Ha fatto della sua “emigrazione” un cavallo di battaglia di comicità e ironia, i suoi spettacoli stanno facendo il tutto esaurito in ogni parte d’Italia. Storia della palermitana Teresa Mannino e del segreto del suo successo

di Chiara Dino

Figura esile e dinoccolata, gesticolare importante – quasi una coreografia – le sue parole scivolano con cadenza e ritmo arcaici. Si muove da atipica femmina del sud (non ne ha la formosità da copione), anche se della sua origine palermitana ha solo l’accento e una lunga massa di capelli ricci e castani che tocca e aggiusta di continuo. E però quei gesti e quelle parole dicono di lei tutto, basta ascoltarli. Teresa Mannino, 47 anni, venti dei quali trascorsi a Milano, è già nei testi dei suoi spettacoli che scrive con Giovanna Donini.

In questi giorni l’abbiamo vista in Sento la terra girare, spettacolo che genera un riso amaro sullo stato di salute del nostro disastrato pianeta. Un pianeta popolato da gente che acquista il filo interdentale per i cani, le cui spiagge sono popolate più da tamarri che da paguri e dove – parole sue – ci stiamo estinguendo al ritmo della zumba. Prima l’abbiamo conosciuta nell’irriverente e geniale vivaio di Zelig, e prima ancora quando provava le sue uscite da comica nel sottoscala di una libreria dei Navigli. Quindi in due spettacoli indimenticabili: Terrybilmente divagante e Sono nata il 23.

E si rideva di gusto in questi identikit ironici di una palermitana della buona borghesia trapiantata a Milano per amore e qui costretta a fare i conti con modalità di vita da alieni. Raccontava in quegli spettacoli Teresa Mannino di essersi imbattuta in un rigore lontano da quanto aveva conosciuto tra Palermo, Mondello e le sue Madonie, in abitudini che all’inizio tramortiscono qualsiasi meridionale abituato a ben altri ammuina, morbidezze, capacità di condivisione e invadente intimità. “Siamo diversi – dice lei – e oggi porto in me quella doppia visione del mondo. Oggi, prima era un casino”. Patrie smarrite le chiamava Corrado Stajano in un libro che, partendo dal fascismo, tratteggiava un ritratto del Nord e del Sud, valido ancora. Solo che, nel caso di Teresa, Nord e Sud col tempo si sono stratificati in un unicum che ha dato vita a un’ironia deflagrante. Come una fusione atomica che prelude allo scoppio. Solo che questo scoppio si chiama battuta. Fulminante, efficace. Teresa ride e fa ridere. Anche se è diventata comica per caso.

Come e quando?
“Avevo ventisei anni, mi ero trasferita a Milano da uno per seguire il mio fidanzato, dopo una laurea in Filosofia Teoretica, su Socrate. Cose che si fanno. Ho studiato recitazione per pura disperazione (ride). Arrivata a Milano mi sentivo presa dai turchi. Era tutto completamente diverso da quello cui ero abituata. La cultura del cibo, il modo di manifestare l’affetto, la quantità e la qualità del tempo che gli amici ti dedicavano. Che ne so, ti invitavano a cena, magari con un mese di anticipo, e quando arrivavi si ordinava una pizza. Ma te lo immagini a Palermo? Una tristezza. Il primo anno è trascorso con piccoli lavoretti part-time – facevo contenuti per un sito Internet, mi sono occupata di selezione del personale e a un certo punto ho fatto anche l’elettricista – ma soprattutto tra pianti e lamenti. Io arrivo da una famiglia di tre fratelli e ventidue cugini cui sono ancora molto legata. Ventidue, non si scherza. Non conoscevo la solitudine, neanche quella sacrosanta che ogni tanto agogniamo anche noi. Qui su tutti mi sembravano matti”.

Lei non lo dice ma, date queste premesse, le chiediamo che ne è stato del fidanzato che l’aveva deportata a Milano…
“Nel tempo si è perso per strada. Dopo di lui ce n’è stato un altro che è il babbo di mia figlia Giuditta, e ora un altro di cui sono molto innamorata. Anzi siamo molto innamorati”. Ma alla carriera di comica com’è arrivata? “Un giorno sono passata davanti al Teatro Carcano e ho visto un gruppo di ragazzi che chiacchierava fitto e rideva. Mi ci sono rivista, mi ricordavano il nostro modo di socializzare per strada. Certo erano molto più giovani di me. Avranno avuto diciotto-diciannove anni quando io ne avevo già ventisei. Ma mi sono detta: “che te ne frega Teresa, basta pianti. Se qui ci devi stare datti da fare”. Mi sono iscritta al corso che organizzava il Carcano con l’idea di trovare nuovi amici”.

È andata così ma soprattutto c’è stato molto altro…
“Esatto, ho iniziato a capire che, se una vis comica ce l’avevo fin da bambina, forse era il caso di farne tesoro”.

E qui bisogna fare un passo indietro, a quando Teresa era appunto bambina…
“Mi vedete adesso, magra magra che ancora in famiglia mi chiedono se mangio abbastanza? Ero così anche allora: te lo immagini a Palermo come mi prendevano in giro? A scuola i miei compagni non me le mandavano a dire. Io ero una bacchettona da primo banco ma ero anche capace di fulminare il nemico con una battuta. Così cominciai a scrivermi in testa dei copioni per mettere in difficoltà il maschio stronzo. uando liQ Quando li mettevo in scena era un trionfo, ridevamo tutti e io uscivo dall’imbarazzo”.

Strategie di sopravvivenza che ritroviamo su al Carcano. Dove accadde che cosa?
“Accadde che mi appassionai a quello che studiavo e imparavo. Devo dire che andavo bene in tutto ma mi affidavano solo piccole parti. Ero un disastro in dizione. Il mio accento palermitano aveva la meglio su tutto”.

Ma è un marchio di fabbrica, Teresa Mannino senza l’accento palermitano non esisterebbe.
“Sì, infatti, ora è la mia forza e certe volte quando mi lascio andare dicendo delle parole che capirebbero solo nel mio quartiere di origine la gente ride comunque, anche se sono in scena a Bologna. Il siciliano e il palermitano sono onomatopeici. L’ho capito grazie a uno dei miei maestri di allora, Manuel Serantes. È cileno e parlava, anche in scena, una lingua inesistente metà italiano e metà spagnolo. Lui se ne fregava del mio accento e mi trovò varie parti un po’ più importanti. Da lì la mia vita ha preso un’altra piega”.

E non solo per la sua carriera di comica. Intanto è nata Giuditta.
“Sì mia figlia, che adesso ha nove anni ed è un autentico mix di nord e di sud. Lei sta molto bene in Sicilia, ci sono i nonni e i cugini, è più libera, passa più tempo per strada. Giù è più cagnola, pensi che quest’anno da settembre a dicembre ci siamo trasferite insieme qualche mese nelle Madonie che è il territorio di origine di tutta la mia famiglia. Io avevo voglia di stare lì e anche Giuditta è stata bene, ma bene assai. Ha frequentato anche scuola. E ora è perfettamente bilingue (ride)”.

Tre mesi e poi su per affrontare la tournée di Sento la terra girare. Come fa con Giuditta quando porta in giro i suoi spettacoli?
“Torno sempre la sera, quando posso. Anche se faccio tardi. Dormo a casa, la mattina mi sveglio, faccio colazione con lei e la porto a scuola. Quando proprio non posso ci sono suo padre e il mio compagno con cui lei va molto d’accordo”.

Quest’ultimo spettacolo si discosta dai precedenti. Non c’è più l’ironia Nord Sud, ma si parla di inquinamento, sfruttamento del pianeta e, diciamolo, anche capitalismo. Come mai ha lasciato i suoi cavalli di battaglia?
“Credo per due ordini di ragioni. Intanto perché il problema della stratificazione di componenti meridionali e settentrionali dentro di me li sento risolti. So cosa c’è di bello da noi e so quali sono i motivi per cui, malgrado tutto, non tornerei a vivere a Palermo dove assisto a una sorta di pazzia, di delirio siciliano che ci fa sciupare le risorse di cui disponiamo. Allo stesso modo so quali sono le cose positive acquisite stando a Milano che oggi fanno parte di me”.

Non più l’urgenza di ridere su Teresa e il suo doppio del nord. E poi?
“E poi invece l’urgenza di dare voce a un grido di disperazione del pianeta. Sembra di essere a un punto di non ritorno”. Cosa ci sarà dopo? “Quest’estate porterò, prima al Teatro di Verdura di Palermo e poi al teatro antico di Taormina, la mia Traviata. È un esperimento già messo in scena al Massimo di Palermo, in cui io racconto la storia di Violetta e ogni tanto la mia narrazione viene interrotta dall’interpretazione da parte dei cantanti delle arie più celebri”.

E come sarebbe la “sua” Traviata?
“Una donna forte circondata da due uomini, Alfredo e suo padre, che sono due cose inutili. Studiando la biografia di Verdi ho capito cosa voleva portare in scena questo signore che conosciamo solo perché ha dato la sua faccia alle mille lire: una vicenda rivoluzionaria. Lui viveva con una donna madre di due bambini che cresceva da sola. Una che la gente del suo paese se la incontrava per strada non la salutava”.

Punto di vista interessante. E poi cosa ci sarà?
“Poi continuerò ad andare in giro con Sento la terra girare. Nel 2019 lo porterò in Sicilia: faccio sempre così, gli spettacoli li porto giù quando sono rodati. Ma mi terrò l’estate libera per stare con Giuditta. E poi vorrei scrivere un film”.

Neanche a dirlo, da girare in Sicilia.