Con una serie di donazioni sta dando vita a Cosenza e a Rende a una vera e propria rinascita culturale. Storia di Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, di professione mecenate

di Antonella Filippi
Fotografie di Tullio Puglia

Con il suo pragmatismo imprenditoriale, che poco tempo lascia ai bizantinismi e agli opportunismi, ma bada al fare, è piombato sui flemmatici ritmi meridionali, anzi italiani: sì, perché uno dei freni al mecenatismo in Italia è l’intrico burocratico che spesso strozza le migliori intenzioni. Il marchese Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, invece, nel tempo che normalmente si impiega per una sola delibera amministrativa, riuscirebbe a passare dall’idea alla realizzazione. Ma quasi mai glielo lasciano fare.
Le disavventure del donatore di opere e beni sono un copione che si ripete spesso in un Paese in cui in tanti allo Stato non vorrebbero pagare neppure le tasse. Quelli come lui, con termine forse antico, li chiamano mecenati, cioè gente che favorisce le arti e le lettere. La definizione calza, ma in senso moderno il mecenate si interessa anche alla fruizione e alla valorizzazione di quel regalo. Abitudini familiari potremmo dire nel caso di Bilotti. Lo zio Carlo, infatti, è stato un imprenditore internazionale nel campo della cosmetica e un collezionista d’arte versatile, orientato sia al contemporaneo che al passato, tra i maggiori del secolo scorso: scomparso nel 2006, proveniva da una nobile famiglia calabrese, quella dei baroni di Serraleo, fu amico di De Chirico, Warhol, Lichtenstein, Dalì, de Saint-Phalle, Rivers, Rotella, e a lui è intitolato il Museo dell’Aranciera di Villa Borghese a Roma, mentre alla figlia Lisa, scomparsa giovanissima, è dedicata la Fondazione “Lisa Bilotti” che ogni anno finanzia un progetto di ricerca avanzata sulle leucemie al “Memorial Sloan Ketterig Cancer Center” di New York.
Occhio attento sulla realtà, un’arguzia innata legata anche alle frequentazioni con intellettuali e artisti, un carattere portato verso scelte forti e innovative, ecco Carlo. E il criterio secondo cui si muove Roberto passa proprio da un principio caro allo zio Carlo: “Le sole cose che restano dopo la nostra morte sono quelle che doniamo alla collettività, poiché le generazioni future sono la continuazione della nostra vita”. Andando avanti nella lettura capirete l’applicazione di queste parole. Punto d’incontro tra zio e nipote, la bellezza dell’arte. Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, newyorkese di nascita ma cittadino del mondo, laurea in Economia, un alto numero di cariche e incarichi, si spinge su percorsi artistici ma anche sociali, a Roma, a Palermo e a Salerno, dove al Museo Diocesano la sezione di pittura antica è costituita dalla celebre quadreria seicentesca proveniente dal Palazzo Ruggi d’Aragona, sulla storica via Tasso, fastosa dimora che ospitò Carlo V, e dove l’Ospedale Ruggi d’Aragona, tra i più grandi plessi d’Italia, fu istituito dal marchese Giovanni Ruggi d’Aragona e sempre sostenuto dalla famiglia.
Ma grande attenzione è sempre stata riservata alla Calabria, a Cosenza. Per intenderci, un’equazione: i Bilotti stanno a Cosenza come gli Agnelli a Torino. Da filantropi e mecenati nel dna quali sono, loro a una Cosenza rinata, hanno regalato di tutto. “Il mecenatismo – spiega Roberto Bilotti – parte sempre da una sensibilità personale, da un’educazione: è un fatto culturale imparare fin da piccoli la responsabilità verso la collettività. Impegnarsi in valori utili alla società, come lo sono quelli artistici, costituisce un capitale essenziale come quello economico, e capace di incentivare visioni sul futuro. Il problema è che se accanto alla sensibilità del mecenate non si attiva una sensibilità politica non si va molto lontano”.
Nel cuore storico e commerciale, tra antichi palazzi e monumenti, c’è il MAB, Museo all’aperto Bilotti. “È nato dalla donazione dello zio Carlo che ha voluto devolvere parte della collezione d’arte da lui posseduta alla sua città natale”. È un particolare percorso artistico che si snoda in corso Mazzini, divenuto isola pedonale, partendo da piazza Bilotti – da squallido parcheggio a porta d’accesso alla città, dopo un’opera di rivalutazione urbanistica radicale – fino a piazza dei Bruzi. La bellezza la puoi imporre. Il MAB ospita le sculture di prestigiosi artisti contemporanei, ogni scultura è posta su un piedistallo luminoso, a ogni piedistallo è associato un sistema elettrico in grado di riprodurre musica strumentale o una introduzione descrittiva al museo stesso: “Alla morte dello zio ho continuato il progetto iniziale, che era quello di farne un repertorio di sculture degli artisti italiani del XX secolo e internazionalmente noti”.
Oggi sono ben venticinque le opere monumentali donate al comune cosentino, tra cui “Il cardinale” di Giacomo Manzù, “Ettore e Andromaca” e “Gli archeologi” di Giorgio De Chirico, “Il lupo della Sila” di Mimmo Rotella, “San Giorgio e il drago” di Salvador Dalì, “I bronzi di Riace” e le “Tre colonne doriche” di Sasha Sosno. Radici radici radici nella “Casa delle Culture”, attraverso un suggestivo viaggio nel tempo e nella Cosenza postunitaria: un musée de societé curato da Bilotti stesso che consiste in una raccolta certosina di circa seicento scatti originali in bianco e nero e riproduzioni ingrandite di chi ha nutrito la toponomastica cittadina; di sconfinamenti nella moda – come se il regno dell’effimero cercasse immortalità nell’arte – attraverso preziosi abiti dal 1850 al 1910, classiche acconciature rigonfie per le signore, baffoni all’insù per i patriarchi, merletti, bimbi vestiti di pizzi, ragazze da marito strizzate in bustini soffocanti per nascondere i chili di troppo; di giocattoli, suppellettili e persino il pianoforte Bosendorfer di Alfonso Rendano sul quale è stato elaborato il terzo pedale tonale.
Qui le donazioni Bilotti sono state integrate da quelle della baronessa cosentina Irene Telesio e insieme restituiscono l’immagine di una città ancora riconoscibile nei suoi angoli di vita antica, nei palazzi monumentali di corso Telesio, nell’hotel Vetere che non esiste più, nel teatro transennato perché bombardato, e uno spaccato sugli eventi risorgimentali, documentato da cimeli, quali la divisa da garibaldino del proavo di Roberto, il barone Luigi Miceli di Serradileo, divenuto poi deputato e ministro. Risultato: la presenza della “Casa” ha dettato nuove condizioni di lettura di un quartiere, quello che ruota attorno a via Telesio, a lungo dimenticato.
Anche il “Museo archeologico” cosentino ha goduto di sostanziosi donazioni: “Una collezione di reperti della cultura visigota, tra le quali preziose fibule del V secolo, nell’ambito del progetto ricostruttivo della vicenda di Alarico a Cosenza”, spiega Roberto. Che ama perdersi nei meandri della sua storia: “La residenza Ruggi d’Aragona, nei pressi del duomo, è stata la dimora di Isabella d’Aragona, sorella di Pietro III il Grande, da cui discendo. Isabella, celebrata da D’Annunzio nelle “Laudi”, morì a Cosenza nel 1271 di ritorno dall’VIII crociata a Tunisi, cadendo da cavallo, mentre era diretta in Francia per essere incoronata regina dopo la morte del suocero Luigi il Santo: la sua carne bollita e il bambino che aspettava furono sepolti a Cosenza in un monumento gotico di fronte al Palazzo, mentre le ossa raggiunsero la Francia”.
La casa-museo di Isabella, unica rimasta integra nella storicità degli arredi e delle testimonianze pittoriche e documentali, è aperta al pubblico e, a rotazione, accoglie opere della collezione Bilotti, per un gustoso intreccio di antico e contemporaneo: Boccioni, Picasso, Warhol, Chagall, Dalì, de Chirico, Dubuffet, Kandinsky, Kiefer, Lichtenstein, Mirò, Rauschenberg, Twombly, Severini, Matisse, Fontana, De Kooning, Hirst, una parte già visibile al Convento agostiniano; la dimora ospita anche eventi musicali, teatrali, presentazione libri, per il rilancio culturale e turistico del centro storico cosentino. Le “buone azioni” di Bilotti hanno raggiunto la Galleria Nazionale: qui a costituire la sezione scultura del XX secolo, è stato messo su uno squadrone di artisti, da De Chirico a Consagra, da Greco a Rotella a Raphael Mafai, oltre all’intera collezione su San Francesco di Paola, con grandi tele di Ribera lo Spagnoletto, Coppola, Mellan, Brill e altri maestri antichi che narrano le vicende della regione in età aragonese in cui il santo visse. E per terminare la “visita”, ecco il Museo Diocesano dove è stata creata un’inedita sezione della ceramica ecclesiale con la donazione di un’importante raccolta di ceramica aragonese del ‘400. “Il mio obiettivo – continua Bilotti – è quello di attivare processi culturali duraturi, relativi alla formazione di una relazione dinamica tra le realtà museali e i territori, e di un pubblico informato e attento, e al sostegno delle giovani generazioni di artisti”. C’è anche l’aspetto sociale molto forte nell’operato di Bilotti: il progetto “Arte”, attuato negli ospedali Ruggi d’Aragona di Salerno, trova spazio anche a Cosenza e in quest’ambito è ancora più determinante l’apporto di Cesira Palmeri di Villalba, anestesista e docente alla facoltà di Medicina di Palermo, compagna di Bilotti con il quale condivide la passione per arte: “Utilizziamo il progetto – spiega – per instaurare processi cognitivi, emotivi ed empatici per accompagnare la degenza con un approccio olistico ai fini terapeutici non solo per pazienti e familiari ma anche per il personale ospedaliero che, usufruendo dell’effetto curativo dell’arte, riduce lo stress prevenendo il “burnout”, quella sindrome, scatenata dalle eccessive responsabilità o dall’ansia da prestazione, che fanno vivere male il ruolo lavorativo”. C’è una continuità assicurata dall’arte tra Cosenza e Rende, centri che distano tra loro una decina di chilometri. Il MAB cosentino con le sue opere del secolo scorso ha a Rende una sua prosecuzione cronologica proprio davanti al Municipio in un giardino affollato di sculture, otto, di Justin Peiser, protagoniste del lavoro “Diaspora nella terra dei Bruzi”, primo nucleo del Museo all’aperto con opere del XXI secolo. Con un capitombolo nel tempo eccoci al Castello di Rende, un gigante di pietra abitato dagli antenati di Roberto, da dove partirono le armate contro Manfredi di Svevia. Il Museo d’Arte Contemporanea Bilotti, all’interno del Castello, è l’unico nella regione ad avere un’esposizione permanente di contemporanei con più di trecento opere e pezzi unici: nelle sale s’incontrano i lavori di artisti contemporanei degli ultimi decenni, Andy Warhol, Claudio Abate, Mario Ceroli, Luigi Ontani, Bruno Ceccobelli e di altri più giovani come Chiara Dynys, Omar Galliani, Guentalina Salini, Maurizio Savini e Pietro Ruffo: di quest’ultimo è esposto l’enorme carro armato tedesco della Seconda Guerra Mondiale, realizzato in legno e ricoperto dalle pagine di un libro di preghiere ebraiche intagliate fino a formare tanti scarabei.
Il desiderio di Bilotti è quello di creare a Rende una cittadella dell’arte per rilanciare il paese e la sua proposta attrattiva. “Tengo molto al museo di Rende e mi piacerebbe creare anche un osservatorio aperto alle culture del Mediterraneo. Una strada interessante da battere è costituita dalle partnership pubblico/privato che si possono mettere insieme per progetti specifici, come è stato fatto qui con il Comune”. Da non perdere il “Museo delle ceramiche di Calabria” che raccoglie repertori completi della tradizione figulina calabrese: ceramica calcidese del VI secolo di fabbriche reggine, quelle del periodo arabo che importò in Calabria lo stile normanno-musulmano e le tecniche dell’ingobbio e del graffito tipiche della produzione bizantina: “Rilanciare l’artigianato attraverso le antiche tecniche è un altro traguardo che vorremmo raggiungere”. C’è poi il “Museo del Presente” con una sezione permanente realizzata con sessanta dipinti e sculture di futuristi calabresi appartenenti a Bilotti: con Boccioni sono stati protagonisti del movimento artistico e ideologico culturale d’avanguardia tra i più rivoluzionari del ‘900. “Nel Futurismo la Calabria è stata protagonista. Per questo abbiamo voluto offrire ai calabresi una collezione di quel movimento unica, che rievoca e celebra la partecipazione della regione a una stagione artistica irripetibile. Un modo per ribadire il ruolo della cultura e dell’arte per il rinnovamento della società”.

Marzo 2017