Tante sono le persone che ancora abitano Panetti, frazione del Comune di Platania, a pochi chilometri da Lamezia terme. Un pugno di case vuote, molte abbandonate, dove il tempo sembra essersi fermato e la natura ha ripreso il sopravvento

di Lucia Esposito
Fotografie di Igor Petyx

La sedia sgangherata davanti alla porta chiusa è in attesa che arrivi qualcuno e finalmente si sieda. è un segno di speranza, un invito al futuro come le margheritine gialle che sbucano dalla crepa di un muro o le rose rosse che sbocciano su un balcone con la ringhiera arrugginita. Da qui sono scappati tutti. O quasi: sono rimasti in otto. Siamo a Panetti, frazione del comune di Platania, un quarto d’ora da Lamezia Terme, un pugno di case vuote ma piene di tracce di vita, scrigni generosi di un passato che è rimasto aggrappato alle pareti come la mensola di legno su cui c’è ancora un bottiglione di olio da cucina. O la sedia davanti al camino. Chi è andato via ha avuto cura di lasciarla lì dov’era sempre nelle sere d’inverno, quando il fuoco bruciava alto e la famiglia si chiudeva a cerchio a prendere calore e scambiarsi confidenze.
Uno dei paesi della Calabria profonda e spopolata, la Calabria dell’entroterra legata ai miti e ai riti, al ciclo delle stagioni, alle tradizioni legate al passato magnogreco. Uno dei paesi che racconta di un passato remoto, di una terra ancestrale, rimasta intatta nel mezzo di un mondo che, fuori da qui, corre veloce.
Le case antiche costruite con le pietre verdi del monte Reventino sono vuote, alcune sono quasi distrutte dall’abbandono più che dal tempo. Sembrano ferite mai rimarginate. Al livello della strada si affacciano le porcilaie e le stalle, gli ingressi delle abitazioni sono al primo piano. Ma molte scale esterne sono crollate o hanno perso dei pezzi e così alcune case sono inespugnabili. Quando si riesce ad entrare si ha la sensazione di violare vite che ora chissà in quali case di quali Paesi si stanno consumando.
Molti sono scappati, ma altri sono morti qui. In una delle tante abitazioni vuote c’è una foto in bianco e nero incorniciata: ritrae la salma di un uomo col vestito buono con tanta gente attorno. Ci sono anche fotografie di santi irrigidite dal tempo. E un negozio che vendeva il pane fresco e la pasta. L’insegna c’è ancora: è la scritta “Alimentari e diversi” con la pittura rossa ormai scolorita. Anche il lavatoio comune in pietra resiste e sembra di vederle le donne piegate dentro a lavare la biancheria. Lungo una delle viuzze troviamo un antico forno. Da qui al mattino usciva il profumo di pane fresco che era la sveglia- insieme ai chicchirichì dei galli – di chi aveva la fortuna di abitarci accanto.
Gli otto abitanti di questo borgo sono come eroi moderni che resistono attaccati alla loro terra perché qui c’è il passato, ci sono i loro morti, ma c’è anche il futuro. Sono Giuseppe, 46 anni, un mestiere di muratore e una fisarmonica da suonare nei giorni di festa. E quando gli si chiede perché sia rimasto, guarda verso le montagne del Reventino che stringono in un abbraccio il borgo, ti guarda e risponde: “Questa è casa mia”. Sua moglie Giovanna è solida e forte come una quercia, ha 41 anni ed è di una bellezza struggente. Non tanto – non solo – perché ha la pelle tesa di un’adolescente e i lineamenti eleganti, è per la grazia con cui fa accomodare in casa dei giornalisti sconosciuti che sono arrivati senza preavviso, è per quel rossetto sulle labbra che vuol dire: io esisto, sono viva anche se gli altri sono scappati via.
Il loro figlio Francesco ha 17 anni e tutti i giorni va a scuola a Lamezia con il papà che lo accompagna in auto. Frequenta il quarto anno dell’istituto alberghiero e di andarsene a vivere in città non ci pensa proprio. “Quando voglio posso andarci, ma amo stare qui dove gli unici rumori sono quelli del vento che scuote le foglie degli alberi, degli uccelli che cantano”. Nella casa accanto alla loro vive la mamma di Giuseppe, Aurelia, poco più che settantenne. Si affaccia sull’uscio della sua casa al piano terra. Nel camino c’è il fuoco acceso, sulle pareti le foto in bianco e nero di una vita. “Gli altri? Sono morti o sono emigrati”, dice in dialetto calabrese. Lei invece non ci ha nemmeno pensato ad andare, mai. Perché qui ha tutto: la famiglia, la casa, l’orto generoso. Poco più giù vivono Franco, un uomo solitario e schivo e poi Rosa che divide la casa e il tempo con l’anziana madre Maria che ha bisogno di cure. “Un tempo qui viveva un centinaio di persone e c’erano anche una cartoleria e un tabaccaio. C’erano la scuola elementare e i bambini che arrivavano anche dai paesi vicini”. Ora c’è una scuola moderna, un edificio rosso che sembra preso e portato qui da un altro posto. “Lo hanno costruito con i soldi dei fondi europei. Non sapevano come usarli e hanno fatto questa scuola che resta chiusa perché i bambini non ci sono più”, spiega Giuseppe.
La vita segue il ritmo delle stagioni e la primavera ha colorato di bianco i ciliegi del bosco poco sopra il borgo che si arrampica verso le cime del Reventino. Passeggiare è una scoperta continua, basta avere occhi svegli e il passo attento. Francesco Bevilacqua, grande camminatore e scopritore di luoghi perduti, conoscitore innamorato e appassionato della Calabria, ha restituito a Panetti la sua cascata dimenticata, sepolta dal tempo e dai troppi addii. “Un giorno, mentre passeggiavo lungo il sentiero che costeggia il torrente Piazza ho notato un ‘acquaro’, un canale antico e ho cominciato a seguirlo, convinto che da qualche parte dovesse esserci dell’acqua. Ero determinato e più camminavo più sentivo lo scroscio. Così mi sono ritrovato davanti a questa cascata che è un vero e proprio monumento naturale. Non è la più alta della Calabria ma il salto di trenta metri dell’acqua che cade nel letto del torrente è uno di quei regali inattesi della natura”, dice.
“Quando sono tornato al borgo per dire che avevo trovato una cascata, l’anziana Aurelia ha esclamato: ‘La Tiglia!’. Ecco, quel luogo era ancora vivo dentro di lei e le è bastato sentire la parola cascata perché ne ricordasse il nome”. Come se avesse trovato l’interruttore per accendere la luce giusta. La voce sulla cascata ritrovata ha cominciato a diffondersi e così a Panetti cominciano a vedersi dei visitatori: prima arrivavano solo dai paesi vicini, adesso c’è che viene da Lamezia e anche da più lontano. Il tesoro naturale riscoperto dalla tenacia di Bevilacqua (autore di molti libri sulla Calabria, nell’ultimo “Lettere Meridiane” edito da Rubbettino racconta la sua terra attraverso cento libri di narrativa, storia, scienze, geografia) è l’inizio di una nuova vita per Panetti e per gli otto abitanti che sono rimasti. Sulla strada di ritorno dalla cascata, tornando verso il borgo, passiamo davanti alla scuola nuova ma mai inaugurata. E anche questo palazzone moderno in mezzo alle case abbandonate diventa un segno di speranza, come la sedia vuota davanti alla porta.

Maggio 2017