Nato negli anni ’90, il giardino botanico dell’Università di Cosenza ospita solo esemplari della flora della regione. Sette ettari di meraviglie

di Chiara Dino
Fotografie di Tullio Puglia

Ci trovi fiordalisi e abeti bianchi, gigli di mare e alberi d’alto fusto. Ti addentri e scopri di qua un bosco, di là una macchia mediterranea: sette ettari, solo sette ettari per una varietà di colori, profumi, forme e suoni (sì, perché la natura ha un suo suono) straordinari. L’orto botanico di Cosenza, pardon di Arcavacata di Rende, una cittadella a se stante, quella universitaria, che ha cambiato il corso della vita in questa città, è un luogo speciale con un primato apparentemente amaro. È l’ultimo nato in Italia: è stato messo su nei primi degli anni ’80 grazie alla testarda lungimiranza di un signore che si chiamava Giuliano Cesca, di mestiere faceva il botanico ed era arrivato qui a Cosenza dopo esser sfuggito alle persecuzioni della seconda guerra mondiale nella sua terra che era l’Istria.
“Fu lui – ci racconta Nicodemo Passalacqua, l’erede di questo signore e responsabile oggi delle piante e dei fiori di Arcavacata – che intuì quanto fosse importante istituire in Calabria un luogo come quello in cui oggi lavoro. Il territorio calabrese ha una biodiversità talmente complessa che andava conosciuta, studiata, classificata e dunque raccontata alla gente del luogo e perché no, anche oltre i confini della nostra regione”. Non stupisce: il lembo estremo dello stivale italiano è forse il più ricco di contrasti geomorfologici. Dalla Sila al Pollino, dal Mar Ionio al Tirreno lo si conosce come un luogo che, nell’arco di pochi chilometri, consente di sciare e di fare bagni di sole e di mare.
Ma questo corrisponde a una complessità e diversità ambientale che forse nessun altro territorio d’Italia può vantare. Ma c’è di più: quello che poche righe più sopra abbiamo definito il triste primato ha consentito di creare in questo orto botanico qualcosa che non esiste uguale in Italia e cioè un vero laboratorio di biodiversità, di formazione ambientale, di educazione alla vera identità del territorio. “Gli orti botanici così come li conosciamo – spiega infatti Nicodemo – sono il frutto di una curiosità e una voglia di conoscenza della natura che risale alla fine del ‘700, magari poco più in là, fino alla metà dell’800. Erano, e dunque lo sono ancora, degli spazi verdi che rispondevano alla necessità classificatoria del XVIII secolo e al gusto per l’esotismo proprio di quel periodo storico.
Vai lì e trovi piante esotiche magari secolari e bellissime ma non sempre quelle del territorio e dunque la sua storia. Da noi non va così. Il fatto che sia nato solo negli anni ’80, quando la sensibilità ambientale cominciava a prendere un’altra direzione, lo ha reso il luogo dove catalogare, raccogliere, conoscere e dunque tutelare la specificità ambientale della Calabria. La botanica oggi è cambiata ed è diventata la disciplina che tutela specificità e biodiversità”.
Qui dentro, in sostanza, in questi sette ettari che, dopo un procedimento di esproprio sono stati bonificati, ripuliti e dunque piantumati secondo rigorosi criteri scientifici e territoriali, ci trovi solamente piante nate e cresciute in Calabria, la storia “verde” della regione più variegata d’Italia. Un tesoro di narrazione botanica. Scendiamo nel dettaglio con l’ausilio dello stesso Nicodemo, nume tutelare di questo angolo di Arcavacata.
“L’orto botanico è suddiviso in varie aree – a parlare è sempre lui – che riproducono microclimi e specificità anche di terreno delle varie zone della regione dove sono state impiantate e messe a dimora le specie autoctone”. Per dire: di qua è stato ricostruito in miniatura il Parco del Pollino, un giardino roccioso ricco di ginepri alpini e di iris calabri. Di là una sorta di parco marittimo con piante da spiaggia: dal giglio di mare, al timo, al ginepro coccolone ormai rarissimo che ha bisogno di terreni argillosi, da un’altra parte ci trovi le piante che contribuiscono all’economia delle zone limitrofe: ulivi e grano, foraggi per animali e orti. Lungo la recinzione crescono numerosi rampicanti e poi rose, glicini, passiflore, bignonie; in corrispondenza dei boschi, trovi l’edera spontanea.
In questa distesa di terreno che si trova a circa duecento metri dal livello del mare, attraversata da un ruscello e ricca di ben quattro pozzi, ci sono quattro grandi aree dai nomi poetici: si chiamano l’orto degli Ulivi, l’orto delle Cerze (querce), il Bosco dell’Amore e il Bosco della Sorgente. Quattro zone per circa quattrocento specie di piante quasi tutte calabresi. Ma non basta. Il professor Passalacqua, botanico anche lui come il mitico Cesca, ci spiega infatti che insieme con altri due colleghi, quando ha tempo, va ancora in giro a cercare su e giù per la loro regione nuove specie da trasferire nel suo piccolo grande gioiello. Un lavoro pionieristico e da esploratori che offre a ogni uscita in campagna o nei boschi nuove scoperte.
Tutto questo lavoro ovviamente non è fine a se stesso. Serve a classificare e poi a divulgare. L’orto botanico di Cosenza, che ha anche un piccolo museo e un archivio scientifico dove sono raccolte tutte le informazioni su quanto qui conservato, offre un servizio di didattica. Tanto interno all’università quanto esterno e dunque rivolto alle scuole. “Offriamo possibilità di far lezione qui, e naturalmente anche attività di laboratorio, a circa settecento studenti universitari ogni anno e a duemila ragazzi che vengono dalle scuole di ogni ordine e grado. Ma si potrebbe fare di più. Purtroppo le poche risorse, anche in termini di personale, di cui disponiamo ci consentono di tenere aperto solo dal lunedì al venerdì la mattina. Poi più niente. Ed è da tanto che chiediamo nuove unità per consentire almeno ai nostri concittadini la possibilità di venirci a trovare durante i weekend”.
In realtà le risorse di cui Nicodemo e la sua risicata équipe avrebbe bisogno sono anche di ordine economico: “Alcune piante, alcuni alberi, penso soprattutto a quelli di montagna, hanno bisogno di microclimi particolari. In sostanza andrebbero messi in serre, e lo stesso vale per altre piante che hanno bisogno di un livello di umidità qui a Cosenza impensabile”. E per fare le serre occorrono i soldi. Loro a trovarli ci stanno provando anche partecipando a progetti europei, anche perché hanno ricevuto un importante riconoscimento. “Siamo un Sic, che vuol dire sito di interesse comunitario”. Magari un po’ serve.

Marzo 2017