Quelle dell’Incavallicata sono rocce modellate dal vento e dalle piogge, oppure opera di uomini vissuti migliaia di anni fa? A Campana, un paese ai piedi della Sila, si indaga

di Lucia Esposito

fotografie di Tullio Puglia

Soffia forte il vento sui “giganti di pietra”, la tramontana che nasce nella Sila sbuffa alle loro spalle; il grecale, che arriva dal mare, scompiglia i capelli e forma nuvole di polvere. Per anni, da sempre, gli abitanti di Campana, un paese del cosentino ai piedi della Sila, hanno creduto che questi sassi enormi – l’elefante e le gambe del guerriero – fossero “petre fatte accussì du vientu”, pietre fatte così dal vento. Hanno pensato che l’abbraccio dei due venti e il precipitare delle piogge dei secoli avessero scolpito questo gigantesco capolavoro. Si chiamano le pietre dell’Incavallicata, forse perché – dicono in paese – sono sassi messi uno sull’altro, incastrati come le tessere di un puzzle. A lungo sono state accompagnate da credenze, come quelle secondo cui nella pancia dell’elefante è nascosto un tesoro e che, per impossessarsene, serve il sacrificio di un neonato. Attorno ai sassi enormi ci sono riti che si tramandano da generazioni e così quasi tutte le coppie di sposi di Campana hanno una o più foto scattate ai piedi dell’elefante e del gigante.
A lungo i due megaliti sono stati protetti da un bosco di castagni ma poi un incendio ha incenerito gli alberi, e le pietre dell’Incavallicata sono tornate a regnare sulla collinetta poco fuori il paese: sguardo rivolto verso il mar Jonio e spalle al paese. Un giorno, era la fine di dicembre del 2002, Domenico Canino, un architetto con la passione per le “pietre”, è passato per caso da lì. È andato a cercar monete antiche in una zona poco distante dai sassi ma appena guarda quei megaliti ne resta folgorato, convinto di aver trovato un tesoro. Si avvicina, li tocca, e poi si ferma qualche ora a osservare la pietra nei minimi dettagli. Corre in paese, si informa, ma la gente del posto gli risponde sempre allo stesso modo: “Sono petre fatte accusì du viento”, pietre fatte così dal vento. Lui non ci crede. È sicuro che quelle enormi pietre siano state scolpite dall’uomo e, probabilmente, risalgano a un’epoca preistorica.
Sono uniche in Europa, perché sculture antropomorfe e zoomorfe così antiche si trovano solo in Egitto o in Turchia. Non sono un regalo della natura. Il vento, per quanto soffi forte su queste pietre facili da modellare, non può essere un architetto così preciso da realizzare opere simili. Con la cura di un monaco certosino e la passione di un innamorato, Canino comincia a studiare i due megaliti. E più si informa, più si convince di aver trovato qualcosa di assolutamente unico. Un elefante alto 5 metri e 90 centimetri, e una figura umana di sette metri e mezzo di cui resta solo la parte che va dalle ginocchia in giù che qui chiamano “U cicluopo”, il Ciclope, proprio per le sue dimensioni gigantesche.
Gli studi di Canino portano a Campana troupe televisive e studiosi. Il mistero delle pietre dell’Incavallicata diventa sempre più affascinante, un vero e proprio giallo archeologico. “I sassi sono scolpiti in simmetria: impossibile che acqua e vento possano fare un lavoro così preciso. I due occhi, le due zanne dell’elefante…In più ci sono tracce di modellazione, incisione e levigatura rilevate anche al microscopio: le pietre sono state certamente lavorate dall’uomo”. Canino presume che risalgano al neolitico, anche se su questo non ha la certezza. “Certo è che nel 1600 il vescovo Francesco Marino parlava del ‘gran colosso caduto al suolo a causa dei terremoti’ riferendosi proprio a questi sassi. Ho trovato delle mappe del 1603, come quella di Giovanni Antonio Magini, in cui il luogo viene indicato come “Cozzo delli Giganti” questo vuol dire che i sassi esistevano già a quell’epoca”. A chi gli fa notare che le zanne dell’elefante sono rivolte verso il basso, lui risponde che si tratta di un esemplare di elephas antiquus che si è estinto cinquantamila anni fa: se così fosse a Campana ci sarebbe una delle statue più antiche del mondo.
Ma un’altra teoria sostiene che l’elefante risalga all’epoca di Pirro che fu il primo a portare il pachiderma in Calabria. “Se così fosse sarebbero state scolpite due secoli dopo i Bronzi di Riace e dovrebbero essere meno primordiali. Invece io credo che, per quanto rovinate dal vento e delle intemperie, le sculture fossero in origine molto rozze. Sono certo che questi sassi siano stati fatti dall’uomo. Lo ha confermato anche lo studio del professore di Geologia Alessandro Guerricchio dell’Università della Calabria nel 2009: bisogna solo stabilire l’epoca”. Canino si batte perché venga fatta un’indagine archeologica seria. Lui è convinto che basterebbero pochi mesi di lavoro per dare ai sassi dell’Incavallicata quella certezza scientifica che li trasformerebbe, da “petre fatte accussì du viento” in un reperto unico in Europa, in un’attrazione irresistibile per i turisti e in un tesoro per la Calabria.

Marzo 2017