcuni studenti della London Metropolitan University, l’università di architettura che ha lavorato proprio sul tema del ripopolamento, prendendo a esempio il caso Belmonte: “Gli studenti – concludono Stefano Cuzzocrea e Paola Scialis – avrebbero potuto mostrare i loro lavoro a distanza. Ma sono voluti tornare, perché la prima volta abbiamo saputo accoglierli”.

Luglio 2017