Storia secolare di una famiglia di tessitori e dell’ultimo discendente, Domenico Caruso, che con passione ha ridato vita e successo a una tradizione antichissima. Ecco come dalla Sila i suoi tappeti sono arrivati ormai in tutto il mondo

di Alessia Franco
Fotografie di Tullio Puglia

Una scuola di tappeti incastonata a San Giovanni in Fiore, il più antico centro abitato della Sila: potrebbe sembrare un anacronismo, un vezzo artigiano per i turisti abbienti, in realtà è tutto il contrario.
A raccontare questo universo è la voce imponente di Domenico Caruso, che dirige l’attività con una passione lunga secoli. Ha imparato a tessere con le zie, ma la sua esperienza viene da molto più lontano: “Qui a San Giovanni, siamo la prima famiglia di tessitori. Purtroppo, le primissime testimonianze sono andate perdute, ma conserviamo ancora i tessuti del Quattrocento, e i telai del Seicento. A quei tempi, ma anche nei secoli successivi, gli uomini della mia famiglia si dedicavano all’allevamento, le donne alla tessitura”.
Che la tessitura fosse comunque da sempre presente nelle contrade di San Giovanni in Fiore è un dato di fatto dettato innanzi tutto dalle esigenze. In epoca medievale, infatti, furono molte le famiglie che cercarono la protezione degli abati Commendatari, vivendo attorno alla maestosa Abbazia Forense. Il clima è gelido, gli inverni rigidi: da qui nasce la necessità – che a poco a poco si trasforma in arte – di utilizzare il telaio per tessuti in grado di proteggere dalle asperità del clima. Nascono orzaturi a pizzulune, le coperte trappigne, la n’cullerata, elemento, quest’ultimo, che fa parte del costume locale, il rituartu.
“Sarebbe però errato pensare che nelle case del tempo fossero presenti tappeti o tessuti d’arredamento – dice Domenico Caruso – Si trattava di abitazioni molto modeste, in cui spesso in un unico ambiente vivevano più generazioni. Il tappeto era piuttosto uno scendiletto, da mettere nei giorni di festa, magari abbinato alla coperta del letto nuziale. Sui telai si realizzavano invece mantelli, corredi, parte dei nostri costumi tradizionali”.
Agli inizi del secolo scorso, in concomitanza con la fuga degli armeni dalla Turchia in seguito alla loro persecuzione, un gruppo di famiglie si stabilisce a San Giovanni in Fiore. Due tradizioni convivono in uno stesso luogo: quella dei tessitori locali e quella degli annodatori di tappeti armeni.
“La nascita del nostro artigianato tessile come vera e propria attività avviene quasi per caso, intorno agli anni Quaranta – dice Domenico Caruso – È stato proprio mio padre, Salvatore, a imprimere all’azienda una svolta imprenditoriale. Aveva già una certa età, e il medico gli proibì di continuare a commerciare carni: la permanenza nelle celle frigorifere sarebbe stata letale. E allora lui non si diede per vinto, e trasformò l’attività delle tessitrici di famiglia in una realtà di ampio respiro. Iniziò a fare circolare i suoi tessuti, a partecipare a mostre ed esposizioni. Il successo arrivò subito”.
Domenico respira questo clima, impregnato allo stesso modo da tradizione e fermento da piccolissimo. Inizia a tessere con le zie. E quando la scuola di tappeti dei maestri armeni conosce una crisi da cui non si risolleverà più, le annodatrici si costituiranno in cooperativa e chiameranno proprio lui a dirigerle. Idealmente – e non solo – la tradizione calabrese e quella armena finalmente si incontrano, dopo essere state a lungo a osservarsi.
“Il mio percorso è diverso da quello del resto della famiglia, perché ho imparato da piccolo e ho studiato a lungo – commenta Caruso – Nel 1983 sono diventato maestro di arte tessile, due anni dopo ho raggiunto la maturità d’arte applicata. Oggi alterno la mia attività di alto artigianato con quella di docenza. L’accademia di Belle Arti, dove a suo tempo ho studiato, mi ha chiamato per un seminario su arte e marketing. Insegno anche ai ragazzi delle scuole medie e non è raro che i bambini vengano a fare dei laboratori per imparare direttamente l’arte della tessitura”.
È proprio questa commistione di tradizione e innovazione, di studio dei filati antichi e di curiosità culturale la chiave del successo di Domenico Caruso, che nelle sue creazioni passa con disinvoltura da Gioacchino da Fiore ai coloratissimi anni Ottanta di Keith Haring, dagli studi degli Impressionisti alle suggestioni del Secessionismo viennese di Klimt, fino al tormento di colori di Van Gogh. Un amore per un artigianato che non conosce sconti, barriere temporali né fatiche, che ha portato Caruso alla collaborazione con grandi del calibro di Mimmo Rotella e ad acquisire una committenza sempre più ricercata di arredatori, registi, architetti.
L’anno scorso, i suoi tessuti hanno conquistato perfino Tom Ford, stilista statunitense e da qualche tempo anche regista, vincitore a Venezia del Gran Premio della Giuria con il suo film “Animali notturni”. Dai telai di San Giovanni in Fiore alle passerelle di tutto il mondo, i tessuti si fanno accessori moda.
Ma che i lavori dell’artigiano calabrese siano abituati a viaggiare è un dato di fatto. Tom Ford a parte, sono arrivati a Miami e Parigi. Persino in Iran, tra le patrie più nobili del tappeto. E non è certo un caso: Domenico Caruso è il primo al mondo a tessere oro e argento in trama e ordito, realizzando un particolarissimo tessuto, lavorato con un telaio fatto ad hoc.
Inizia con il Giubileo del Duemila la tessitura di una tavola del Liber Figurarum di Gioacchino Da Fiore: l’albero dell’umanità.
“Da allora ne ho realizzate altre quattro – dice il maestro – Ognuna richiede circa un anno di lavoro. E poi mi soffermo molto sulle iconografie locali, sulla storia dei briganti e anche sui disegni di Teodoro Brenson, viaggiatore lettone che toccò la Calabria nei primi del Novecento. E che, a differenza di molti, raccontò il paesaggio e la sua gente attraverso i disegni”.
I tour operator hanno già iniziato a inserire la scuola di tappeti di Domenico Caruso tra le tappe obbligate della Calabria: in quello stesso luogo magico in cui lui, insieme alla famiglia, lavora e vive, secondo l’antica usanza della “casa e putìa”. Casa e luogo di lavoro: ed è capitato anche di ospitare alcuni viaggiatori alla ricerca di un turismo esperienziale che sta già dando molto filo da torcere (è il caso di dirlo) alla vacanza mordi e fuggi.

Maggio 2017