Una dimora dei primi del ‘900 che sembra un gioiello d’arte e conserva intatti ancora oggi le sue forme, i suoi arredi, la struttura stessa del giardino. Un salto indietro nel tempo tra armonia e serenità

di Aurora Fiorenza
Fotografie di Igor Petyx

Da oltre un secolo tutto è rimasto intatto. Varcato il cancello d’ingresso il tempo sembra fermarsi, la quiete ha il sopravvento e si entra in uno stato di pace. Quasi come se fosse un tuffo nel passato, agli anni fausti della Belle Époque, proprio quelli vissuti da Carlo Pellegrino, fondatore del “gioiello d’arte” liberty che si trova a Marsala, in provincia di Trapani, davanti alle omonime cantine. Una dimora che sorge in un appezzamento originariamente appartenente al fondo dei frati cappuccini.

Fu acquistata da Carlo Pellegrino alla fine dell’Ottocento, in concomitanza con la nascita delle cantine. Costruita giorno dopo giorno con l’appoggio della sua amata sposa, la gentildonna Josephine Despagne. Grazie alla sua sensibilità per la vigna, ereditata dal padre – l’enotecnico francese Oscar Pierre Despagne, originario del Sauternais – Josephine porta in dote i saperi francesi in quella terra baciata dal sole, e insieme a Carlo guida la Pellegrino a un futuro mai immaginato. Anche se oggi è inglobata nel tessuto urbano, anticamente era la villa di campagna, circondata da prati di frumento e orzo. Restano tutt’oggi dei passaggi interni che collegano le cantine alla dimora. Una forte osmosi tra vita privata e azienda.

Vi si sono succedute tutte le generazioni Pellegrino, e oggi è abitata dal presidente delle cantine, Romano Pietro Alagna, nipote di Carlo Pellegrino, e da tutta la sua famiglia composta da quattro figlie, otto nipoti e ben cinque pronipoti. All’interno della storica casa si respirano tante passioni: da quella per la musica classica, all’arte e alla letteratura, soprattutto quella legata al romanticismo russo, fino alla storia, quella dei Paesi del Mediterraneo nel Cinquecento. Molto caratteristici i colori della villa: il rosso della terra, il beige della sabbia, l’azzurro del mare. Puro stile liberty, sempre legato al territorio. L’attuale proprietario è un signore d’altri tempi. Elegante, colto, che tiene ancora a fare il baciamano alle donne.

Un affascinante giardino circonda la dimora storica. Custodisce alberi e piante centenarie di varie specie, oltre a vasi, statue e fontane: tutti elementi che evidenziano fin da subito la storicità del luogo. In fondo al viale si incontrano due imponenti ficus magnolie secolari, piantati dal fondatore Carlo Pellegrino. Sempre lui inserì nel giardino delle araucarie, una per ogni suo figlio. A ogni angolo si scoprono nuovi dettagli: statue di ancelle, anfore, perfino una piccola cappella non consacrata dove si sono celebrati matrimoni, un’antica voliera per pappagalli sempre in stile liberty, un gazebo in pietra dall’aspetto arabeggiante dove nelle sere d’estate la moglie di Carlo Pellegrino, Josephine, usava prendere il tè con suoi ospiti circondati da profumati gelsomini.

Una ricercatezza dei dettagli che si estende anche all’interno della villa. A partire dalle mattonelle del pavimento, tutte dipinte a mano, e diverse di stanza in stanza, appartenenti al liberty palermitano. Nel salottino d’ingresso, con le porte in legno di frassino su disegno del Basile, si scorge un grande camino in legno di rovere e poi le poltrone con tessuti originali ottocenteschi di William Morris provenienti dall’Inghilterra. Tutti arredi voluti dalla consorte di Carlo come i due tavolini francesi di Majorelle, di fine Ottocento e la vetrina Ducrot illuminata, che conserva una collezione di cristalli d’epoca, per lo più bicchieri, tra cui una coppa dell’antico Ordine della Giarrettiera. E poi quel pianoforte inglese della fabbrica Whiting che evoca ricordi.

“Era il 1943 – racconta Romano Pietro Alagna – c’era la guerra e passavamo a volte le serate con gli ufficiali inglesi e americani. Stavamo intorno al pianoforte a suonare melodie uniche che non ho più risentito”. Mentre il “signore del vino” le evoca con un luccichio negli occhi, quelle note sembrano prendere vita. Di personalità sotto il tetto dei Pellegrino ne sono passate. Molti oggetti raccontano anche quei personaggi importanti che per mille motivi hanno incrociato il destino di questa famiglia. Come il grande ventaglio di piume di struzzo e madreperla, appartenuto alla regina Margherita di Savoia. E per sfuggire alla malinconia evocata dai ricordi, il presidente si rifugia nel suo studio dove ascolta l’amata musica classica, nascosto da un paravento palermitano di vetro artistico, raffigurante colorati pavoni.

Gli episodi vissuti all’interno della villa sono innumerevoli e qualcuno riesce ancora, nonostante il passare degli anni, a strappare un altro sorriso. “Nella stanza da pranzo dove è esposta una collezione di tazze da tè portate da mia nonna Josephine Despagne direttamente dalla Francia – continua – organizzammo un pranzo con delle autorità inglesi, dunque era obbligatorio seguire il protocollo. Bene, uscì dalla cucina il cameriere con un bel pesce disteso su una pirofila, fece il giro del tavolo, tutti lo stavamo ammirando pronti a gustarlo. Ma il cameriere si accorse che mancavano le posate per servire il pesce nei piatti e così dopo aver fatto il giro del tavolo tornò in cucina con il pesce. Tutti con un po’ d’appetito, guardammo quella pietanza prelibata sparire e scoppiò una risata spontanea”.

Un racconto che fa emergere la gioia vissuta e che si continua a respirare in quel luogo magico, dove tutto è rimasto all’Ottocento come quell’affresco che resiste intatto sul soffitto di quella che fu la camera da letto del padre di Carlo, Paolo Pellegrino. Passato e presente legati a doppio filo.