Vive a Zurigo da vent’anni. Ha inciso duecento brani e tenuto più di quattromila concerti. Storia del cantautore Pippo Pollina. Tanto famoso all’estero, quanto di nicchia in Italia

di Antonio Schembri

Chissà in quanti ancora non sanno che uno dei più talentuosi cantastorie italiani viene proprio da Palermo. E che nelle sue raffinate ballate folk e rock che narrano di amori e malinconie, rabbia e impegno civile, senso del viaggio e dell’avventura, nonché dell’idea di un mondo senza frontiere a cominciare dall’Europa, l’aver vissuto la natìa Palermo nei suoi anni più bui è stato decisivo. Come è stato lasciarla, per ritrovarla. L’ultima volta, l’anno scorso a giugno, quando il Teatro Massimo andò sold out, riempito soprattutto di svizzeri, tedeschi, austriaci, accorsi ad ascoltare il menestrello siculo tanto celebre già appena oltre le Alpi quanto “di nicchia” in patria; il cantautore capace, tre anni orsono, di radunare tredicimila persone all’Hallenstadion di Zurigo, la città dove vive ormai da venticinque anni. Ma nella sua Palermo e nel resto d’Italia, tanta gente, ancora oggi, Pippo Pollina o non lo conosce bene o non lo conosce affatto.

“Semplice comprendere il perché – sostiene -. Da oltre venti anni in Italia la musica d’autore è un’arte desueta, apprezzata ormai da un’umanità minuta”. I testi delle canzoni di Pippo Pollina non sono esattamente fatti per essere seguiti dal “grande pubblico”. Il suo è un repertorio che narra storie e sogni, arricchito anche di riferimenti alla grande letteratura europea e sudamericana. Dal ricordo degli emigrati siciliani evocato in pezzi come “Caffè Caflish” e “Chiaramonte Gulfi”, alla tragedia di Victor Jara, il chitarrista cileno amputato delle mani dai macellai di Pinochet nello stadio di Santiago, cantata ne “Il Giorno del Falco”. Dalle scelte che portano a farsi domande sul proprio passato ne “L’Appartenenza”, all’omaggio a Muhammed Alì di “A mani basse”. Una delle canzoni più belle, questa, del suo ultimo lavoro, “Il sole che verrà”, uscito nel 2017, che Pollina definisce ‘un manifesto programmatico della speranza”. Tra i lavori in corso, l’edizione italiana del suo libro “Versi per la Libertà”, al momento editato in tedesco: un’autobiografia e un’analisi anche politica dei periodi che hanno segnato la sua produzione artistica.

“Malgrado il mio alto livello d’identificazione con la Sicilia, non ero destinato a restarci. Me ne andai alla metà degli anni Ottanta”, racconta al tavolino di un antico caffè sulla Discesa dei Giudici, in un centro storico oggi rinato. “Allora davo esami a Giurisprudenza e Palermo era una città piegata da logiche d’appartenenza a ‘chiese’, consorterie se non, appunto, a famiglie mafiose. Era opprimente l’idea di dovervisi adattare oppure di combatterle come un Don Chisciotte”. È cresciuto con la passione per Joyce, Pavese, Eco, Sciascia e Bufalino. Oggi, a 54 anni, ha inciso oltre duecento brani nel solco di ventidue album, ha all’attivo qualcosa come quattromila concerti tra Paesi europei, Nord Africa, Nord America e collaborazioni artistiche “di peso”: dagli Inti Illimani a Franco Battiato, da Nada al paroliere greco-francese Georges Moustaki e a Konstantin Wecker, cantautore bavarese impegnato sul fronte pacifista. L’orazione civile scritta con lui all’indomani del massacro di Solingen, uno dei casi più gravi di violenza xenofoba nell’Europa contemporanea, l’ha consacrato nello scenario musicale di lingua tedesca. Mentre in Italia, dopo svariati premi della critica, è indicato come uno dei depositari della tradizione della grande canzone d’autore.

Già prima di lasciare la Sicilia, la musica era centrale nella sua vita. Nel 1979, con Toni Acquaviva, Mario Crispi e Massimo Laguardia aveva fondato gli Agricantus, indimenticata band di genere folk-ambient, con cui girava per concerti tra Sicilia e resto d’Italia. Ma dentro gli pulsava anche la passione del giornalismo, identificato come strumento di ribellione a poteri e ideologie. Così, Pippo Pollina approda a “I Siciliani” di Pippo Fava.
“Andai tre volte nelle sede di Sant’Agata li Battiati per incontrare Fava e con lui Riccardo Orioles, altra emblematica figura di giornalista siciliano colto e libero – racconta Pollina – Con gli amici del Comoc, il Coordinamento metropolitano degli operatori culturali, gli proponemmo di diffondere il periodico a Palermo e di avviare un’appendice redazionale nel capoluogo. Fava accettò con entusiasmo e mi aprì la prospettiva di un apprendistato giornalistico”. Sogno svanito di botto, il 5 gennaio del 1984, con l’uccisione del giornalista.

“Quel fatto – continua – mi gettò in una crisi profonda. In Sicilia non volevo più starci. Volevo ritrovare la mia libertà in giro per il mondo”. Decide di mettersi in viaggio: zaino, chitarra e repertorio che si ingrossava anche di canzoni autografe. Doveva durare tre mesi, quel viaggio. Durò invece tre anni. “Girai da busker, suonatore ambulante, tra Stati Uniti, Canada, Sud America, Nord Africa e tante capitali del centro e del nord Europa. Alla costante ricerca dell’angolo giusto sui marciapiedi, per evitare le multe. Una salata la beccai a Venezia”. Poi, l’approdo decisivo: l’asettica e internazionale Zurigo, dove decide di mettere base dopo l’incontro in Svezia con Cristina, sua moglie, e quello a Lucerna, con Linard Bardil, uno dei massimi cantautori svizzeri. Bardil valorizza Pollina e va con lui in tournée. Nel 2002 incideranno “Insieme”, l’album che include Camminando, uno dei pezzi più riusciti della discografia di Pippo.

“A Zurigo, nel centro dell’Europa, sono diventato un’altra persona, tornerei a vivere a Palermo per periodi anche più lunghi, ma non stabilmente. È la mia città, un luogo fisico unico, fatto di clima splendido, storia, monumentalità e qui nel centro storico sto anche cercando casa. Ma a condizione di mantenere sempre un piede fuori. Il fatto di stare all’estero non mi dà la possibilità di intercettare con continuità situazioni che possano agevolare una veloce diffusione della mia musica in Italia. Ma so che il pubblico con un certo tipo di sensibilità, che non manca comunque nel nostro Paese, a un certo punto, alla mia musica ci arriva lo stesso”.

Una situazione, non più un disagio, che del resto riguarda anche altri artisti italiani di talento: dalla catanese Etta Scollo, ormai nota sulla scena tedesca, al genovese Max Manfredi. L’amore per Palermo, si diceva. “La città è davvero cambiata ed è sempre di più un laboratorio per l’intera Italia”. Ma viviamo un’epoca complicata. “In Nord Italia ci sono brutti segnali d’odio contro gli stranieri. Per questo non ci vivrei mai. In Sicilia non avvengono perché l’attitudine all’accoglienza di gente ‘altra’ l’abbiamo nel Dna”, prosegue. Cosa pensa dell’Europa un artista europeo? “È un progetto che continua a essere bellissimo, ma che nell’attuale forma di soggetto ancorato solo a logiche economiche e finanziarie non ha davvero dove andare. Urge invece renderla un autentico luogo politico di comune destino, all’insegna dello spirito della democrazia su cui sessant’anni fu progettata, per essere un reale contraltare a politiche che alzano muri sui confini per respingere lo straniero e se ne fregano delle conseguenze della produzione sul clima, come quelle di Trump negli Usa”.

Bastano parole e note per cambiare passo e direzione? “Non c’è altro modo che quello di usarle per esprimere una cultura della pace e della convivenza. Palermo, quest’anno Capitale della Cultura italiana, può esserne la grancassa. Una grande possibilità di rilancio, che sarebbe imprudente lasciar sfuggire. Se aumenta la consapevolezza di ciascuno di noi, anche in mancanza di grandi uomini-guida, si potrà un giorno scardinare il gattopardismo degli annunci di cambiamento per poi lasciare le cose come sono; e riportare la convivenza civile a quote di maggior rispetto e normalità. Quel giorno spero di assistere a tutto questo”. Sul ponte tra Europa e Palermo.