È il nome dello scheletro di un bambino vissuto 17 mila anni fa, rinvenuto in una grotta alle pendici del Pollino. Dopo vent’anni di ricerche qui pochi resti raccontano la straordinaria storia di una comunità di cacciatori che già conosceva linguaggio, arte e musica

di Chiara Dino

Romito 9 è morto che era poco più che un bambino. Avrà avuto 11 anni o 12 al massimo. Viveva tra i boschi, alle pendici del Pollino, e se n’è andato in un giorno di 17 mila anni fa. Sembra un tempo antichissimo, ma interrogando i resti del suo piccolo corpo ci si è accorti che lui riesce ancora a parlare con noi e di noi. Di più riesce a insegnarci qualcosa sulle nostre origini, sull’evoluzione dell’uomo in questo pianeta, sulle nostre emozioni e abitudini. Non è una favola bella quella che proviamo a narrarvi, ma il convincimento concreto e suffragato da ricerche scientifiche, di Fabio Martini, professione studioso della preistoria, paleontologo e professore ordinario all’Università di Firenze, da quasi vent’anni alle prese con le continue sorprese che riserva alla comunità della scienza la grotta del Romito, qui giù in Calabria, località Papasidero. Romito 9 è l’ultimo arrivato – la sequenza numerica è già una sorta di biglietto da visita – di una carrellata di scheletri venuti fuori  da questo sito scoperto per caso negli anni ’60 da un signore che, scavando nei pressi, rinvenne il primo e forse più famoso reperto archeologico di tanti. Il cosiddetto Bos primigenius, un graffito che raffigura un bovino, inciso con tale grazia e verismo, da lasciar allibiti: si riconosce ogni parte del corpo: le corna, le incisioni delle narici, del muso e della coda che pende, il sesso e le quattro zampe che lo fanno intuire in cammino e che ci fanno immaginare che l’animale fosse già ben conosciuto e frequentato dall’uomo che lo aveva così ben disegnato. Ha trovato il bellissimo Bos ad appena 20 centimetri di profondità e ha coinvolto da subito la soprintendenza del luogo che si è attivata coinvolgendo nella campagna di scavi Paolo Graziosi, il maestro di Fabio Martini. È stato lui a iniziare una ricerca che sta ancora dando i suoi frutti raccontandoci un pezzo di vita dell’uomo preistorico in questo lembo di Calabria a partire da 17 mila anni fa, lasciando poi il testimone, dal 2000 a oggi, al suo allievo. “La grotta del Romito – ci spiega oggi Martini – adesso aperta ai visitatori, fu scoperta nel 1961 su segnalazione di due abitanti della zona, Gianni Grisolia e Rocco Oliva e grazie alla mobilitazione dell’allora direttore del museo comunale di Castrovillari, Agostino Miglio. Si estende su due aree, quella della grotta vera e propria, divisa in due zone di 20 metri, e il cosiddetto ricovero che è lungo 34 metri. Grazie al ritrovamento di manufatti in pietra e in osso e ai resti della fauna abbiamo conosciuto le competenza della comunità paleolitica: queste persone si nutrivano di cervi, cinghiali, stambecchi che cacciavano nei boschi vicini, conoscevano la localizzazione delle rocce più idonee alla fabbricazione di armi ed utensili e per muoversi sapevano destreggiarsi lungo le vie di comunicazione di questa area della Calabria, il fiume Lao primo fra tutti”. Ma sono i 9 scheletri a raccontarci qualcosa di noi di straordinario rilievo. Cominciano dall’ultimo, il piccolo Romito 9 su cui lo stesso Martini sta per pubblicare uno studio su Nature. “Romito 9 – dice Martini- è morto così giovane da consentirci studi avanzatissimi. La pressione del cervello in crescita – tipica di un ragazzino della sua etá – ha lasciato sul cranio dei segni che oggi permettono di fare delle ipotesi attendibilissime sulle competenze dell’uomo preistorico. Questo studio è stato possibile grazie all’uso di apparecchiature sofisticatissime, che ci ha fornito l’università di Trieste, capaci di fare una sorta di Tac in 3D, come fosse un calco del cranio. Attraverso la collaborazione di ricercatori californiani oggi sappiamo che 17 mila anni fa l’uomo era assolutamente come noi. L’area del linguaggio era già situata dove lo è anche la nostra. Quell’uomo era già in grado di parlare, di fare e conoscere la musica e l’arte. Non solo, attraverso lo studio sul Dna, sapremo dire se in quella comunità c’era una predisposizione a malattie come l’anemia o il diabete”. Il piccolo Romito, che non è il più antico corpo di nostri progenitori trovato in Europa, ma sicuramente quello conservato meglio, non è il solo abitante della Grotta su cui si stanno concentrando gli studi. “I primi due scheletri trovati già dal professor Graziosi – aggiunge Martini – erano adagiati in una sepoltura comune, uno dei due era un nano ed è stato tirato su come se fosse cinto tra le braccia dell’altro. La posizione dei due manifesta una grande tenerezza e un legame importante tra loro”. Negli anni ne sono venuti fuori anche altri. “Particolarmente interessante – continua il professore – è la storia di Romito 8: un ragazzo che è cresciuto sano sino ai 25 anni e che a quell’età ha subito un trauma cranico. Si deve esser trattato di un incidente importante che ha avuto delle ripercussioni sulla colonna vertebrale costringendolo a una semi paralisi. Malgrado ciò è certo che sia stato accudito e dunque che nella preistoria la cura parentale era una prassi. Ha vissuto ancora per anni rendendosi utile per la comunità. Dalla lettura dei segni del cranio abbiamo scoperto che lavorava il legno con l’ausilio dei denti usurati sino alla radice”. La ricerca, grazie anche a studi antropologici comparati, ha mostrato anche l’area di origine della comunità del Romito. Alcuni di loro hanno una derivazione medio vicino orientale. Si ipotizza siano arrivati in Calabria attraverso un’immigrazione risalente a 25 mila-20 mila anni fa. È quasi certo che si fossero sistemati qui in maniera stanziale e in comunità: all’ingresso della grotta c’è la memoria di un vero villaggio costruito con tre tipi di capanne, dalla più semplice alla più complessa, sicuramente messa su da un gruppo di persone, una sorta di città in miniatura dove molti abitanti, ma non tutti, come ha rilevato la prova del Dna, erano uniti da legami parentali e dove la sussistenza era assicurata dalla cura che gli uni offrivano agli altri. Un esempio di vita da tenere a mente anche nel nostro millennio.

Maggio 2017