Dalle montagne calabre ai seminari di etnomusicologia in tutta Europa, Pierluigi Virelli riporta in vita le antichissime tradizioni orali per farne uno strumento di crescita e rinascita

di Patrizia Giancotti
Fotografie di Oreste Montebello

Aveva una decina d’anni, Pierluigi Virelli, quando vide un pastore per la prima volta. Era a Cetraro in auto con suo padre al volante e la visione di quell’uomo col cappello, in manto nero, con la zampogna buttata su una spalla, chinato per bere alla fonte circondato dalle sue capre, lo fece istintivamente saltar giù dalla macchina ancora in corsa. Voleva parlargli, toccarlo, conoscerlo.  E ben presto, cominciò a seguirli sulle montagne, i pastori, restando mesi lontano da casa, con un certo disappunto dei genitori che volevano che studiasse, che andasse all’università, che si facesse una posizione.
Pierluigi ha scelto un’altra scuola. Quando tiene le sue lezioni in ambito universitario, le sue conferenze in giro per il mondo, anche il lingua tedesca che parla fluentemente, quando riflette pubblicamente sugli studi dell’antropologo della musica Alan Lomax o dell’etnomusicologo Diego Carpitella, quando esemplifica il suo discorso etnomusicologico abbracciando la pelle della capra e facendola suonare, qualcuno del pubblico chiede puntualmente in quale conservatorio abbia studiato. Lontano dal banalizzare gli insegnamenti ricevuto alla “scuola della vita”, Pierluigi sistematizza il sapere che gli è stato trasmesso, che ha saputo introiettare, che sa divulgare. Lo posso vedere in azione per un bel regalo fattomi dagli dei magno-greci, aun incontro organizzato a Brancaleone dall’associazione internazionale Servas – porte aperte, che promuove l’accoglienzae l’incontro.
Profilo e capelli già visti al Museo archeologico di Reggio Calabria, Pierluigi racconta che vivere da pastore significa ritrovarsi mesi interi di fronte a se stessi, nutrendosi letteralmente del proprio lavoro, acuendo la percezione di chi siamo e di ciò che vogliamo dalla vita.  Scintillando lo sguardo sotto i riccioli neri, ricorda le sue giornate: “All’alba mungitura, ricotta e formaggi, nutrirsi del dono giornaliero delle capre; poi il  pascolo, l’ascolto della natura, imparare dalle capre l’arrampicata e l’equilibrio, abilità artigianale, l’intaglio, la costruzione degli strumenti, e poi accudire, tosare, castrare, fare accoppiare, aggiustare lo stazzo, pulire,  nuovamente la mungitura, lavarsi  e la sera, mangiando e bevendo, il premio del “suono”,  divertimento, apprendimento, tecnica, ritmo, melodia”.
A ogni azione corrisponde una disciplina, un sapere, un insegnamento profondo, uno strumento di autoanalisi. Poi Pierluigi lascia la montagna e vola via: “A sedici anni ho sentito ilbisogno di andarmene e ho iniziato dalla Pennsylvania. Alcuni parenti mi hanno mostrato il mondo del volontariato attivo, ho lavorato con i senza fissa dimora e ho imparato tanto. Poi ho capito che avrei dovuto impegnarmi in quello che conoscevo e amavo e ho iniziato il mio lavoro di divulgazione della cultura di tradizione orale della Calabria che mi ha portato in Irlanda, nella Repubblica Ceca, in Inghilterra,  in Polonia e in Germania.  A Berlino, poi, sette anni fa, ho capito cosa significa ‘sentirsi giovani’ come stato psicologico, e in virtù di questo vedersi riconosciuta una forza propulsiva per il cambiamento della società e delle relazioni umane: con la musica calabrese autentica contrastavo l’invasione della cosiddetta ‘musica di mafia’, l’unica conosciuta da quelle parti. La mia proposta trovava spazio in radio e televisioni, festival, convegni, interessava una fascia di pubblico di alto profilo culturale orientata al recupero della ritualità quotidiana, alla riscoperta del rapporto simbiotico con la natura, a uno stile di vita più sano e comunitario. Tutti questi temi erano inerenti al mio progetto di divulgazione culturale ed erano inseriti in un disegno più ampio, che includeva l’integrazione, il rispetto per l’ambiente, il consumo critico, coincidendo con attività della città che prefiguravano un nuovo stile di vita, quello della smart city, degli orti comunitari sui tetti delle case, delle Project Haus, dell’energia pulita, della convivialità propositiva”.
In questo clima stimolante, insieme ad altri ragazzi calabresi, Pierluigi ha potuto fare qualcosa che a Berlino non aveva mai fatto nessuno.  “Un amico di Cerchiara Calabra lavorava per un ente tedesco che portava macchinari di misurazione sismica sul Pollino. Il camion veniva scaricato di macchine e riempito delle migliori eccellenze agro-alimentari della nostra regione, farina di mulino, pezze di formaggio dei migliori allevatori, olio, vino. Con questo ben di dio avevamo materia prima per le nostre seguitissime ‘feste all’ abballu’, che erano così strutturate: prima un incontro formativo etnografico, supportato da video, interviste,filmati sulle nostre tradizioni, poi una lezione pratica sulla pasta fatta in casa, con una trentina di berlinesi di ogni nazionalità a impastare le nostre farine, infine cena musicale, con concerto, ballo e vino. Erano seminari che potevano durare un paio di giorni, happenings di una Calabria possibile nel cuore pulsante dell’Europa, che interessavano i tedeschi, la comunità internazionale e infine anche la gente del Sud Italia”.
Sette anni di esperienze bellissime, divertimento e riconoscimento nella più effervescente città europea con il coinvolgimento attivo di migliaia di persone. “Ma una sera alla fine di un concerto, una cara amica musicista, mi disse: è ora di tornare, e aveva ragione la parabola si era conclusa. Era ora di tornare a raccogliere il patrimonio che resta, tutelare, proteggere, valorizzare.  Così ho fondato l’associazione Innesti Recupero e Promozione delle Tradizioni orali con l’obbiettivo di re-innestare una particolare memoria storica in estinzione, comprese feste stagionali come la Farsa di Carnalivari. Con questa organizzo concerti, corsi in università, ambasciate  e istituti di cultura, laboratori per la costruzione di strumenti musicali, flauti, fischietti, tamburelli, attività didattiche nelle scuole. All’estero ho imparato quanto anche un luogo economicamente povero possa crescere culturalmente nutrendosi della propria linfa vitale, se la si sa riconoscere, e da questa partire per la sua rinascita in un contesto contemporaneo avvincente. Se sembra che il mondo vada verso una perdita di umanità, la mia esperienza testimonia quanto il nostro patrimonio umano sia apprezzato ad altre latitudini. Posso dire anche che le migliaia di persone che hanno imparato a conoscere e apprezzare la nostra cultura orale, in tutte le città d’Europa che ho  attraversato  con incontri, feste, concerti, programmi radio e tv, rappresentano un impressionante riconoscimento internazionale del nostro  patrimonio, e sono anche un potenziale bacino d’utenza che apprezzerebbe ancora di più tutto questo se avesse la possibilità di viverlo in Calabria”.
Pastore cosmopolita, Pierluigi Virelli,  che da bambino intuì la sacralità di un mondo e ci si buttò a capofitto e in quel microcosmo apprese ciò che gli serviva per lanciarsi lontano come una freccia, musicista che ha duettato con curdi e afroamericani, turchi e irlandesi, che ha suonato per il teatro di Iaia Forte, per i poeti Cucchi e Rondoni, non a caso incontrato sullo Stretto in seno a una associazione con migliaia di soci nel mondo, e che qui, da freccia, torna per viaggiare in profondità invece che orizzontalmente.  “Questo per me è il momento di stare, dunque, non di andare per il mondo, ma facendo in modo che il mondo venga fin qui”.

Maggio 2017