Ricerche su “realtà sintetica”, robotica, sicurezza informatica. Alla Ntt Data, filiale del colosso giapponese delle tecnologie digitali, duecento informatici preparano l’avvenire. E dimostrano che l’eccellenza può abitare anche al Sud.

di Antonio Schembri
fotografie di Tullio Puglia

Non più solo la realtà virtuale, ossia quella che simula la realtà effettiva per mezzo di ambientazioni realistiche consentendo di interagire dai computer con gli oggetti in esse contenuti. E nemmeno più solo la “realtà aumentata”, che permette l’arricchimento della percezione umana attraverso informazioni che non si possono cogliere con i cinque sensi. Il nuovo mondo dell’Information Technology si chiama “realtà sintetica” e nella sua piattaforma di sviluppo va già offrendo soluzioni che, a detta dei ricercatori del settore, consentiranno presto (già entro i prossimi cinque anni) di vivere esperienze oggi inimmaginabili. Un avamposto di questa frontiera ricerca e sviluppo si trova in Calabria. Precisamente tra le campagne di Arcavacata, a Rende, centro dell’area urbana cosentina a fianco della Sila, accanto ai blocchi dell’Università della Calabria, il principale ateneo della regione fondato quarantacinque anni fa da economisti del calibro di Beniamino Andreatta e Paolo Sylos Labini e oggi censito tra i migliori campus d’Italia.
È qui che nel 2001, quando una minuscola start up tecnologica, la VP Tech, cominciò a camminare sulle proprie gambe, si avviò una storia aziendale sul fronte della consulenza strategica per le imprese che, con l’espandersi della rivoluzione digitale, non ha smesso di crescere. Un processo segnato prima dall’incorporazione dell’azienda nel gruppo Value Team, realtà con uffici in tre paesi e circa tremila professionisti; e, nel 2011, con l’acquisizione della stessa Value Team da parte del colosso giapponese Ntt Data, uno dei più grandi operatori del settore dell’informatica e delle tecnologie digitali in Asia, attualmente presente in oltre quaranta Paesi con ottantamila professionisti.
Oggi tra le otto sedi italiane di Ntt Data, quella cosentina, forte attualmente di un personale di oltre duecento unità, è al centro, insieme con quella di Napoli, di un piano di sviluppo occupazionale che entro la fine di quest’anno punta a totalizzare cinquecento nuove assunzioni. Per la sede di Cosenza è previsto il raddoppio della forza lavoro, con l’assunzione nei prossimi mesi di oltre centocinquanta figure professionali specializzate nello sviluppo di soluzioni digitali di nuova generazione. In particolare nel campo della sicurezza informatica, in quello dei dispositivi digitali e nel cosiddetto Internet of Things (IoT), neologismo utilizzato nelle telecomunicazioni indicante gli oggetti reali connessi in rete.
Nel centro cosentino della holding giapponese, un’importante declinazione della ricerca tecnologica è l’intelligenza artificiale. “Stiamo sviluppando soluzioni nel settore della robotica, in particolare nella realizzazione di robot antropomorfi, cioè macchine con fattezze umane, che parlano la nostra lingua interagendo con l’ambiente come una normale persona e diventando sempre di più come degli interlocutori in grado di emulare i comportamenti umani”, spiega Giorgio Scarpelli, esperto di intelligenza artificiale e Chief Technology Officer di NTT Data Italia.
Ultima novità in arrivo dalla ricerca e lo sviluppo del network giapponese in Calabria è un rivoluzionario sistema di navigazione tattile. Si tratta del Buru-Navi, che permetterà lo sviluppo di innovativi dispositivi e soluzioni di navigazione in ambienti indoor e outdoor, utili in diversi ambiti civili e industriali come la sicurezza, per esempio in qualità di guida in caso di blackout o incendio all’interno di spazi interni; la cultura, come guida avanzata nei musei e nelle città, in percorsi definiti dall’utente sulla base dei propri interessi; il sociale, sotto forma di “cane guida virtuale per ipovedenti e non vedenti”, spiegano alla Ntt Data.
Questo dispositivo è già al centro dello sviluppo di una soluzione di navigazione sviluppata dall’azienda in Italia, che integrerà la tecnologia di percezione aptica, cioè il riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto, contenuta in Buru-Navi, con una tecnologia di localizzazione, basata sul magnetismo terrestre, ideata da GiPStech, start up calabrese partner di NTT Data Italia.
Più in dettaglio, il funzionamento del sistema si basa su una sorta di feedback sensoriale tattile che permette di fornire istruzioni di navigazione all’utente anche senza il supporto di una mappa che gli mostri il percorso. Questo risulta quindi particolarmente utile in situazioni dove la vista non può essere utilizzata, ad esempio in luoghi senza luce o con presenza di fumo e sia necessario trovare una via di fuga. Il Buru-Navi consente insomma di trovare il percorso più veloce oppure un oggetto smarrito, semplicemente venendo guidati da una sorta di una “mano invisibile”.
Nella divisione calabrese della NTT Data il comparto dei dispositivi di sicurezza per le aziende è un settore di ricerca e produzione ormai radicato. Con l’espansione del web e la continua evoluzione di dispositivi mobili, dagli smartphone ai tablet, i relativi software che ne arricchiscono i servizi costituiscono insidiosi cavalli di troia con cui penetrare la sfera personale degli utenti e esporla così a seri rischi. “Oggi questi dispositivi costituiscono di fatto delle capaci banche dati all’interno delle nostre tasche o borse, che spesso contengono sensibili informazioni aziendali. Per questo la cyber security, a cominciare dai sistemi di antihackeraggio e antispionaggio, è centrale nella nostra attività”, dice Scarpelli. Oggi il dilagare dell’utilizzo di tablet e smartphone mette soprattutto i bambini nella condizione di destreggiarsi tra siti, banner e social network prima ancora di imparare ad allacciarsi le scarpe. Secondo una recente indagine della Società Italiana di Pediatria, nel biennio 2012-2014 la percentuale di adolescenti che si collega a internet dal telefonino è passata dal 65 al 93 per cento. Una massa enorme ed esposta a rischi di frode ed esperienze poco educative, se non traumatiche e dannose. Un panorama allarmante se si pensa che l’accesso a internet, oggi, avviene principalmente dal cellulare o dal tablet, utilizzabili anche all’esterno dell’ambiente familiare. Tra le molte soluzioni disponibili nel mercato che rientrano nella categoria dei parental control, i cosiddetti “filtri famiglia”, ci sono software da installare o servizi in grado di bloccare ciò che è considerato non opportuno. “Molte di queste soluzioni, però, sono configurate in maniera statica, costano molto e diventano inutilizzabili quando evolvono o cambiano le esigenze”, obietta Scarpelli.
Inoltre, non basta limitare l’accesso a pagine web indesiderate. Servono sistemi che consentano di monitorare lo smartphone del proprio figlio in maniera non invasiva, impostando regole che, per esempio, impediranno la navigazione in opportune fasce orarie, in determinati luoghi, su specifiche reti o contenuti. Ambiti su cui i ricercatori calabresi hanno studiato a lungo. Fino ad approntare una soluzione.
“L’abbiamo battezzata DyMoRa (Dynamic Mobile Resource Access) – riprende Scarpelli-. Si tratta di una consolle in cloud, raggiungibile via web e da smartphone, da cui è possibile controllare in modo centralizzato tutti i dispositivi registrati. In questo modo un genitore potrà configurare dinamicamente, a seconda della necessità del momento e in tempo reale, quali app dovranno essere abilitate (quindi scaricabili) e quali bloccate, in quale fascia oraria sarà abilitata la navigazione, se rendere l’accesso al web vincolato all’utilizzo di una specifica rete wi-fi (per esempio solo wi-fi di casa) o se inibire l’accesso alla rete da luoghi non indicati per attività di intrattenimento”.
Sempre grazie a DyMoRa, sarà inoltre possibile abilitare o meno la webcam, il Bluetooth, le porte USB, il WI-FI e bloccare tutte le pagine web ritenute pericolose. Inoltre potrà fornire report dettagliati sulle attività effettuate con lo smartphone e avvisare in tempo reale di tentativi di violazione della privacy e, infine, seguire i movimenti dei propri figli mediante un semplice servizio di geolocalizzazione ed eventualmente intervenire real time.
Per selezionare le proprie risorse umane, la Ntt Data fa leva sulla relazione con l’Università della Calabria, attingendo personale soprattutto dalla facoltà di Ingegneria, dall’elettronica all’informatica alla gestionale. “Abbiamo recentemente siglato un accordo con la facoltà di Matematica dell’Università della Calabria per sviluppare un centro di ricerca sull’intelligenza artificiale”, dice Scarpelli.
Se ancora in Calabria si è lontani dalla presenza di un mercato locale che assorba l’alta tecnologia che esce da questi laboratori, sicché si rivolge a un mercato globale, “va detto che registriamo una crescente effervescenza del territorio calabrese, perché nell’indotto dell’Università della Calabria e anche in quello della nostra azienda va nascendo tutta una serie di start up innovative il cui profilo si allinea alla perfezione con le soluzioni tecnologiche che andiamo progettando. Al momento, per esempio, delle circa quindici start up create nel Technet, l’incubatore di impresa dell’Università della Calabria, tre collaborano con NTT Data nella costruzione di intelligenza artificiale, nello sviluppo della cyber security e in quello dei sistemi di realtà virtuale e aumentata. Quando l’azienda nacque sedici anni fa, presentò un progetto a un bando della legge 488 per ottenere incentivi all’imprenditoria. Lo vinse, ma preferì rinunciare a quei fondi, perché avrebbero portato a entrare in contatto con la politica locale e sfere d’interessi illegali. “È stata una scelta che oggi ci consente di lavorare e accettare nuove sfide nei mercati in maniera autonoma. Ciò che si sta verificando da noi è che certi stereotipi del Sud possono essere scardinati e che nuove frontiere posso essere aperte ai giovani”. Alcuni, laureati a Cosenza, hanno scelto di non muoversi da Arcavacata. “In genere chi collabora con noi passa da un periodo formativo cofinanziato da noi e dall’Università che dura da sei a nove mesi, a una assunzione con contratto a tempo determinato e, dopo qualche anno, a tempo indeterminato. Il 95 per cento di coloro che hanno fatto lo stage in azienda sono state alla fine assunti in pianta stabile”, conclude Scarpelli. Un segnale di imprenditoria reale. Sana. In crescita. Collegata con il mondo vero.

Maggio 2017