Con una vecchia macina ha cambiato le sorti di un paese. Stefano Caccavari racconta come con una buona idea e la mobilitazione della rete sta riuscendo a creare una nuova economia. Aperta a tutti

di Laura Anello
San Floro (Catanzaro)

Un giorno, nel mare di messaggi Facebook, ne ha trovato uno firmato Maurizio: “Bravo Stefano, il tuo progetto sarà di ispirazione per tanti. Unire innovazione e sviluppo delle filiere agricole sui territori è uno dei motori più forti dell’Italia. Per confrontarci su tutto il tuo progetto ti invito al ministero, se ti va”. Lui, Stefano Caccavari, ha strabuzzato gli occhi (ma mica tanto, perché alle sorprese c’è abituato) e ha realizzato che quel Maurizio è Maurizio Martina, ministro dell’Agricoltura del governo Renzi. Che ha saputo della sua storia e gli ha scritto sui social come si fa tra amici. Già i social, il cuore di questo miracolo locale e globale, antico e modernissimo, che sa di terra, di grano, di contadini, di sudore, ma che viaggia veloce e lontanissimo grazie a lui, ventisettenne “smanettone” che nel 2016 si è messo in testa di recuperare l’ultimo mulino a pietra della sua Calabria e che adesso, sedici mesi dopo, è amministratore delegato e proprietario all’ottanta per cento di una società con mille clienti, un capitale sociale diffuso in mezzo mondo, un business plan che prevede di aprire in franchising un mulino in ogni regione d’Italia.
Lo Steve Jobs della Calabria, lo chiamano qui, a San Floro, settecento abitanti, venti chilometri da Catanzaro, un tempo una fiorente industria della seta ormai scomparsa. Padre guardia giurata, la madre dietro il bancone dell’unico bar della cittadina, i nonni contadini, il pallino dell’informatica, l’intraprendenza nutrita sin dai banchi di scuola e poi gli studi in Economia aziendale (gli mancano cinque esami alla laurea). La prima occasione arriva tre anni fa. “San Floro – racconta – rischiava di ospitare la più grande discarica d’Italia, grande centoquaranta ettari. Una montagna di spazzatura che sarebbe finita qui, in una voragine già scavata, nella zona di Battaglina. Nacque una grande mobilitazione con una raccolta di firme, si unì Legambiente, si scoprì che quella zona del Comune era gravata da usi civici, e quel progetto si fermò a sei mesi dal traguardo. Allora io pensai che al posto della discarica bisognava creare un’azienda agricola, e inventai il progetto ‘Orto di famiglia’. In sostanza abbiamo diviso il terreno in piccoli appezzamenti da cento metri quadrati e li abbiamo affittati. Noi facciamo i lavori agricoli e coltiviamo, la gente viene a raccogliere le verdure e vive il contatto con la natura. Da dieci famiglie siamo passati in pochi mesi a 150, pagano 250 euro ogni quattro mesi, arrivano da Lamezia Terme e da Catanzaro, con bambini che il pomodoro lo hanno visto solo al supermercato e che qui lo vedono seminare, nascere e crescere”.
Ma è solo una prova generale, perché la scintilla del progetto “Mulinum” si accende nel 2016, quando Stefano viene a sapere che l’unico mulino a pietra del comprensorio, dove i suoi nonni portano da sempre il grano, sta per essere messo in vendita a gente della Toscana. Si trova a Santa Severina, in provincia di Crotone, a 93 chilometri da San Floro. “Parto subito, parlo con il proprietario, vuole quindicimila euro, io posso dargliene diecimila. Allora torno a casa e scrivo un appello via Facebook”. Quell’appello, lanciato il 14 febbraio del 2016, lo conserva come il primo cent di Paperon de’ Paperoni. Titolo: “(URGENTE), Salviamo l’ultimo mulino a pietra della Calabria”.
“Dopo 48 ore avevo 72 mila euro, a chiusura della raccolta ne avevo cinquecentomila. Gente che non mi aveva mai visto in faccia che investiva mille, tremila, cinquemila euro. Calabresi, ma anche romani, tedeschi, gente dall’altra parte del mondo, Stati Uniti, Cina”. Una mobilitazione che cresce anche quando, poche settimane dopo, la trattativa con il proprietario di quel mulino fallisce. Così propone su Facebook il piano B, quello di realizzare un mulino a partire da antiche macine in pietra naturale che un suo amico contadino è pronto a regalargli.
Vale la pena leggerlo, quel secondo appello. “Nel mulino a pietra non contano tanto la struttura metallica, il motore elettrico o la cassa di legno – spiega ai suoi amici virtuali – l’unicità sta proprio nelle macine antiche, di una pietra speciale e durissima, la più famosa pietra al mondo è quella francese chiamata ‘le Fertè’, le Ferrari delle pietre, prodotte nel 1800. Seguirà la progettazione e il montaggio del telaio, delle parti meccaniche e del motore, grazie al supporto di artigiani specializzati e con molta esperienza che vengono dalla Sicilia, e infine la creazione della cassa in legno e della tremoggia, e un falegname bravo a San Floro c’è. Quindi il nostro mulino avrà le stesse identiche caratteristiche dell’altro ma con un valore in più perché nato qui grazie al web e alla partecipazione di tutti voi, sarà un made in San Floro”.
Il suo popolo lo segue, come si segue un flautista magico. E quel mulino oggi gira, nella grande cascina che ancora profuma di intonaco costruita in soli quattro mesi lungo il fiume dove un tempo di mulini ce n’erano nove, i sacchi di farina di grano biologico varietà “Senatore Cappelli” pronti a essere venduti a mille clienti in tutta Italia e anche in Belgio e Francia (privati, negozi bio, pizzerie e panifici), le pagnotte appena sfornate contese dagli avventori che arrivano come api al miele. “Sono fresche per ventun giorni, così deve essere il pane, altrimenti non è pane”. Cascina divisa in tre sale: quella delle macine, dove il grano diventa farina; quella dei forni, dove la farina diventa pane, pizza e dolci; quella della degustazione, cioè una pizzeria bio con cinquanta coperti che sta per partire.
È la prima cellula del progetto Mulinum, un mulino a pietra in ogni regione d’Italia, per la quale ha deliberato un aumento di capitale della società e fatto partire una raccolta fondi con l’obiettivo di raccogliere un milione e mezzo. Investimento minimo, cinquemila euro. “Chi investe adesso – spiega – entra nell’holding, poi si faranno soltanto sottoscrizioni per i singoli progetti regionali”. A sostenerlo nell’impresa c’è un consiglio di amministrazione di sei persone, tutti soci del progetto: l’imprenditore del turismo Massimiliano Capalbo, l’ingegnere Rocco Mazzo (che ha progettato la cascina), l’avvocato Francesco Forte, l’agronomo Mario Menniti, il consulente aziendale Vincenzo Meddis e l’imprenditore del settore dei metalli Luigi Fabiano, grande esperto di franchising. E poi ci sono centinaia di altri soci, con quote da mille a cinquantamila euro. Prossima tappa, la Val d’Orcia, dove imprenditori del luogo sono pronti a mettere il terreno e il dieci per cento del capitale.
Di certo c’è che la sua farina di grano antico ha risollevato le sorti dell’agricoltura del comprensorio. Intorno al suo progetto sono nate (o sono rinate dalle ceneri) venti aziende agricole, 250 ettari in tutto, che si sono convertite al biologico e che producono solo per lui. “Paghiamo il grano ai contadini cinquanta euro a quintale – spiega – il doppio del prezzo di mercato. Finora lo vendevano a diciotto euro, ma ne spendevano venticinque per produrlo. Inutile stupirsi se avevano abbandonato i campi”.
E ha provocato un fenomeno di emigrazione al contrario. “Giovanni, il mugnaio, di San Floro, si è licenziato ed è venuto a lavorare con noi. Santo e Simone, di Catanzaro, lavoravano in un ristorante biologico a Londra e adesso sono qui, a fare la pizza e il pane. Poi c’è Gualtiero, che lavorava in un panificio a Roma, e che ora fa parte della nostra squadra. Tutti insieme lavoriamo per avviare il franchising della pizzeria Mulinum”.
Un progetto che cammina insieme alla battaglia per l’etichettatura della farina e del pane. “Perché si fa presto a dire integrale – spiega – e si fa presto a dire bio, ma il rischio è che l’integrale sia farina 00 con aggiunta la crusca. Serve una legge che renda obbligatoria l’indicazione in etichetta. E io potrò scriverci: integrale in purezza. Molti altri dovranno uscire allo scoperto e scrivere: 90 per cento farina 00, 10 per cento crusca”. Di macine a pietra, recuperate nei magazzini dei vecchi contadini, ne ha già trovate otto. Pronte, da qui, a invadere l’Italia.

Maggio 2017