“Entrare nella vita degli altri? Non è normale”. Così Marilù Pipitone racconta, con ironia, il mestiere di attrice. Lei comunque ci riesce benissimo tanto che il suo ultimo film è stato in finale ai David di Donatello

di Marta Gentilucci

“Se vuoi fare l’attrice, qualche rotella ti deve mancare per forza. Voler entrare nella vita degli altri non è del tutto normale”. Marilù Pipitone si autoritrae e scoppia a ridere. È appena rientrata a Roma, dove vive ormai da anni, dopo tre giorni nella sua Palermo, accolta dal solito vento di scirocco e dall’odore di salsedine che ti accompagna fino all’aeroporto. “Ho fatto una foto al mare, dall’aereo, e si è scatenata la solita guerra interiore: odio e amore”.

Ha gli occhi grandi, azzurrissimi, gli stessi che ti guardano attraverso lo schermo in una delle scene iniziali di Mezzanotte Zero Zero, il film del tarantino Nicola Conversa candidato a miglior cortometraggio ai David di Donatello 2018. Lì interpreta Aurora, una ragazza bellissima con una spavalderia un po’ rock, che si trova a fare i conti con un destino avverso imparando come il tempo sia una risorsa da non sottovalutare. “Quando mi hanno chiamato per dirmi che eravamo nella cinquina dei candidati al David non volevo crederci, saltavo dalla gioia, sembravo una pazza. Però avevo capito subito che ne valeva la pena, da quando Nicola, giovanissimo e alla sua prima esperienza da regista, mi ha fatto leggere la sceneggiatura e ho pensato: voglio farlo”.

È una palermitana dalla bellezza atipica. Tanto che, a volte, il suo essere non perfettamente conforme all’immagine stereotipata della “donna siciliana”- formosa, carnagione scura – l’ha penalizzata. Quando i responsabili casting chiedevano un’attrice stile Maria Grazia Cucinotta e ai provini si presentava lei: minuta, incarnato lunare, occhi di ghiaccio, capelli nerissimi. Ci pensa il cognome – Pipitone – a fare da prova inoppugnabile della sua appartenenza geografica. E poi Marilù, trendadue anni che non dimostra, non si è mai scoraggiata neanche di fronte ai rifiuti. “Per me recitare è vivere – dice – Non ho mai neanche messo in conto un piano B perché non credo di poter fare altro. Anche se il mio lavoro è precario, anche se a volte non arriva la telefonata che aspetti, il mio impegno è proprio questo: accettare che vada così senza demoralizzarmi, accettare di stare ferma un attimo perché poi qualcosa arriva”. E probabilmente lo sapeva fin da bambina che sarebbe stato questo il suo destino. Quando la madre la trovava chiusa in bagno, davanti allo specchio, a recitare le battute dei suoi film preferiti. “Pensava avessi qualche problema”, ride.

Così, quando poco più che ventenne ha deciso di lasciare l’università per trasferirsi a Roma a studiare recitazione, per i suoi genitori non sarà stato proprio un fulmine a ciel sereno. Un azzardo non calcolato o un errore di valutazione. “All’inizio erano scettici, mia madre mi implorava di finire l’università, mi mancavano dieci esami alla laurea in Lingue e culture moderne. Poi, sai, per dei genitori – siciliani a maggior ragione – lasciare andar via la propria figlia femmina non è facile. Poi però hanno capito”.
A Roma ha iniziato a studiare alla scuola di Beatrice Bracco, al Teatro Blu, la stessa di Claudio Santamaria, Kim Rossi Stuart e Stefania Rocca.

“Si lavorava molto su se stessi: Beatrice ti aiutava a scoprire le nevrosi che ti porti dietro. Facevamo esercizi di rilassamento, aprivamo il corpo e cercavamo i punti di tensione che corrispondono ai blocchi psicologici. È stato come andare in analisi, perché per fare bene un ruolo devi prima conoscere te stesso alla perfezione, per sapere quali corde toccare. Per cui cominci a studiarti e lì è il panico”. “Quando ho interpretato Aurora in Mezzanotte Zero Zero ho fatto i conti con la sua paura della morte che è anche una delle mie ossessioni più ricorrenti. In un’epoca in cui cerchiamo di controllare maniacalmente tutto, l’unica cosa che sfugge al nostro controllo è proprio la morte”.

Riuscire a entrare nella vita di questa ragazza, così insicura e spavalda al tempo stesso, non è stato facile. “Perché ha mille sfaccettature. Ho seguito il consiglio di Beatrice Bracco – spiega – che mi diceva less is more: meno fai e meglio è. Alla fine si è creata una tale simbiosi con il mio personaggio che credevo di essermi innamorata davvero di Francesco (il protagonista, interpretato da Andrea Pisani, ndr)”. Tra le sue soddisfazioni più grandi c’è anche quella di aver recitato la parte di Lucia Borsellino in Paolo Borsellino – I 57 giorni, il film andato in onda su Rai1 con la regia di Alberto Negrin e Luca Zingaretti nel ruolo del magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992. “Per me, da palermitana, è stato un onore. Quando ho fatto il provino con il regista ero talmente su di giri che ho dichiarato di volerlo fare anche gratis. Tant’è che Negrin mi ha dovuto calmare: ora non esageriamo che magari ti prendiamo in parola”. “Adesso, quando vedo le foto di Paolo Borsellino, è come se fosse un familiare. Si è mosso un marasma dentro che non potrò mai dimenticare”.

In una Roma in cui è tornato il sole dopo giorni freddissimi, Marilù Pipitone ora pensa al futuro: “Sto aspettando una risposta importante di cui non vorrei parlare per scaramanzia. Incrociamo le dita”. E al suo prossimo pellegrinaggio a Palermo: “Non riesco a stare più di un mese senza tornare in Sicilia. Per i miei genitori, per controllare che tutto vada bene. Per il mio nipotino di due anni che amo alla follia. No, non sono di quelli a cui mancano il clima, il mare, il sole. Perché se bastasse quello non l’avrei mai lasciata la mia terra. Però le radici sono le radici”.