Millesettecento metri quadrati, trentacinque stanze, grandi saloni, fontane, una cappella e uno dei dieci parchi più belli d’Italia. Visita a Villa Caristo a Stignano, un viaggio alla scoperta del barocco calabrese

di Antonella Filippi
Fotografie di Tullio Puglia

La Calabria ha avuto una storia travagliata, l’incuria dell’uomo e le calamità naturali, leggi terremoti del 1638 e del 1783, hanno sfigurato nella conformazione originaria un gran numero di edifici, ville e palazzi. Può succedere, percorrendone le strade, di incontrare un portale di limpida bellezza incorniciato da un brutto fabbricato, il primo risparmiato dalla natura, il secondo condannato senza appello da interventi di recupero che ne hanno snaturato il linguaggio architettonico originale. Conclusa la dominazione normanna, la storia fu meno gloriosa per la Calabria che rimase una provincia a margine del regno di Napoli, penalizzata dalla morfologia di un territorio incantevole e vario, ma impervio e privo di arterie viarie: perfino i suoi i feudatari destinarono le loro residenze locali al ruolo di dépendance per brevi soggiorni, mantenendo a Napoli i palazzi più sfarzosi. Le vicende, a volte tortuose a volte lineari, di una villa immersa nella campagna calabrese divengono così paradigmatiche di fenomeni storici ben più complessi e articolati che emergono in tutta la loro portata soltanto attraverso un’analisi approfondita, come quella di Mario Panarello e Alfredo Fulco nel volume “Villa Caristo. Dalla natura all’artificio, dai Lamberti ai Clemente” (Rubbettino ed.). In un paesaggio incontaminato, tra colline ridondanti di uliveti e agrumeti ecco Villa Caristo, in contrada Scinà a Stignano, tra Locri e le Serre, 300 metri sul livello del mare, a metà strada tra i ruderi dell’antica Kaulon e quelli più imponenti di Locri Epizefiri, potenti repubbliche della Magna Grecia. Ecco lo scalone d’onore, fontane, cappella, salone di ricevimento decorato con stucchi e affreschi -imprescindibili aspetti della fastosa vita della classe nobiliare – calati in millesettecento metri quadri coperti, 35 stanze, dodici ettari di terreno, 850 aranci per due ettari di agrumeto, un mandarineto con 450 alberi. E un giardino articolato su vari livelli, inserito qualche anno fa nella lista dei “Dieci Parchi più belli d’Italia”, perché “costituisce l’esempio più significativo dell’arte barocca in Calabria con il palazzo e il parco circostante, veri e propri gioielli che richiamano per stile, ricchezza ornamentale ed eleganza le ville vesuviane”. La settecentesca villa calabra ha sempre costituito un problema per gli storici dell’architettura per l’assenza di una documentazione che ne permettesse una datazione sicura: “La ricerca – chiarisce Panarello – ha portato all’acquisizione di dati storici importanti, connessi alla vita dell’edificio. L’analisi della tipologia e del linguaggio architettonico della residenza e del giardino, attraverso un serrato gioco di rimandi a opere presenti sul territorio regionale, extraregionale ed europeo, ha gettato nuova luce sulle sue peculiari qualità, probabilmente frutto di personalità attive sul territorio in contatto con la raffinata cultura artistica napoletana che ancora in pieno Settecento gode di una sua autonomia linguistica in concorrenza con altre influenti tendenze artistiche. Il rinvenimento di un inventario di metà ‘700 della villa ha messo in luce che l’aspetto originario non era quello attuale ma molto più ridotto, un “casino di delizie” per un soggiorno temporaneo, per grandi feste, con un salone centrale ottagonale e due ambienti accanto, riproposti su due livelli e risalenti agli anni trenta o quaranta del 1700”. Villa Caristo di Stignano, terra del filosofo Tommaso Campanella, avvolta nella valle di Scinà, fu edificata nel Settecento dai Lamberti, esponenti della più colta nobiltà locale del tempo, e in seguito ulteriormente ampliata e arricchita dal marchese di San Luca e barone di Motta Placanica, Lorenzo Clemente. Pur non essendo stata completata, mostra elementi dell’arte tardo-barocca con gli effetti scenografici del giardino e della facciata e i chiari gli influssi dell’architettura napoletana – anche nell’uso della maiolica nella decorazione del giardino: “La bellezza di questo edificio – continua Panarello – la si può cogliere ammirando la facciata armoniosa in stile tardo-barocco, negli scaloni a tenaglia che avvolgono il gruppo marmoreo di Tancredi e Clorinda, una rarità, nel giardino avvolto da murature decorate in stucco, nella peschiera e il ninfeo adornato di stucchi rocaille, fino alla monumentale Fontana dei delfini, posta nell’ingresso più a valle. Gli interni sono stati riconfigurati dall’attuale proprietario ma conservano alcune volte originarie con decorazioni a stucco in stile rocaille, mentre in quelle del pian terreno sono ancora visibili alcuni affreschi raffiguranti i quattro feudi posseduti dalla famiglia Clemente, San Luca, Placanica, Melito Porto Salvo e Pentedattilo. L’ala est del fabbricato ospita la cappella gentilizia, mentre sullo stesso lato scorre il piccolo torrente Ceramidio, in quel punto linea di confine con il territorio comunale di Riace”. Gli autori del libro ripercorrono le tappe dell’ascesa, nel corso del Seicento, e del culmine toccato nel secolo successivo, dei Lamberti, famiglia di origine normanna, che si insediò nel territorio stilese in età medievale: “Abbiamo cercato di scoprire l’enigmatica personalità dell’architetto che la ideò con quella bizzarra distribuzione degli interni. Si tratta probabilmente di uno dei membri della stessa famiglia Lamberti, forse Vincenzo: nella biblioteca di famiglia abbiamo trovato testi di architettura”. Una famiglia potente, quella dei Lamberti, che si era consolidata alla fine del XVIII secolo grazie alla gestione delle Regie Ferriere. Quando le ferriere fallirono, la villa venne pignorata e poi acquistata all’asta dal marchese Lorenzo I Clemente di San Luca, nobile casato a metà tra la Calabria e Napoli, allora sede reale. “Con i Clemente di San Luca la dimora vide un significativo intervento di ampliamento e decorazione, arrivarono numerose sculture come quella di Tancredi e Clorinda. I lavori, però, procedettero a rilento, fino a fermarsi dopo il terremoto del 1783”. A cavallo tra ‘700 e ‘800 la residenza passò alla famiglia Caristo che annovera tra i suoi antenati Joseph Caristo, viceré delle Indie orientali e un Caristo dignitario di corte durante il dominio borbonico: oggi Pierpaolo, ultima generazione Caristo, figlio di Sergio, gestisce nella villa un agriturismo di charme. Curiosità: “L’edificio – riprende Panarello – costituisce un unicum con il Castello di San Fili, proprietà dei Lamberti sempre molto attenti alla collocazione dei loro beni e all’aspetto architettonico: anche il castello rappresenta una vera rarità con la sua pianta triangolare. Nel complesso si tratta di un sistema residenziale del casato che includeva anche i palazzi cittadini e altre piccole residenze suburbane. Da un testo antico abbiamo anche appreso che la villa inglobava un museo, ma ha subito gravi espoliazioni”. Tra esedre, fontane e coffee house, c’erano circa trecento statue in marmo di Paros. Sparite. Pare abbelliscano le signorili ville vicine.

Maggio 2017